La pubblicazione da parte di Donald Trump di messaggi privati scambiati con Emmanuel Macron e con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, segna un nuovo e imbarazzante salto di qualità nella trasformazione della diplomazia in spettacolo. Comunicazioni riservate diventano strumenti di pressione pubblica, tra minacce tariffarie, lusinghe selettive e rottura delle consuetudini tra alleati, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti transatlantici e l’asimmetria di potere nella gestione dell’agenda internazionale.

C’è un elemento che accomuna ormai molte delle iniziative internazionali di Donald Trump: la deliberata esposizione del retroscena. Ciò che per decenni è rimasto confinato nella discrezione diplomatica – lettere riservate, messaggi informali, contatti preparatori – viene oggi trasformato in contenuto politico pubblico, rilanciato sui social come prova di forza, strumento di pressione, talvolta di umiliazione dell’interlocutore. Non è una distrazione né un incidente di comunicazione: è un metodo.

Dopo aver reso noti scambi epistolari con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, Trump ha deciso ora di pubblicare screenshot di messaggi privati ricevuti dal presidente francese Emmanuel Macron e dal segretario generale della NATO, Mark Rutte. La veridicità di questi messaggi è stata confermata dagli entourage interessati, il che rende il caso politicamente ancora più delicato: non siamo di fronte a fake news, ma a una rottura consapevole delle regole non scritte della diplomazia.

Nel messaggio reso pubblico, Macron propone a Trump un vertice del G7 a Parigi, a margine del Forum di Davos, con l’idea – altamente simbolica – di invitare, separatamente, ucraini e russi, oltre a danesi e siriani. Se realizzata, una simile iniziativa segnerebbe un cambio di paradigma rispetto alla linea seguita dall’Occidente dall’inizio della guerra in Ucraina. Ma più del contenuto colpisce la forma: una proposta riservata trasformata unilateralmente in messaggio pubblico, senza alcun consenso preventivo.

È qui che nasce l’imbarazzo politico. Perché la pubblicazione selettiva di comunicazioni private altera radicalmente il rapporto tra alleati. Non si tratta più di negoziare, ma di mettere in scena la negoziazione, costringendo l’altro a reagire sotto lo sguardo dell’opinione pubblica globale. Macron, che pure rivendica coerenza tra linea pubblica e privata, si è trovato esposto a una dinamica che lo priva di margine: ogni parola può diventare materiale di pressione, ogni apertura una potenziale debolezza.

Il quadro si complica ulteriormente con l’uso apertamente ritorsivo del linguaggio economico. Trump ha minacciato tariffe del 200% su vini e champagne francesi, collegandole esplicitamente al rifiuto di Parigi di aderire al Consiglio di Pace promosso dalla Casa Bianca per Gaza e altri conflitti. Qui la diplomazia cede il passo a una logica di ricatto politico-commerciale, che la Francia ha definito “inaccettabile e inefficace”. Non è solo una tensione bilaterale: è una messa in discussione del principio secondo cui la politica estera non può essere piegata a strumenti punitivi unilaterali tra alleati.

Ancora più rivelatore è il capitolo NATO. Trump ha diffuso messaggi privati del segretario generale Mark Rutte, dal tono apertamente elogiativo, quasi deferente. Non è la prima volta: già alla vigilia del vertice dell’Aia, il presidente americano aveva reso pubblici complimenti preventivi legati all’aumento della spesa militare europea. Anche qui il messaggio è chiaro: chi si allinea viene esposto come esempio virtuoso; chi resiste, come Macron, rischia di essere isolato o colpito.

Il problema, tuttavia, va oltre le singole personalità. Siamo di fronte a una trasformazione della diplomazia in pratica performativa, dove la riservatezza non è più una garanzia di efficacia ma un ostacolo da demolire. In questo schema, il leader che controlla la piattaforma – in questo caso Truth – controlla anche il ritmo e la cornice del confronto. La comunicazione diventa potere, e il potere si esercita attraverso l’imprevedibilità.

Per l’Europa, l’imbarazzo è doppio. Da un lato, deve gestire un alleato imprescindibile ma sempre più incline a usare strumenti unilaterali e personalistici; dall’altro, deve interrogarsi sulla propria vulnerabilità comunicativa. In un sistema in cui ogni messaggio può essere reso pubblico senza preavviso, la fiducia tra governi si indebolisce, e con essa la possibilità stessa di mediazione.

Alla fine, ciò che emerge non è solo lo stile di Trump, ma la fragilità di un ordine internazionale che fatica a difendere le proprie regole informali. Quando la diplomazia perde il pudore della discrezione, resta solo la forza del più rumoroso. E in questo gioco, l’Europa rischia di essere sempre l’interlocutore messo in vetrina, mai il regista della scena.