Riflessioni sul fine vita tra libertà, dignità e mistero

C’è un momento, nella veglia accanto a chi muore, in cui le parole si ritirano come la marea. Rimane soltanto il respiro — affannoso, irregolare, prezioso — e la consapevolezza che si sta assistendo a qualcosa di più grande di noi. Non a un problema da risolvere. A un passaggio.

È da questa soglia silenziosa che vorrei ragionare sul dibattito che da settimane agita il Parlamento e le coscienze italiane: quello sul fine vita, sull’eutanasia, sul cosiddetto “suicidio assistito“. Un dibattito in cui le parole, come spesso accade quando sono in gioco le cose ultime, vengono adoperate con estrema disinvoltura — “dignità”, “libertà”, “autodeterminazione” — quasi fossero assi di un gioco da tavolo piuttosto che squarci sull’abisso dell’esistenza.

La posizione cattolica viene solitamente liquidata, in questi contesti, come oscurantismo confessionale, residuo di un’epoca in cui la Chiesa decideva della vita altrui. È un’accusa che merita risposta, ma non prima di aver riconosciuto, onestamente, il peso delle ragioni avversarie. Chi chiede di poter scegliere il momento della propria morte non lo fa — almeno nella maggior parte dei casi — per capriccio o per paura. Lo fa perché ha guardato in faccia una sofferenza che non vede fine. E questo merita rispetto, non una scrollata di spalle moralistica.

Eppure.

Eppure esiste una differenza profonda tra il riconoscere la dignità di chi soffre e il concludere che l’unica risposta degna a quella sofferenza sia la morte. Questa differenza non è un sofisma teologico: è il cuore stesso del problema.

La tradizione cristiana ha sempre distinto tra l’accanimento terapeutico — che essa stessa condanna, in quanto ostinazione contro il naturale corso della vita — e la soppressione deliberata di una vita umana. Questa distinzione non nasce dal disprezzo per il corpo o dalla cinica indifferenza verso il dolore. Nasce da una certezza: che la vita umana non è proprietà di chi la vive. Non nel senso paternalistico e soffocante che i detrattori immaginano, ma nel senso che ogni esistenza porta in sé un valore che la trascende, una dignità che non dipende dalla sua utilità, dalla sua produttività, dalla sua assenza di sofferenza.

Quando diciamo che la vita è “sacra”, non stiamo pronunciando una formula magica. Stiamo dicendo qualcosa di filosoficamente preciso: che essa appartiene a un ordine che l’individuo non ha creato e non può liquidare a piacimento. È la stessa intuizione — spogliata del linguaggio religioso — che sta alla base dei diritti inalienabili: nessuno può cedere la propria dignità, nemmeno liberamente, perché essa non è una merce ma una condizione dell’umanità stessa.

Il filosofo Charles Taylor ha scritto che la modernità ha prodotto una forma peculiare di solitudine: quella di individui convinti di essere “buffers”, entità autosufficienti, sigillate in sé stesse, il cui senso deve essere fabbricato dall’interno. È questo orizzonte culturale — non semplicemente una legge o un referendum — che produce l’idea che la morte volontaria sia l’atto supremo di autonomia. Ma l’autonomia così intesa è una prigione elegante. L’uomo che muore solo, nella certezza di aver esercitato il suo ultimo diritto, non ha necessariamente vissuto più libero. Ha forse vissuto più solo.

La risposta cristiana alla sofferenza non è il silenzio impotente né la rassegnazione fatale. È la compagnia. È la cura palliativa — ancora così tragicamente sottofinanziata nel nostro Paese — che non abbrevia la vita ma ne accompagna la conclusione, restituendo al morente non l’illusione del controllo ma la realtà della presenza. È quella rete di relazioni — famiglia, comunità, ospizio, volontariato — che la società secolare tende a smantellare proprio mentre invoca l’eutanasia come soluzione.

Non si può, in buona coscienza, battersi per il diritto alla morte assistita e nel contempo ignorare che in molti ospedali italiani mancano i morfologi, che le cure palliative raggiungono meno del quaranta per cento di chi ne avrebbe bisogno, che i malati terminali vengono spesso lasciati in corsia senza un accompagnatore umano nelle ore decisive. Se vogliamo davvero parlare di dignità nel morire, cominciamo da lì.

C’è poi la questione che i giuristi chiamano del “piano inclinato” e che i filosofi preferiscono discutere sotto il nome di derive applicative. I Paesi che hanno legalizzato l’eutanasia — Olanda, Belgio, Canada — mostrano statistiche che dovrebbero dare da pensare: ampliamento progressivo delle categorie ammesse, casi di persone con patologie psichiatriche, con demenza, con sofferenza esistenziale non terminale. Non si tratta di evocare scenari catastrofici: si tratta di leggere l’evidenza empirica con gli occhi aperti. Una volta che il principio è ammesso — che esiste una vita che non vale la pena di essere vissuta e che lo Stato può assistere a porvi fine — il perimetro di quella valutazione tende, inesorabilmente, ad allargarsi.

Chi risponde che “basta regolamentare bene” offre una rassicurazione che la storia non convalida. Le leggi sul fine vita più restrittive sono state ampliate in tutti i Paesi dove sono state introdotte. Non per malvagità del legislatore, ma per la logica interna del principio: se il criterio è la sofferenza insopportabile, chi decide dov’è la soglia? Il paziente, diranno i fautori. Ma il paziente decide sempre in un contesto — familiare, sociale, economico — che può orientare quella scelta in modi che nessuna legge può interamente presidiare.

Vorrei chiudere tornando a quella stanza, a quel respiro.

C’è una teologia del morire che la tradizione cristiana custodisce con cura — non come disciplina accademica ma come sapienza vissuta — e che dice, in sostanza, questo: che la morte non è un fallimento, che la sofferenza non è solo uno scandalo da eliminare, che nel congedo dalla vita c’è spazio per qualcosa che non si può programmare né accelerare. Una riconciliazione, un perdono, una parola finalmente detta. Un addio che diventa, per chi crede, un arrivederci.

Non chiedo che questa teologia venga imposta a chi non la condivide. Ma chiedo che non venga rimossa dal tavolo della discussione pubblica come se fosse un pregiudizio irrazionale. Essa porta con sé una visione dell’uomo — relazionale, dipendente, aperto alla trascendenza — che è alternativa a quella dell’individuo sovrano e autosufficiente. Ed è una visione che, in questo dibattito, ha diritto di parola.

Il confine tra la vita e la morte non è una linea che tracciamo noi. È una soglia davanti alla quale, prima o poi, ci troviamo tutti. Vale la pena sostare, in silenzio, prima di decidere chi ha il diritto di spostarla.

«Non è degno di un uomo temere la vita più della morte.» — Romano Guardini, Le ultime cose