Riflessioni per la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia
Vi sono giornate nel calendario civile che non si lasciano semplicemente celebrare. Esigono, piuttosto, di essere pensate. La Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia — fissata ogni anno il 17 maggio — è una di queste. Chi si ferma ad esaminarla con onestà intellettuale si trova dinanzi a un groviglio di questioni che non si esauriscono nell’emozione che essa legittimamente suscita, né nel consenso che le viene tributato con crescente automatismo nei consessi internazionali. Una riflessione filosoficamente rigorosa e pastoralmente sincera non può esimersi dal distinguere piani che la cultura dominante tende con sempre maggiore insistenza a sovrapporre.
Il primo piano è quello della dignità della persona. Su questo, non vi è ambiguità alcuna possibile dal punto di vista cristiano. Ogni essere umano, in quanto portatore dell’imago Dei, è inviolabile nella sua persona. Il dileggio, la violenza, l’esclusione sociale, la persecuzione giuridica di chi vive condizioni di omosessualità o di disagio nell’identità sessuale sono mali morali che vanno nominati come tali, senza reticenze. La tradizione cattolica lo ha sempre saputo, anche quando la predicazione concreta non sempre ne ha tratto le conseguenze pastorali necessarie. Qui risiede una colpa storica che sarebbe disonesto non riconoscere: non poche comunità ecclesiali hanno inflitto sofferenze inutili e crudeli a persone che avrebbero avuto diritto all’accoglienza. Su questo punto, la Giornata del 17 maggio tocca una ferita reale.
Ma vi è un secondo piano, radicalmente distinto dal primo, che la Giornata tende sempre più a incorporare nel proprio orizzonte ideologico: la pretesa che il riconoscimento della dignità personale implichi necessariamente l’omologazione normativa di qualsiasi forma di convivenza o di strutturazione familiare, e che il rifiuto di tale omologazione costituisca di per sé un atto di discriminazione. È qui che la riflessione filosofica deve farsi precisa e coraggiosa.
La questione non è di ordine confessionale. È di ordine ontologico. La natura non è una costruzione culturale: essa precede la cultura, la fonda e la orienta. La cultura umana — prodigio incomparabile tra gli esseri viventi — nasce proprio dalla capacità di riconoscere e articolare ciò che la natura offre come dato, non come materia indifferente da plasmare a piacimento. L’uomo è l’unico essere che interpreta la propria natura, è vero; ma l’interpretazione presuppone un testo, non lo crea. Quando la cultura pretende di sostituirsi alla natura — quando afferma di poter ridefinire il corpo, la differenza sessuale, la generatività — non compie un atto di libertà, bensì un atto di hybris: la stessa hybris che i Greci sapevano essere foriera di nemesi.
Il problema assiologico che si pone è, a ben vedere, quello che Romano Guardini aveva intravisto già nel Novecento: la modernità non ha semplicemente esteso i valori tradizionali, li ha invertiti nella loro gerarchia. Ciò che era mezzo è diventato fine; ciò che era contingente è diventato assoluto; ciò che era dato è diventato prodotto. Il corpo umano — miracolo di struttura e significato — è trattato dalle ideologie del gender come un substrato neutro su cui la volontà soggettiva scrive i propri significati. Ma un corpo non è una lavagna. Esso parla prima ancora che noi parliamo di esso. La differenza sessuale non è una convenzione culturale sovrapposta a una materia neutra: è una forma di significato iscritta nella carne, orientata alla relazione, all’alterità, alla vita.
Non si tratta di negare la complessità delle esperienze individuali — la psicologia clinica ha documentato con sufficiente rigore quanto la formazione dell’identità sessuale sia un processo delicato, suscettibile di perturbazioni molteplici. Si tratta di non confondere la descrizione fenomenologica del vissuto con la prescrizione normativa per l’intera società.
Un quarto nodo merita attenzione: quello dell’educazione. Le politiche che, in molti paesi europei, introducono nelle scuole pubbliche programmi ispirati alla teoria del gender come se fossero scienza consolidata e non ideologia filosoficamente controversa, pongono un problema che non è di intolleranza ma di verità e di libertà educativa. I genitori hanno il diritto primario — riconosciuto anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, all’articolo 26 — di scegliere il tipo di educazione da impartire ai propri figli. Presentare ai bambini come dogma acquisito ciò che è ancora oggetto di dibattito tra antropologi, filosofi, psicologi e biologi non è apertura mentale: è un’altra forma di conformismo imposto, tanto più insidiosa perché si ammanta del linguaggio della liberazione.
Le lobby che operano in questo ambito — e sarebbe ingenuo negarne l’esistenza e l’influenza sulle istituzioni internazionali — agiscono secondo una logica che non tollera il dissenso. Chi obietta viene qualificato con l’etichetta di fobico — termine clinico cui si attribuisce una valenza morale per silenziare l’argomentazione razionale. È una forma di pensiero debole travestito da pensiero forte: non risponde alle obiezioni, le patologizza.
.Su questo punto si impone un’ultima riflessione, di carattere epistemologico. Nel 1973, l’American Psychiatric Association rimosse l’omosessualità dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali — decisione poi recepita dall’Organizzazione mondiale della sanità. La mossa fu salutata come un trionfo della scienza sulla prevenzione. E tuttavia — l’interrogativo va posto senza malizia, ma con rigore — perché ancora oggi i percorsi di transizione di genere prevedono, pressoché ovunque, un lungo accompagnamento psicologico e psichiatrico obbligatorio prima dell’intervento chirurgico? Se la disforia di genere non è un disturbo — se è semplicemente una variante dell’identità da affermare e celebrare — perché l’iter clinico richiede anni di valutazione da parte di specialisti della salute mentale?
La contraddizione non è piccola. Rivela che la questione rimane aperta sul piano scientifico molto più di quanto l’ortodossia culturale oggi dominante voglia ammettere. La scienza procede per falsificazione e revisione; l’ideologia per acclamazione e scomunica. Distinguere le due cose è compito ineludibile di ogni intellettuale onesto, credente o no.
.La Chiesa cattolica è chiamata oggi a un esercizio difficilissimo: tenere insieme la compassione senza la capitolazione, la verità senza la crudeltà, la fedeltà alla natura senza la complicità con qualsiasi forma di sopraffazione. Non è un equilibrio comodo. Richiede quella che Benedetto XVI chiamava la caritas in veritate: non la verità che ferisce senza amare, né la carità che cede senza discernere, ma la tensione feconda tra le due.
La Giornata del 17 maggio chiede di essere presa sul serio proprio in questo senso: non come occasione di applausi rituali né come bersaglio di polemiche sommarie, ma come provocazione filosofica che obbliga ciascuno — nella Chiesa e fuori di essa — a domandarsi dove finisce la tutela della persona e dove comincia l’ingegneria dell’umano. È una domanda che non ammette risposte pigre.
La persona va sempre accolta. La natura va sempre rispettata. La cultura va sempre interrogata. Tre imperativi che non si escludono — a meno che non si voglia, per comodo o per paura, rinunciare a uno di essi.
