C’è un punto sulla carta geografica che, in queste ore, vale più di qualunque discorso parlamentare, di qualunque vertice d’emergenza, di qualunque dichiarazione presidenziale: lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia largo appena cinquantaquattro chilometri attraverso il quale transita, ogni giorno, circa il venti per cento del petrolio mondiale. Teheran lo ha dichiarato sotto il proprio “controllo completo”. Una petroliera americana, secondo le Guardie rivoluzionarie, è in fiamme nelle sue acque. Il mondo non dormiva già; da stamattina, non respira.

Tutto è cominciato il 28 febbraio 2026, con una serie di bombardamenti aerei su diverse città iraniane condotti dagli Stati Uniti e da Israele, mentre erano ancora in corso negoziati diplomatici tra Washington e Teheran.. Un paradosso che la storia conosce bene, e che dovrebbe insegnarci qualcosa: le guerre peggiori spesso scoppiamo mentre si tratta. La prima vittima illustre di quei raid è stata Ali Khamenei, la Guida Suprema, simbolo vivente di un regime durato quasi mezzo secolo. All’indomani della sua morte, il figlio Mojtaba Khamenei è stato nominato suo successore, dando subito un segnale di continuità con il regime degli ayatollah ordinando nuovi lanci di missili verso Israele e massicci attacchi sui Paesi del Golfo, dal Bahrein fino al Kuwait e Doha. La testa è caduta; il corpo continua a combattere.

L’Iran ha dichiarato di essere in grado di combattere per almeno altri sei mesi al ritmo attuale delle operazioni. Non è vanteria: è un dato che i mercati hanno già scontato con brutalità. Il petrolio ha superato i cento dollari al barile, gli indici della paura sono ai massimi, le borse europee sono in rosso.  La volatilità dei mercati sconta l’accentuarsi del rischio di inflazione, e molti investitori operano un movimento di de-risking sui portafogli che sta generando un’inversione di tendenza su tutti i principali temi di investimento. 

Il conflitto non è rimasto confinato entro i confini dell’Iran. La Nato ha intercettato un missile iraniano sulla Turchia, mentre Israele prosegue i propri raid su Beirut avanzando nel sud del Libano.  Il Comando centrale americano afferma di aver distrutto quarantatré navi da guerra iraniane dall’inizio del conflitto.  Numeri che impressionano, ma che non dicono nulla di quante vite civili siano state distrutte nelle strade di Isfahan, di Teheraz, nelle scuole elementari colpite per errore. La guerra, quando si racconta attraverso statistiche militari, diventa quasi un videogame — come ha denunciato con sdegno il cardinale arcivescovo di Chicago, che ha definito “disgustoso” il video postato dalla Casa Bianca sugli attacchi, una guerra trattata come intrattenimento da sfogliare in coda al supermercato. 

Donald Trump ha promesso una resa incondizionata e un cambio di regime. In un’intervista televisiva ha definito l’Iran “una tigre di carta”, ha detto di essere disposto a inviare forze speciali per sequestrare l’uranio arricchito e ha avvertito che il nuovo successore di Khamenei “non durerà a lungo” senza l’approvazione di Washington. ISi fatica a ricordare un linguaggio simile nella storia recente della diplomazia americana; eppure siamo qui, e questo è il lessico con cui si gestisce una crisi che potrebbe — secondo le parole del Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres — sfuggire al controllo di chiunque, rappresentando “un grave rischio per l’economia globale, in particolare per le persone più vulnerabili.” 

L’Europa guarda, preoccupata e divisa. Vladimir Putin ha sottolineato “l’urgente necessità di risolvere la situazione attraverso mezzi politici e diplomatici”, esprimendo con il principe saudita bin Salman “seria preoccupazione per i rischi che la zona del conflitto si espanda” con possibili “conseguenze catastrofiche”. Parole curiose, in bocca a chi fornisce — secondo quanto scrive il Washington Post citando fonti di intelligence — informazioni agli iraniani sulla posizione delle navi da guerra e degli aerei americani. La geopolitica ha i suoi cinismi, e la guerra ha i suoi specchi doppi.

L’Italia, in questo scenario, non è spettatrice neutra. Meloni ha confermato che il Paese non è parte del conflitto e non intende esserlo, ma ha riconosciuto che l’Italia rischia comunque di essere coinvolta dalle sue conseguenze economiche e interne, annunciando la determinazione a impedire che la speculazione sfrutti la crisi sulla pelle delle famiglie e delle imprese.  Sono circa settantamila gli italiani nella regione; i primi turisti bloccati a Dubai sono rientrati a Fiumicino, centoquaranta persone che avevano trascorso sei giorni ferme a bordo di una nave da crociera mentre il mondo attorno a loro prendeva fuoco. 

Rimane, al fondo di tutto, una domanda che nessuno sa rispondere. L’Alto rappresentante Ue per la Politica Estera Kaja Kallas ha ammesso apertamente che “non esiste una traiettoria chiara su come finirà questa guerra.” Non è una confessione di impotenza: è forse il solo atto di onestà intellettuale che questa crisi abbia prodotto finora. Le guerre che non hanno un finale scritto sono le più pericolose; e questa, nata sotto lo Stretto di Hormuz, rischia di ridisegnare non soltanto il Medio Oriente, ma gli equilibri di un intero sistema internazionale che già vacillava.

Il petrolio brucia in mare aperto. Le borse scendono. I missili continuano a volare. E noi, dal nostro angolo di Mediterraneo, contiamo i giorni sperando che qualcuno, da qualche parte, abbia ancora il coraggio di fermarsi.