C’è qualcosa di stonato, in questo nostro tempo, nel modo in cui registriamo il rumore e ignoriamo il silenzio. Contiamo i missili, cataloghiamo le sanzioni, seguiamo in diretta le conferenze stampa dei generali e le dichiarazioni dei presidenti. E quasi non ci accorgiamo che in una piazza di Roma, a pochi metri dal Tevere, esiste un’organizzazione che rappresenta seicentomila donne sparse in ogni angolo del pianeta — e che queste donne, proprio oggi, hanno deciso di non stare più zitte.
L’Unione Internazionale Superiore Generali non è un’istituzione che finisce spesso nei titoli. Non ha eserciti, non ha seggi al Consiglio di sicurezza, non ha portaerei da spostare nel Golfo. Ha qualcosa di più difficile da quantificare e di più difficile da ignorare, per chi ha occhi abbastanza onesti da vedere: ha una presenza. Fisica, quotidiana, capillare. Le suore delle congregazioni affiliate alla UISG non osservano la sofferenza del mondo attraverso uno schermo — ci vivono dentro. Stanno nei campi profughi, negli ospedali di frontiera, nelle periferie dove il fragore delle armi, come dice il comunicato con una precisione quasi poetica, “soffoca ogni altra voce.”
Quando queste donne dicono “non possiamo rimanere in silenzio”, non stanno usando una formula retorica. Stanno descrivendo una condizione esistenziale: il silenzio, per chi vive accanto ai feriti e alle famiglie devastate, non è un’opzione morale disponibile. È una forma di complicità che il corpo rifiuta prima ancora che la mente la elabori.
L’iniziativa è semplice nella forma — una preghiera in streaming, un digiuno, un hashtag — e immensa nella sostanza. Non perché la preghiera fermi i bombardamenti. Non lo farà, e sarebbe disonesto pretendere il contrario. Ma perché in un mondo in cui il linguaggio della pace è stato così colonizzato dalla retorica da perdere quasi ogni mordente reale, il gesto di seicentomila persone che si fermano, che digiunano, che chiedono insieme qualcosa che non sia la vittoria di una parte sull’altra — questo gesto ha un peso specifico che non si misura in termini militari né diplomatici, ma che esiste.
C’è una frase di Papa Leone XIV citata nel comunicato che vale la pena tenere: “La pace è un desiderio di tutti i popoli, ed è il grido doloroso di quelli straziati dalla guerra.” È una distinzione che spesso dimentichiamo, noi che la guerra la seguiamo come uno sport da tribune lontane: il desiderio di pace non è lo stesso per chi la pace ce l’ha e per chi la guerra la vive sulla propria pelle. Per i secondi non è un valore astratto, non è una posizione politica, non è nemmeno una speranza nel senso ordinario del termine. È una necessità biologica, come l’acqua e il pane. La UISG lo sa perché le sue donne bevono la stessa acqua di quei popoli e mangiano lo stesso pane, quando c’è.
Si potrebbe obiettare — e qualcuno lo farà — che la preghiera non basta. Che il mondo ha bisogno di politica, di diplomazia, di deterrenza, di tutto l’armamentario complesso con cui le nazioni tentano di gestire la violenza collettiva. È vero. Ma questa obiezione contiene un errore logico sottile: suppone che la preghiera si candidi a sostituire queste cose, quando invece si propone di fare qualcosa di diverso — di ricordare, in mezzo al frastuono delle armi e delle dichiarazioni, che esiste una dimensione dell’umano che nessuna strategia geopolitica riesce a coprire interamente. La dimensione di chi soffre. Di chi aspetta. Di chi ha perso qualcuno e non vuole che altri perdano.
Sessantuno conflitti attivi nel mondo, ci ha detto l’intelligence italiana in questi stessi giorni. Il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Settantadue per cento della popolazione globale sotto regimi autocratici. Sono numeri che paralizzano, che sembrano troppo grandi per essere scalfiti da qualsiasi gesto individuale o collettivo che non sia uno spostamento di truppe o una risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Eppure la storia — quella vera, non quella dei vincitori — è piena di momenti in cui la resistenza morale silenziosa ha preparato il terreno per cambiamenti che la politica da sola non avrebbe mai prodotto. Il movimento per i diritti civili americano era anche preghiera. La lotta all’apartheid era anche preghiera. La Solidarność polacca si riuniva anche nelle chiese. Non è che la fede abbia vinto quelle battaglie al posto della politica: è che ha tenuto viva, nei momenti più bui, la convinzione che un altro ordine delle cose fosse possibile. E quella convinzione, alla lunga, si è rivelata la risorsa più preziosa.
Seicentomila suore che il 6 marzo si fermano alle tre e mezza del pomeriggio, ora di Roma, e chiedono pace in ogni lingua del mondo — in arabo e in swahili, in spagnolo e in tagalog, in francese e in lingala — non stanno risolvendo il Medio Oriente. Ma stanno facendo qualcosa che i palazzi del potere, per tutta la loro imponenza, non riescono a fare: stanno tenendo aperta la domanda. Stanno dicendo che il mondo così come è non è il mondo come deve essere. Che la rassegnazione non è saggezza. Che il grido dei popoli straziati merita, almeno, di essere ascoltato da qualcuno.
In un’epoca in cui l’algoritmo premia il conflitto e punisce la complessità, in cui l’indignazione è monetizzabile e la speranza no, in cui le notizie di guerra occupano i titoli e le notizie di pace non fanno notizia — il comunicato stampa di una suora da una piazza di Roma è, a suo modo, un atto sovversivo.
Non possiamo rimanere in silenzio, dice Sr. Roxanne Schares.
Il problema, verrebbe da rispondere, è che siamo noi — noi che leggiamo, noi che scriviamo, noi che guardiamo — quelli che fanno più fatica a smettere di esserlo.
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Dettagli dell’evento e partecipazione
L’incontro è aperto ai fedeli, ai rappresentanti della società civile e a persone di ogni fede e di buona
volontà.
• Data: venerdì 6 marzo 2026
• Ora: 15:30 (Roma – CET)
• Piattaforma: Diretta streaming su youtube.com/@UISGRome
• Social media: Seguire l’iniziativa con l’hashtag #UISGforPeace
Informazioni sulla UISG
L’Unione Internazionale Superiore Generali (UISG) è un’organizzazione dinamica che riunisce
congregazioni religiose femminili di diritto pontificio e diocesano di tutto il mondo. Fondata nel 1965,
promuove una voce profetica nella Chiesa e nella società attraverso la sua rete globale di solidarietà,
sostegno e collaborazione.
Contatti Media:
Sr Thérèse Raad
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Sito web: www.uisg.org
Indirizzo: Piazza di Ponte Sant’Angelo, 28 – 00186 Roma, Italia
