Se davvero volete la verità sul caso Epstein, oggi non dovreste mettere sotto i riflettori Bill Clinton come fosse l’ultima chiave del mistero. Dovreste fare una cosa infinitamente più semplice — e infinitamente più esplosiva: interrogare sotto giuramento Donald Trump. E già che ci siete, anche Elon Musk, che nella saga Epstein è entrato non da testimone casuale ma da amplificatore di allusioni, “feste sfrenate” e retoriche da social che, quando convengono, diventano improvvisamente “solo battute”.

Invece Washington sceglie la strada più comoda: il rito stanco della distrazione. I repubblicani richiamano i Clinton come si richiama un vecchio antagonista in una serie televisiva: fa audience, eccita la base, promette scandalo, ma soprattutto sposta il baricentro lontano dal punto che brucia davvero. Hillary Clinton, ieri, lo ha detto in faccia alla Commissione: questa audizione è “teatro politico partigiano”. E, a giudicare dalle cronache, la definizione è persino gentile.  

Perché cosa è accaduto? Hillary, convocata a porte chiuse a Chappaqua, ha ripetuto l’essenziale: non ricorda di aver mai incontrato Epstein, non ha volato sul suo aereo, non è stata nelle sue proprietà. Fin qui, nulla che giustifichi ore di interrogatorio. Poi, raccontano le fonti, la seduta è scivolata nella palude: domande ripetitive, deviazioni su teorie complottiste, persino episodi grotteschi come la foto “trapelata” durante una deposizione che gli stessi repubblicani volevano non pubblica.  

Oggi tocca a Bill. E qui la faccenda è meno scenica e più concreta: Bill Clinton ha avuto, nel tempo, rapporti sociali e filantropici con Epstein, inclusi viaggi e fotografie che alimentano insinuazioni. Ma — ed è un “ma” che i professionisti del fango omettono — non è mai stato accusato di reati legati al traffico sessuale di Epstein, e le ricostruzioni pubbliche, finora, non producono l’atto che chiuda la partita. La Commissione può chiedere chiarimenti, certo. Ma non può far passare questa audizione per “la verità sul caso Epstein” senza compiere un capolavoro di ipocrisia istituzionale.  

Il punto è che, nel frattempo, sul tavolo c’è un nodo molto più imbarazzante per l’amministrazione: la contestazione pubblica sulla pubblicazione incompleta dei file e, soprattutto, la questione dei documenti mancanti che riguarderebbero materiali FBI collegati a un’accusa non verificata e mai corroborata contro Trump. Qui bisogna essere rigorosi: accusa non verificata non significa colpevolezza. Ma documenti indicizzati e non pubblicati significano una cosa soltanto: che la trasparenza viene usata come un rubinetto politico. E quando la trasparenza diventa selettiva, il danno non è per un partito: è per lo Stato.  

E allora la manovra appare per quello che è: un gioco di prestigio.

“Guardate i Clinton!” — dicono. E intanto non si affronta l’unica domanda davvero istituzionale: perché il Comitato, così zelante nel convocare Hillary (che dichiara di non sapere nulla di utile), non mostra lo stesso zelo nel convocare il presidente in carica? Reuters registra che il presidente della Commissione, James Comer, respinge l’idea di sentire Trump, sostenendo che sarebbe già stato “trasparente”. È una frase che suona come la definizione perfetta della nostra epoca: la trasparenza come dichiarazione, non come verifica.  

C’è poi un’altra torsione, ancora più tossica: Epstein diventa, ancora una volta, un pretesto. I più cinici lo sanno: il mostro perfetto serve per sporcare tutti e salvare qualcuno. Si butta nel tritacarne chi “scalda” la base — i Clinton sono da trent’anni il carburante preferito della mitologia MAGA — e si spera che, nel rumore, il pubblico non chieda conto dei dettagli che contano. Ma è proprio qui che il boomerang è possibile: ogni ora passata a interrogare Hillary su ciò che dice di non sapere è un’ora che riporta l’attenzione su ciò che non si vuole chiedere a Trump, e su ciò che non si vuole chiarire nei file.  

Il tema, oggi, non dovrebbe essere “Bill Clinton al Congresso”. Dovrebbe essere: la democrazia americana può ancora sostenere un’inchiesta senza trasformarla in propaganda?

Perché il vero scandalo non è che Epstein fosse bipartisan nel cercare influenza — questo, nei sistemi di potere, è quasi ovvio. Il vero scandalo è che, davanti a un caso che riguarda sfruttamento, abusi, reti di complicità e fallimenti istituzionali, il Congresso sembri preferire il casting del nemico storico all’unica cosa che conta: la prova.

Se volete la verità, smettete di usare i Clinton come paravento rituale.

Portate la questione dove fa male: sotto giuramento, con domande tracciabili, con atti completi, senza file “a geometria variabile”. Altrimenti non è inchiesta: è teatro. E nel teatro, come sempre, le vittime diventano comparse mentre i potenti discutono la scenografia.