Khamenei da gatto a topo. Cerca di fuggire ai missili nascondendosi sottoterra
A dicembre 2025 l’Iran è esploso per fame, rial crollato e sanzioni che hanno strozzato la vita quotidiana; il governo cercava un varco negoziale, ma la Guida Suprema ha risposto con il piombo dei Pasdaran. Oggi Ali Khamenei è “sparito dai radar” mentre cadono i missili: in una teocrazia l’invisibilità non è prudenza, è già sconfitta. E rivela l’ultima ipocrisia: chi predicava martirio dall’alto, ora teme la sorte che ha inflitto ai giovani.
C’è un momento in cui un regime smette di governare e comincia a sopravvivere. Lo si riconosce da un dettaglio: non parla più al suo popolo, parla del suo popolo come di un problema di ordine pubblico. È successo in Iran con le rivolte di fine dicembre 2025, nate nella carne di una crisi economica che non è piovuta dal cielo ma è stata alimentata da un doppio circuito: errori interni, certo, e una pressione esterna di sanzioni e isolamento che ha aggravato l’emorragia del rial e la rarefazione di beni essenziali.
Qui bisogna dire una cosa impopolare, perché è più cristiana che diplomatica: la sofferenza della gente non è una variabile collaterale della strategia. Le sanzioni “mirate”, i congelamenti, le strette bancarie, l’olio che non entra e il pane che costa il doppio sono sempre raccontati come “pressione sul regime”. Ma nella realtà spesso sono pressione sul popolo; e quando il popolo non regge più e scende in strada, i governi autoritari ringraziano: ottengono il pretesto perfetto per la repressione e, se serve, per un nazionalismo d’emergenza.
In quei giorni — mentre l’economia franava e la moneta si sbriciolava — a Teheran qualcuno, nell’esecutivo, sapeva bene che la valanga non si ferma con gli slogan. E infatti emerge (anche da ricostruzioni giornalistiche recenti) l’immagine di una gestione “pragmatica” degli affari di Stato e di una diplomazia nucleare delicata: trattare perché la casa brucia, trattare perché il popolo non ce la fa più.
Ma sopra ogni tavolo, in Iran, c’è sempre un pugno. E il pugno ha un nome antico: velāyat-e faqīh, l’idea che il potere politico ultimo appartenga al “giurista-teologo”. Quella formula, che in teoria dovrebbe custodire la comunità, nella pratica è diventata — con Ali Khamenei — la clausola che autorizza lo Stato a difendersi dalla propria gioventù.
Dicembre 2025: quando lo Stato ha scelto i mitra
Qui l’elzeviro deve essere netto: la repressione non è stata “eccesso”, è stata metodo. Le stime variano, perché nei blackout informativi la verità viene “gestita” come un confine. Ma fonti di attivisti e agenzie per i diritti umani parlano di migliaia di morti e di un uso massiccio di munizioni reali contro manifestanti, con università e ospedali travolti dalla violenza.
E allora diciamolo senza ipocrisie: quando un potere risponde alla fame e alla richiesta di dignità con la mitraglia, quel potere ha già pronunciato la sua sentenza morale. Non c’è turbante che santifichi il sangue, né retorica antimperialista che trasformi i ragazzi abbattuti in “agenti stranieri”. È la vecchia truffa dei regimi: se protesti sei un traditore, se muori eri un infiltrato.
Il cristiano non ha bisogno di scegliere tra propaganda occidentale e propaganda teocratica. Ha una bussola più semplice: la vita innocente. E l’innocente, quando cade, inchioda tutti: anche chi dall’esterno ha spinto l’economia al collasso con il mito che “la pressione farà nascere la libertà”; e soprattutto chi dall’interno ha trasformato lo Stato in una caserma teologica.
Chi è Ali Khamenei: guida spirituale o feroce dittatore?
Ali Khamenei non è un personaggio da profilo biografico: è una istituzione vivente. Discepolo e poi uomo di fiducia nell’orbita di Khomeini, ha retto per decenni il nodo che tiene insieme clero, apparati e Guardie Rivoluzionarie. La sua forza non è mai stata il carisma popolare in senso occidentale, ma il controllo dell’architettura: catene di comando, nomine, fedeltà, paura.
Per questo la domanda è mal posta quando chiede “guida spirituale o dittatore”: nelle teocrazie moderne la dittatura non nega la spiritualità, la usa. Non è un’eccezione morale: è un modello politico. E il punto di rottura arriva quando la spiritualità — che dovrebbe custodire il popolo — viene piegata a giustificare la repressione del popolo.
Oggi, nella fase nuova di guerra aperta, Khamenei appare come “spostato in un luogo sicuro” e la sua sorte è oggetto di indiscrezioni e smentite: alcune fonti parlano di impossibilità di contatto e di incertezza, Teheran sostiene che sia vivo.
Il quadro che emerge è chiaro anche senza certezze cliniche: la Guida Suprema è diventata un bersaglio. E in una teocrazia, il solo fatto di dover “sparire” è già un messaggio politico.
Perché la teocrazia vive di visibilità sacrale: il leader che parla dall’alto, che benedice, che minaccia, che appare. Se quel volto scompare e resta solo l’apparato armato, la teocrazia perde la sua pretesa più profonda: non essere un regime tra i regimi, ma una “guida” oltre la politica. Da quel momento, rimane ciò che era spesso già diventata: una sicurezza di Stato col manto religioso sopra.
Il paradosso: il martirio imposto agli altri, la paura per sé
È qui che la storia si fa ironica in modo tragico. Per anni il regime ha coltivato una pedagogia della resistenza e del martirio, ma amministrata: la sofferenza dovevano portarla gli altri, i “diseredati” utili alla narrazione, i ragazzi arruolati, i cittadini disciplinati. Poi, quando i giovani hanno chiesto pane e futuro, sono stati trattati come bersagli. E ora, quando arrivano i missili e la minaccia diventa personale, il leader “sparisce” e si rifugia nella profondità.
Qualcuno, con cinismo, dirà: è prudenza. Ma il cristiano può leggere una cosa più essenziale: chi ha governato col terrore non riesce più a governare se non col terrore; quando il terrore non basta, resta la fuga.
E qui si incastra l’altra grande ipocrisia — non iraniana, ma occidentale — che fa da cornice a tutto questo disastro. Per settimane si è parlato di “negoziati” e “mediazioni”; poi si è passati all’attacco su larga scala, indebolendo ogni residuo di diplomazia e spingendo il regime a considerare la propria sopravvivenza come posta totale. Reuters nota che l’escalation ha colpito anche il terreno dei colloqui, già fragili.
Se davvero l’obiettivo fosse stato “salvare vite” e “evitare la catastrofe”, la strategia avrebbe dovuto ridurre il rischio di regionalizzazione. Invece la logica dell’urto produce, quasi automaticamente, la logica della risposta: basi nel Golfo, proxy, missili, una regione che si allarga come una macchia d’olio.
La teocrazia a una svolta: sparisce la Guida, resta la Guardia
Un punto, però, è decisivo: in Iran il vuoto non lo riempie la società civile “automaticamente”. Lo riempiono spesso gli apparati. E proprio per questo, nelle ricostruzioni recenti, emerge l’idea di una delega operativa e di gestione d’emergenza a figure di apparato e sicurezza per assicurare continuità decisionale in caso di colpi al vertice.
Tradotto: la teocrazia, se perde la Guida, rischia di diventare più apertamente una tecno-dittatura militare. Sarebbe la confessione finale del fallimento: dopo aver preteso di incarnare la giustizia di Dio, consegnarsi alla sola logica della forza.
E qui torna la frase che lei mi chiede di scolpire: se Khamenei “deve sparire”, ha già perso. Non perché morto o vivo cambi la realtà spirituale — Dio giudica i cuori — ma perché politicamente la sua invisibilità indica che la sacralità del comando si è rotta. E quando si rompe, la paura entra in alto e la rabbia sale dal basso.
Siamo a una svolta in Iran?
Non c’è nulla da celebrare in questa storia: né il martirio imposto ai giovani nelle piazze, né la pioggia di missili come scorciatoia geopolitica. Ma se una condanna va pronunciata con chiarezza, è questa: un potere che spara ai suoi figli per restare in piedi ha già rinnegato la propria legittimità morale. E un Occidente che prima strangola economicamente e poi invoca la libertà dalle macerie dovrebbe almeno avere il pudore di tacere.
La teocrazia iraniana è a una svolta non perché l’hanno colpita da fuori, ma perché si è consumata dentro: ha preferito la mitraglia alla misericordia, l’apparato alla persona, la sopravvivenza del sistema alla vita dei ragazzi. E quando un potere sceglie questo, prima o poi scopre la sua verità: non era guida spirituale. Era solo paura organizzata.
