Il figlio del venerabile massone dichiara che la vittoria dei si al referendum realizzerebbe il progetto del padre
In Italia la parola “massoneria” funziona come un interruttore: o scatta la riverenza da salotto (“non facciamo caccia alle streghe”), o parte la caricatura da talk-show (“sono ovunque”). In entrambi i casi, il risultato è identico: l’opacità vince. Perché la massoneria—quando smette di essere folklore ottocentesco e diventa rete di influenza, riservatezza che pretende impunità, potere che non firma—non chiede di essere amata: chiede solo di non essere nominata.
Eppure, stavolta, a nominarla non sono stati “gli avversari”. È arrivato l’endorsement in famiglia, confezionato con la serenità di chi non teme di essere smentito: Maurizio Gelli, figlio di Licio, rivendica che la riforma della giustizia del governo realizza le idee del padre. Non un sospetto, non un’allusione: un riconoscimento orgoglioso, con tanto di ironia sul “copyright”.
Qui sta la scena indecente: la Repubblica che discute di Costituzione e, nel mezzo, uno dei cognomi più ingombranti della storia repubblicana che si presenta a ritirare la paternità culturale del pacchetto. E lo fa chiamando in causa non un “pensiero” qualsiasi, ma il pantheon di quella massoneria coperta che, nella P2, non fu né “associazione discreta” né “circolo filosofico”: fu un modello di potere parallelo, una pretesa di governo senza elezioni, una catena di comando senza responsabilità politica.
Quando una riforma viene salutata come “realizzazione” del Piano di Rinascita, la questione non è più tecnica. È politica, anzi: è istituzionale. Perché la massoneria—soprattutto quando è deviata, clandestina, “coperta”—è l’esatto contrario della democrazia costituzionale: non accetta la luce pubblica, non sopporta la trasparenza, non vive di mandato popolare. Vive di segreto.
E infatti l’opposizione, almeno per un attimo, fa la sola cosa sensata: chiedere non un battibecco, ma una presa di distanza netta. Il deputato PD Andrea De Maria chiede esplicitamente che “il ministro Nordio e le forze politiche di governo dicano parole chiare sulla loggia P2 e si dissocino in modo netto da riferimenti di questo genere”.
Il capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini, parla di impianto “riproposto” e di progetto pericoloso, richiamando l’idea di un riassetto dei poteri che colpisce l’autonomia della magistratura.
Fin qui, il copione prometterebbe finalmente un sussulto: di fronte a un’autocandidatura “massonica” (nel senso storico-politico di P2: potere occulto che detta l’agenda), la maggioranza dovrebbe dire una frase semplice, adulta, definitiva: “No grazie. Non abbiamo nulla a che spartire con quella cultura.”
E invece no. Arriva la solita acrobazia: trasformare l’imbarazzo in “rissa”, la domanda in “strumentalizzazione”, la memoria in fastidio. Lo Stato, davanti allo spettro, non accende la luce: abbassa le tapparelle.
Il dettaglio più velenoso è che questa rimozione è diventata abitudine nazionale. Gli atti sulla P2 sono lì, pubblici, consultabili, con tutta la gravità che comportano.
Ma l’Italia li tratta come si trattano i documenti che accusano: li si archivia per “andare avanti”. Solo che “andare avanti” significa spesso portarsi dietro le stesse logiche, ripulite e riverniciate.
E allora la domanda non è se Maurizio Gelli abbia “interpretato” bene. La domanda vera è: perché può parlare così tranquillo? Perché può rivendicare, senza temere conseguenze politiche immediate, che un pezzo di architettura costituzionale somiglia a un vecchio progetto di potere opaco? Perché, in Italia, la massoneria deviata non è un trauma elaborato: è un non-detto che torna ciclicamente a chiedere il conto.
Il figlio del Venerabile ha pronunciato la parola che di solito viene lasciata agli archivi e ai libri di storia. E l’ha pronunciata non per denunciare, ma per benedire.
In una democrazia matura sarebbe un incidente istituzionale. In Italia rischia di essere solo un’altra puntata: quarantotto ore di indignazione e poi, come sempre, il silenzio—che è la forma più efficace di complicità.
Perché la massoneria, quando diventa potere, non teme l’odio. Teme la luce. E la luce, qui, la stiamo ancora rimandando.
