Un attacco diretto dell’Iran all’Italia è, allo stato attuale, altamente improbabile. Colpire un membro NATO in Europa attiverebbe l’Articolo 5 dell’Alleanza atlantica — la clausola di difesa collettiva — trasformando un conflitto regionale in uno scontro aperto con tutti i ventuno membri. Non è un calcolo vantaggioso per nessuna leadership iraniana, nemmeno in un momento di crisi interna acuta come quello che Teheran sta attraversando dopo la morte di Khamenei. I rischi per l’Italia sono altri — meno fotogenici, ma molto più concreti.

Primo rischio: i nostri soldati sono già stati sotto attacco

Non è un rischio astratto. È già accaduto. Nella notte del 28 febbraio, i missili iraniani hanno colpito la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dove operano circa 300 militari italiani dell’Aeronautica impegnati in attività di sorveglianza, ricognizione e supporto logistico. Tajani ha confermato danni ingenti alla pista e ha aggiunto che i soldati erano tutti nei bunker — incolumi. Ma la parola ‘incolumi’ descrive una fortuna, non una garanzia strutturale.

Ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, la situazione era ancora più tesa. La base della missione Prima Parthica — che schiera circa 250 militari italiani del 2° Reggimento Granatieri di Sardegna per l’addestramento delle forze Peshmerga curde — è adiacente a quella americana, principale obiettivo della rappresaglia iraniana. L’unità antiterrorismo curda ha abbattuto numerosi missili e droni sopra la città. Poche ore prima dell’inizio dell’operazione americana era stato intercettato un drone di ricognizione iraniano proprio nei cieli di Erbil. Non era una coincidenza.

«Erbil è stata colpita diverse volte dal 7 ottobre in poi. Per questo motivo le difese passive — protezioni, bunker — e quelle attive sono state rafforzate. Abbiamo evacuato il personale non necessario»  

In totale, tra Iraq, Kuwait, Gibuti e le navi in Mar Rosso, l’Italia ha circa 2.500 militari in stato di massima allerta nella regione. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Portolano, ha confermato che alla base Ali Al Salem ci sono stati danni alle infrastrutture interne, ma che tutto il personale italiano era stato trasferito nei bunker in tempo. Un esito fortunato in una situazione che nessuno aveva previsto — perché nessuno era stato consultato prima.

Vale la pena sottolinearlo: i nostri soldati sono stati messi in pericolo da una decisione presa senza che l’Italia fosse informata preventivamente. Questo è il nesso tra la questione politica dell’umiliazione europea e il rischio concreto per le nostre forze. Non sono due temi separati.

Secondo rischio: Hormuz e le bollette

Il rischio più immediato e diffuso per i cittadini italiani non è militare. È energetico. Ed è già in corso.

Lo Stretto di Hormuz — un corridoio di appena 33-50 chilometri tra la costa iraniana e quella dell’Oman — è il passaggio obbligato per circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a un quinto del consumo mondiale, e per oltre il 30% del Gas Naturale Liquefatto scambiato sul pianeta. I Pasdaran, nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo, hanno trasmesso via radio l’ordine alle navi commerciali di invertire la rotta. Non una dichiarazione formale di blocco — ma l’effetto pratico è equivalente: almeno 240 petroliere e gasiere immobilizzate al largo, premi assicurativi per il rischio guerra schizzati a livelli record, le principali compagnie di navigazione — da Maersk a CMA CGM — che hanno sospeso i transiti.

Per l’Italia, il problema principale non è il petrolio — le nostre importazioni di greggio dal Golfo sono state parzialmente diversificate verso Azerbaigian, Libia e Stati Uniti negli ultimi anni. Il problema è il gas naturale liquefatto. Nel biennio 2023-2024 il Qatar è stato il principale fornitore di GNL per l’Italia via mare, coprendo circa il 45% delle importazioni. E il GNL qatariota non ha strade alternative: ogni metaniera diretta in Europa deve passare per Hormuz. Non esiste un gasdotto di bypass.

Gli effetti si sono già materializzati sui mercati. Il gas TTF europeo ha segnato un balzo del 39% nella prima seduta dopo l’attacco, chiudendo ad Amsterdam a 44,5 euro per megawattora — con un massimo intraday a 49 euro, sui livelli più alti dall’ottobre 2022. QatarEnergy ha annunciato l’interruzione della produzione di GNL a Ras Laffan, il più grande impianto del settore al mondo, dopo che gli attacchi militari hanno coinvolto le sue infrastrutture. Il Brent ha superato gli 82 dollari al barile, con proiezioni che puntano a quota 100 se il blocco dovesse durare oltre una settimana, e ad alcune stime di 120-130 dollari in scenari di conflitto prolungato.

Per le famiglie e le imprese italiane questo si traduce in termini molto concreti: benzina già oltre 1,80 euro al litro, bollette del gas in rialzo nelle prossime settimane, pressione inflattiva che potrebbe spingere la BCE a rivedere la propria politica monetaria. L’economista Carlo Cottarelli ha invitato alla prudenza ricordando come la precedente «guerra dei dodici giorni» del giugno 2025 non abbia avuto effetti duraturi — e che il fattore discriminante resta la durata del blocco. Ma il mercato del GNL, a differenza di quello petrolifero, non dispone di riserve flessibili da immettere rapidamente: è strutturalmente rigido, e uno shock di offerta si trasmette in modo immediato e difficile da assorbire.

Gli stoccaggi europei di gas alla fine di febbraio 2026 ammontavano a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 miliardi del febbraio 2025 e i 77 miliardi del febbraio 2024. La coperta è corta. Se il blocco di Hormuz si prolungasse, l’Europa si troverebbe a competere sui mercati spot con i grandi acquirenti asiatici — Cina, Giappone, Corea del Sud — per aggiudicarsi i carichi disponibili, in un’asta al rialzo che pagherebbero soprattutto i consumatori finali.

C’è un paradosso amaro in tutto questo. L’Italia ha il referendum del 1987 sulle spalle — il voto che ha chiuso la stagione del nucleare civile italiano — e da allora ha sostituito quella quota di produzione con gas importato, gas che ora transita per lo stretto che un paese lontano migliaia di chilometri può chiudere con un ordine radio. La dipendenza energetica non è una fatalità: è una scelta politica ripetuta nel tempo. Questa crisi lo mostra con una chiarezza che nessun convegno aveva saputo comunicare.

Terzo rischio: Sigonella, Aviano e il ruolo di hub NATO

Il terzo livello di rischio è quello logistico-strategico, e riguarda le basi militari sul territorio italiano. Sigonella, in Sicilia, non è solo una base — è la principale piattaforma logistica e di intelligence del Mediterraneo per le operazioni NATO e americane. Ospita droni da sorveglianza strategica, sistemi di comando e controllo, supporto alle operazioni navali. Aviano, in Friuli Venezia Giulia, è sede del 31° Fighter Wing americano, con F-16 e — secondo diverse fonti — armamenti nucleari di tipo B61-4 nell’ambito del programma di condivisione nucleare NATO. Entrambe le basi hanno alzato il livello di allerta a ‘Charlie’, terzo su quattro nella scala NATO.

Finché il conflitto resta geograficamente circoscritto al Medio Oriente, queste basi operano come retrovia logistica — un ruolo già significativo ma non direttamente sotto tiro. Il rischio cambia natura se il conflitto dovesse allargarsi ulteriormente, coinvolgendo direttamente le forze americane in modo prolungato: in quel caso, Sigonella e Aviano passerebbero da retrovia a nodi operativi attivi, con tutto ciò che questo comporta in termini di esposizione.

Il governo ha risposto alzando la protezione su circa 28.000 obiettivi sensibili in tutto il territorio nazionale — una misura precauzionale standard, non un segnale di allarme imminente. Ma la logica è chiara: più l’Italia è coinvolta come hub NATO, più diventa un obiettivo potenziale non tanto per attacchi diretti iraniani, quanto per azioni di destabilizzazione, sabotaggio o attacchi cyber alle infrastrutture critiche, che restano una modalità di conflitto ibrido ben dentro le capacità di Teheran e dei suoi proxy.

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Il quadro che emerge è quindi questo: non siamo in pericolo di guerra sul suolo italiano. Ma non siamo in una bolla di protezione. I nostri soldati hanno già subito un attacco missilistico — e lo hanno scoperto prima del governo. Le nostre bollette stanno già salendo. Le nostre basi sono già in stato di allerta. E tutto questo è cominciato da una decisione presa senza di noi.