C’è un modo infallibile per capire quando un potere è in affanno: smette di parlare dei problemi reali e comincia a fabbricare minacce. Viktor Orbán sta facendo esattamente questo, con la disciplina di chi ripete da anni la stessa liturgia: quando l’economia rallenta, i servizi scricchiolano e i sondaggi non sono più una carezza, allora si accende il riflettore sul “nemico” — e si chiede al Paese di votare non per il futuro, ma contro la paura.
L’Ungheria, in questi giorni, è tappezzata da cartelloni pagati con soldi pubblici e spesso costruiti con immagini generate dall’intelligenza artificiale: Zelensky e funzionari UE con le mani tese, come esattori. Slogan martellante: “Non pagheremo!”. Il messaggio è semplice, brutale e perfetto per la propaganda: la minaccia non è la stagnazione, non è l’inflazione, non è la corruzione percepita, non è la fatica quotidiana; la minaccia è Kiev. E Bruxelles è l’intermediario del furto. Così la politica diventa un riflesso: non spiegare, non rendere conto, non riformare; spostare la colpa fuori dai confini.
E qui entra la seconda leva, ancora più cinica perché tocca la pancia: il petrolio. L’interruzione del flusso sull’oleodotto Druzhba (“Amicizia”, che già di suo suona come una beffa) diventa un assist d’oro. Orbán la usa come un grimaldello: accusa Kiev di “blocco”, chiede missioni ispettive, evoca il caos economico, e intanto agita la vera specialità della casa: veto, minaccia, ricatto negoziale. In pratica: “volete i nostri voti su prestiti e sanzioni? Allora riaprite il rubinetto.” Non è un ragionamento energetico: è una tecnica di potere.
E non è solo: Bratislava, con Robert Fico, fa da spalla. L’asse Budapest–Bratislava è l’idea che la fragilità energetica non vada curata con diversificazione e serietà, ma sfruttata come leva politica contro Kiev e contro l’Europa. Non si cerca una soluzione: si costruisce un capitale elettorale sulla crisi. È un capolavoro di opportunismo: trasformare un’infrastruttura colpita dalla guerra in un referendum domestico su “noi contro loro”.
La parte più tossica, però, non è l’uso del petrolio. È la torsione morale: Orbán vende agli ungheresi una favola capovolta. Dice: “Il pericolo è l’Ucraina”, mentre il pericolo vero è un Paese che rischia di essere governato non da scelte, ma da propaganda; non da responsabilità, ma da reazioni; non da riforme, ma da nemici di cartapesta. Quando un leader ti chiede di temere Kiev, in realtà ti sta chiedendo di non guardare Budapest.
Questa è la sua architettura elettorale: fabbricare emergenze e presentarsi come unico argine. Con un dettaglio in più, oggi: la campagna non è solo aggressiva, è tecnologicamente sofisticata. L’AI non serve a informare meglio: serve a rendere la paura più “condivisibile”, più rapida, più virale. Il risultato è una politica che non convince: condiziona.
Il problema, per l’Europa, non è solo Orbán. Il problema è l’Europa che continua a comportarsi come se il veto fosse un’opinione e non un’arma. Perché finché Bruxelles tratta il ricatto come “negoziazione dura”, Orbán impara una lezione: funziona. E se funziona, lo ripeterà. Oggi è Druzhba. Domani sarà un’altra infrastruttura, un altro pacchetto sanzioni, un altro prestito, un altro “non pagheremo”.
Il punto politico, quello che fa male dirlo, è questo: Orbán non sta difendendo l’Ungheria dall’Ucraina. Sta difendendo Orbán dall’Ungheria reale. Dalla fatica sociale, dalla richiesta di trasparenza, dalla contestazione di un sistema che dopo sedici anni di potere non può più vivere di slogan.
Ecco perché l’elzeviro, oggi, non deve farsi ipnotizzare dal fumo. La “battaglia per l’Amicizia” è una battaglia per l’urna. La guerra di cartelloni contro Kiev è una guerra per distrarre. E quando un leader chiede di votarlo perché “loro” sono il problema, significa che non ha più il coraggio di dire: io sono responsabile.
