Almeno 25 soldati morti e alcune città messe a ferro e a fuoco dal suo cartello
La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, non è soltanto la fine di un uomo. È la fine di un’epoca del narcotraffico messicano e, insieme, l’inizio di una fase ancora più incerta. Il capo del CJNG è caduto tra i boschi di Tapalpa, in Jalisco, dopo un’operazione delle forze speciali messicane resa possibile da un lavoro di intelligence di lungo periodo e da informazioni complementari fornite dagli Stati Uniti. Il dettaglio che ha permesso di stringere il cerchio — la visita di una partner sentimentale — aggiunge alla cronaca criminale una nota quasi classica: anche i capi più feroci, alla fine, inciampano nelle fragilità private.
Ma sarebbe un errore leggere tutto questo come il “lieto fine” di una lunga caccia. La caduta del Mencho ha immediatamente mostrato il vero volto del potere cartellare: non solo un vertice da colpire, ma una macchina capillare, ramificata, pronta a reagire con logica quasi insurrezionale. Le ritorsioni del CJNG hanno prodotto blocchi stradali, incendi, attacchi coordinati e una scia di morti che ha colpito soprattutto le forze dello Stato. I dati diffusi dal governo e rilanciati dalla stampa parlano di 25 membri della Guardia Nacional uccisi, oltre a un custodio, un agente della procura e una civile, con decine di presunti sicari morti e 70 arresti. In alcune ricostruzioni, i blocchi hanno raggiunto quota 252 in 20 Stati: un numero che, da solo, dice più di molti discorsi sulla capacità del cartello di proiettare caos ben oltre Jalisco.

La scena che resta, allora, non è quella di una vittoria semplice. È quella di uno Stato che colpisce il suo nemico principale, ma paga un prezzo altissimo per riaffermare il proprio monopolio della forza. E proprio qui sta il punto politico. La presidente Claudia Sheinbaum e il suo gabinetto della sicurezza, con Omar García Harfuch e il generale Ricardo Trevilla in prima linea, hanno voluto marcare una discontinuità netta rispetto alla stagione degli slogan (“abrazos, no balazos”), scegliendo una postura di intelligence, coordinamento e uso della forza. La retorica ufficiale insiste su un concetto preciso: cooperazione con Washington, sì; operazione messicana e decisione sovrana, però. È un messaggio rivolto sia all’interno — dove da anni serpeggia il sospetto di collusioni e impotenza — sia agli Stati Uniti, che da tempo premono per risultati visibili sul fronte del fentanyl e dei grandi cartelli.
Eppure il nodo più duro comincia adesso. Perché i cartelli non sono monarchie assolute, ma ecosistemi criminali. Tagliare la testa non basta se il corpo è già distribuito in cellule territoriali, economie illegali, apparati logistici, reti di corruzione e controllo sociale. Il CJNG non vive solo di droga: vive di estorsione, combustibili rubati, gestione del territorio, intimidazione capillare. La morte del Mencho apre una successione e, con essa, il rischio classico del narcotraffico messicano: la frammentazione violenta, cioè la moltiplicazione dei focolai. Le stesse autorità, non a caso, hanno dichiarato di monitorare da vicino i possibili capi emergenti e i movimenti interni del cartello.
C’è poi un altro elemento, meno spettacolare ma più rivelatore: l’impatto civile. In poche ore, la violenza ha interrotto voli, chiuso scuole, colpito attività economiche, bruciato centinaia di veicoli in una città simbolo come Puerto Vallarta. Perfino una campagna vaccinale contro il morbillo è stata sospesa in strada, segno che il narcotraffico non è soltanto un problema di ordine pubblico, ma una forma di sovranità concorrente che altera la vita quotidiana, la salute pubblica, la percezione stessa della normalità. È qui che si misura davvero la forza di uno Stato: non nel comunicato trionfale, ma nella capacità di impedire che il vuoto lasciato dal capo venga riempito da nuove guerre locali.
In questo senso, il volto più potente di questa storia non è quello del narco caduto. È quello del generale Trevilla che si commuove parlando dei militari morti. Non è una scena di propaganda: è la rappresentazione plastica del costo umano della riconquista dello Stato. Il Messico ha colpito il suo bersaglio più simbolico; adesso deve dimostrare di saper governare le conseguenze. Se non riuscirà a stabilizzare i territori, proteggere i civili e contenere la vendetta delle reti criminali, la morte del Mencho resterà una grande operazione tattica, ma non una svolta storica.
La vera domanda, dunque, non è se il Mencho sia caduto. È se, caduto lui, lo Stato messicano saprà restare in piedi — e restarci davvero.

