C’è un modo infallibile per riconoscere quando un potere ha smarrito il contatto con la realtà: la chiama “età dell’oro”. Lo fa mentre i nervi del Paese sono scoperti, mentre la società è stremata, mentre la politica diventa teatro e la coscienza civile viene sfinita a colpi di slogan. Il discorso di Donald Trump al Congresso – 108 minuti, record storico – non è stato un “State of the Union”: è stato uno show di auto-incoronazione, una lunga omelia rovesciata in cui al posto del bene comune si predica la fedeltà al capo e al posto della verità si celebra la “narrazione”.  

Il copione è sempre lo stesso, solo più aggressivo: prosperità proclamata, colpevoli indicati, avversari insultati, istituzioni piegate a fondale scenografico. E quando la realtà bussa – il costo della vita, il disagio sociale, le tensioni nelle città – si alza il volume, si allunga il tempo, si moltiplicano i bersagli. È trumpismo puro: una retorica che non governa i problemi, li sfrutta; non ricuce, divide; non costruisce, eccita.

Dentro quell’aula si è vista un’America che non riesce più neppure a simulare unità. I democratici seduti e muti, altri assenti per scelta. Un deputato, Al Green, trascinato fuori dopo aver alzato un cartello con scritto “Black people aren’t apes!”, risposta a un video razzista condiviso dal presidente e poi rimosso senza scuse. È una scena terribile non perché “interrompe il decoro”, ma perché fotografa l’abisso: quando il linguaggio pubblico viene avvelenato dall’alto, la protesta diventa l’unico modo per ricordare l’umano.  

Poi arriva il capitolo più tossico: immigrazione e sicurezza, cioè il settore in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa caccia. Trump ha chiamato i suoi avversari “pazzi”, ha preteso fondi senza condizioni, ha attaccato le “città santuario”. Ma soprattutto ha parlato come se Minneapolis non esistesse: nessun confronto con lacerazioni reali, nessun nome, nessuna domanda morale. Eppure Minneapolis è il luogo dove la retorica di “ordine” si è trasformata in sangue: le uccisioni di Alex Pretti e Renée Nicole Good durante operazioni e proteste legate all’enforcement migratorio hanno scoperchiato ciò che si tenta di normalizzare – agenti mascherati, clima di paura, conflitto aperto nelle comunità. Quando Ilhan Omar e Rashida Tlaib gli urlano “you’re killing Americans”, non stanno facendo teatro: stanno inchiodando la politica alla sua conseguenza.  

Qui un cattolicesimo “militante sociale” deve essere netto: la sicurezza non è un idolo. Uno Stato ha diritto di far rispettare le leggi, ma non ha diritto di trasformare la fragilità in bersaglio e la frontiera in uno strumento di propaganda. Se la “protezione dei cittadini” viene declinata come disprezzo dell’altro, come sospetto permanente, come militarizzazione della vita quotidiana, allora non è protezione: è un dispositivo di potere. E quando quel dispositivo pretende applausi, siamo già oltre la politica.

Sulla parte economica, l’“età dell’oro” si rivela per ciò che è: una sceneggiatura. Trump ha attaccato la Corte Suprema per aver bocciato i suoi dazi “globali” (definiti “infelici”), e ha rilanciato l’idea di nuovi dazi così estesi da poter sostituire “sostanzialmente” l’imposta sul reddito. È il sogno del tribuno: far credere che pagheranno “gli altri” – gli stranieri, i partner commerciali – e che il benessere si materializzerà per incanto. Ma i dazi, nella storia economica reale, non sono una magia morale: sono una tassa travestita, con effetti redistributivi, ritorsioni, distorsioni. La Corte lo ha fermato su basi giuridiche precise. E lui risponde non con un ripensamento, ma con un attacco.  

Il cuore del discorso, però, è stato un altro, più inquietante: la normalizzazione dell’eccezione. Dire “dovrebbe essere il mio terzo mandato”, tornare sulla frode elettorale del 2020, invocare requisiti più stringenti per il voto e colpire il voto per posta: non sono “opinioni”. È un messaggio disciplinare: la democrazia è legittima solo se produce il risultato gradito. La “golden age” è quella in cui la regola vale finché non ostacola il leader.

Eppure, proprio qui, la propaganda scricchiola. Le reazioni dell’opposizione – con la replica affidata alla governatrice della Virginia, Abigail Spanberger – hanno puntato su un nervo essenziale: l’affordability, il costo della vita, ciò che “tiene svegli la notte” gli americani. Il contrasto non poteva essere più netto: da una parte la grandeur annunciata; dall’altra la quotidianità che non torna. E non è un dettaglio da campagna elettorale: è il punto in cui l’etica sociale diventa politica concreta. Perché se un governo parla di “oro” mentre la gente fa i conti con l’argento che manca, allora non sta guidando: sta gaslighting, sta chiedendo al Paese di dubitare della propria esperienza.  

Che cosa resta, allora, di questi 108 minuti? Resta una diagnosi: un potere che si regge sullo spettacolo ha bisogno di nemici, non di cittadini; di tifoserie, non di popolo; di fedeltà, non di giustizia. E a un cattolicesimo sociale non spetta l’equidistanza estetica, ma la parola severa: un’“età dell’oro” costruita sulla paura degli ultimi, sulla delegittimazione delle istituzioni e sulla menzogna ripetuta fino a diventare rumore di fondo non è oro. È latta. Lucida, rumorosa, pericolosa.