C’è una differenza fondamentale nel modo in cui americani e israeliani guardano questa guerra, e non è solo una questione di distanza geografica o di esposizione al rischio. È una differenza di struttura emotiva. In America il conflitto genera dibattito, divisione, domande sulla legalità costituzionale degli attacchi e sul rapporto tra costi e benefici. In Israele ha prodotto, almeno nella sua fase iniziale, qualcosa di raro e quasi paradossale: unità. Un paese lacerato da anni di guerra civile strisciante, da sondaggi che disegnavano coalizioni impossibili, da un processo per corruzione in corso e dal trauma irrisolto del 7 ottobre si è compattato attorno alla bandiera con una velocità che ha sorpreso persino i suoi stessi osservatori. Naftali Bennett ha espresso pieno sostegno al governo e al suo leader. Yair Lapid ha dichiarato che non esiste più destra né sinistra, solo un popolo. Il novantatré per cento degli ebrei israeliani approva la campagna militare. Numeri che in democrazia si vedono solo quando qualcosa di molto profondo viene toccato.
Quella profondità ha radici reali. L’Iran non è stato, per Israele, un nemico astratto o un avversario di carta. Dal 1979 a oggi, attraverso le sue milizie per procura, i suoi finanziamenti, i suoi missili e la sua retorica eliminazionista, ha contribuito a costruire attorno allo Stato ebraico quello che i generali israeliani chiamano “anello di fuoco”: Hezbollah a nord, Hamas a sud, gli Houthi a est, una rete di gruppi armati tenuti insieme da Teheran e che di Teheran eseguono gli ordini. Dal 2000 a oggi, tra le intifade, le guerre in Libano, il massacro del 7 ottobre e i conflitti successivi, le milizie finanziate dall’Iran hanno ucciso migliaia di israeliani. La minaccia non era immaginata. Era concreta, documentata, quotidiana. E questo spiega perché la prospettiva di vederla smantellata — i comandanti eliminati, le infrastrutture missilistiche degradate, la guida suprema uccisa — produca in molta parte dell’opinione pubblica israeliana qualcosa che assomiglia a sollievo più che a trionfalismo.
Ma c’è un secondo livello di questa storia, che scorre parallelo al primo e che sarebbe disonesto ignorare. Per Benjamin Netanyahu la guerra non è soltanto una necessità strategica: è anche, e forse soprattutto in questo momento preciso, una salvezza politica. A gennaio stava affrontando sondaggi avversi, un processo per corruzione attivo e la pressione crescente per rispondere dei fallimenti di intelligence che avevano reso possibile il 7 ottobre. La campagna contro l’Iran ha interrotto quella traiettoria di resa dei conti con la brutalità di un cambio di argomento totale. Ogni giorno in cui il paese discute della minaccia esistenziale iraniana è un giorno in cui non discute delle lacune di sicurezza che avevano lasciato aperta la frontiera di Gaza. Ogni proclama di vittoria storica riscrive, nell’immediato, la narrazione del suo governo: non più l’esecutivo sotto la cui guardia si è consumato il peggior massacro di ebrei dal dopoguerra, ma quello che ha eliminato la minaccia esistenziale per sempre.
La sovrapposizione tra interesse nazionale e interesse personale non è una novità nella carriera di Netanyahu, che ha costruito trent’anni di consenso sull’equazione tra la propria persona e la sicurezza di Israele. L’Iran era al centro del suo messaggio già nel 2012, quando alle Nazioni Unite mostrò la celebre caricatura della bomba. Era il suo tema fisso in ogni campagna elettorale, il suo argomento contro ogni accordo diplomatico con Teheran, il suo metro per giudicare gli alleati. Ora quella coerenza trentennale sembra materializzarsi in fatti sul campo, e Netanyahu lo sa. Già si parla di anticipare le elezioni, di capitalizzare il momento prima che l’euforia evapori. La guerra è anche, cinicamente e inevitabilmente, una campagna elettorale.
Il problema è che questo intreccio tra strategia militare e convenienza politica produce una conseguenza pericolosa: chiude lo spazio per le domande scomode. In un paese dove l’opposizione si è dissolta nel ralliement patriottico, chi chiede come finisce questa guerra, quali sono i criteri di vittoria, cosa succede il giorno dopo la caduta del regime iraniano, rischia di sembrare un disfattista o, peggio, un amico del nemico. Ma sono esattamente le domande che una democrazia dovrebbe essere in grado di porre anche durante una guerra. Israele le ha già vissute, queste lacune di riflessione strategica: ogni campagna militare ha prodotto i suoi proclami di vittoria definitiva e il suo successivo fronte aperto. Gaza, il Libano, la Siria — le pistole non tacciono mai davvero, anche dopo le cerimonie. Non c’è una ragione strutturale per cui il modello non si ripeta con l’Iran.
E poi ci sono i problemi che la guerra non tocca, che si accumulano in secondo piano mentre l’attenzione è altrove. L’isolamento internazionale di Israele non si risolve con una vittoria militare, semmai si approfondisce. La fuga di talenti tecnologici, il deficit di bilancio, la polarizzazione interna, la questione irrisolta dei Territori — sono tutte variabili che esistevano prima e che esisteranno dopo. Il sostegno americano a Israele, secondo i sondaggi, è in calo su tutta la linea: per la prima volta da decenni più americani esprimono simpatia per i palestinesi che per Israele. È un’erosione lenta, ma strutturale, e nessuna campagna militare, per quanto coronata da successo, la invertirà.
Resta la domanda più difficile: può una guerra giusta — giusta nei suoi presupposti, fondata su una minaccia reale, sostenuta da una larga maggioranza della popolazione — essere anche una guerra usata? La risposta che la storia suggerisce è che quasi sempre lo è. Le guerre sono raramente monocromatiche nei loro moventi. Il fatto che Netanyahu sfrutti questo conflitto per la propria sopravvivenza politica non significa necessariamente che il conflitto sia sbagliato, così come il fatto che il conflitto risponda a minacce reali non esime dalla responsabilità di chiedersi chi ne trae vantaggio e in quale misura tale vantaggio ne condiziona la condotta. Le due cose coesistono. Ed è precisamente questa coesistenza scomoda — tra necessità strategica e calcolo personale, tra minaccia reale e distrazione opportuna — che rende questa guerra più difficile da giudicare, e più importante da guardare con gli occhi aperti.
