Il supertestimone sta per presentarsi alla commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Emanuela Orlandi
Marco Accetti si presenta giovedì 5 marzo alla Commissione parlamentare con un memoriale di 39 punti. Sa dove scriveva il suo nome Emanuela Orlandi. Sa che aveva il ciclo mestruale quel giorno. Sa che la bacchetta del flauto restava a casa. Sa troppe cose per essere solo un mitomane. E troppo poco, forse, per chiudere quarantadue anni di silenzio.
C’è qualcosa di profondamente italiano in questa storia. Non nel senso del pittoresco, non nel senso del folklore mediterraneo — ma nel senso più cupo e più preciso: la verità che arriva quarant’anni dopo, portata in mano da chi ha tutto l’interesse a non essere creduto, davanti a una commissione parlamentare che non sa bene se vuole sentirla.
Marco Accetti si presenta giovedì 5 marzo a Palazzo San Macuto con un memoriale di 39 punti. Trentanove punti in cui un uomo di quasi settant’anni racconta, con la pignoleria maniacale di chi ha aspettato decenni per essere ascoltato, come lui — lui in persona — fermò Emanuela Orlandi davanti al Senato il 22 giugno 1983. Come lui registrò i comunicati. Come lui telefonò al cardinale Casaroli con il codice 158 — anagramma di 5-81, maggio 1981, il giorno dell’attentato al Papa. Come lui confezionò le cassette, spedì le lettere da Boston attraverso la moglie, lasciò comunicati su autoblindi a Napoli e su furgoni della Rai a Castel Gandolfo. Come lui sapeva che Emanuela aveva il ciclo mestruale quel giorno, che scriveva il suo nome sulla scarpa da ginnastica, che preferiva farsi chiamare Manuela, senza la E.
Dettagli che nessun mitomane inventa. Dettagli che la famiglia ha confermato. Dettagli che tre perizie foniche indipendenti hanno corroborato riconoscendo nella sua voce quella dell’Americano, il telefonista che per sei mesi tenne in ostaggio la speranza di due famiglie e l’attenzione di un’intera nazione.
Eppure Marco Accetti fu prosciolto nel 2015. L’inchiesta fu archiviata per volere dell’allora procuratore Giuseppe Pignatone, contro il parere del pm Capaldo, che in una lettera rimasta negli atti definì l’Accetti «possibile serial killer» e chiese esplicitamente di non chiudere. L’Italia archiviò anche quello.
La domanda che il memoriale-bis pone non è se Accetti fosse presente sulla scena — le perizie foniche lo dicono con una chiarezza difficile da contestare. La domanda è un’altra, più scomoda: per conto di chi? Lui parla di un «ganglio», un nucleo di potere coperto interessato a contrastare la politica anticomunista di Giovanni Paolo II. Parla di finanziamenti in chiave anti-Urss. Parla di trattative per la grazia ad Agca in cambio della prova in vita di Emanuela. Parla di codici che rimandano a Fatima e all’attentato del 1981. Parla, insomma, di una storia in cui una quindicenne di Città del Vaticano diventò moneta di scambio in una partita geopolitica tra servizi segreti, massoneria, Banda della Magliana e Santa Sede.
Quarant’anni dopo, questo scenario non fa più scandalo. Fa quasi normalità. Perché l’Italia degli anni Ottanta era esattamente questo: un paese in cui i poteri opachi si intrecciavano con una naturalezza che faceva orrore solo a guardarla dall’esterno. La P2, i servizi deviati, le stragi non risolte, i depistaggi sistematici. Il caso Orlandi non è un’anomalia — è la normalità di quegli anni, cristallizzata in una ragazza scomparsa e in una famiglia che da quarantadue anni chiede dove sia finita sua figlia.
C’è però un elemento del memoriale-bis che merita di essere tenuto in mente mentre i quaranta parlamentari prepareranno le loro domande: la questione della credibilità selettiva. Accetti è un uomo che ha mentito, depistato, omesso. Lo ammette lui stesso. È stato condannato per l’investimento mortale del piccolo Garramon — un bambino di dodici anni morto in una pineta, nella stessa giornata in cui le telefonate sul caso Orlandi si interruppero definitivamente, perché l’Accetti fu arrestato. Ha avuto una convivente che lo ricattava al telefono dicendo «so quello che hai fatto con quella ragazza». Ha una sorella che lo definì «un grave border», salvo poi essere smentita dalle perizie psichiatriche. È, insomma, un testimone che nessun pubblico ministero vorrebbe portare in aula.
Eppure i fatti che porta — le cabine telefoniche verificate, la carta di Boston identificata, le frasi dette a Egidio riscontrate, il flauto costruito prima del 1980, la bacchetta assente perché restava a casa, il nome scritto sulla scarpa — non si inventano. Non si inventano perché non si può sapere. Non si può sapere a distanza di trent’anni che Emanuela aveva con sé quello spartito nello zaino, se non l’hai visto. Non si può sapere il dettaglio mestruale se non te lo ha detto lei, o chi stava con lei.
La commissione parlamentare si trova quindi di fronte a un rompicapo antico come la giustizia: come si giudica un testimone inattendibile che dice cose vere? Come si separa la mitomania dall’evidenza? Come si costruisce un processo — anche solo storico, anche solo morale — su una figura che ha tutto l’interesse a esagerare il proprio ruolo ma che dispone di elementi che nessun fabulatore potrebbe conoscere?
Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, aspetta da quarantadue anni. Ha incontrato Accetti nel 2013, in via Tripoli, nel locale del fotografo. Gli ha ascoltato raccontare di Manuela — senza la E. Ha tenuto dentro quella parola per più di dieci anni.
Giovedì 5 marzo, a Palazzo San Macuto, potrebbe finalmente sapere se quella parola era l’inizio di una verità o l’ennesima beffa di un paese che sa dove sono sepolte le sue storie e preferisce non andarle a cercare.
