Artemis II tocca il punto più remoto mai raggiunto dall’uomo. Mentre la Terra che ha lanciato quella capsula smantella la scienza che l’ha resa possibile

La capsula Orion ammarava al largo della California mentre Kate Marvel era già a casa sua da undici giorni, dopo aver lasciato la scrivania del Goddard Institute con una lettera di dimissioni che nessun ufficio stampa della NASA ha commentato. Artemis II ha portato l’umanità più lontano che mai dalla Terra. Sulla stessa Terra, l’amministrazione che ha finanziato la missione ha licenziato quattromila scienziati, eliminato la posizione di chief scientist, tagliato il budget ai minimi dal 1961 e silenziato chi studiava il pianeta che quegli astronauti hanno visto scomparire, bellissimo e fragile, dietro l’orizzonte della Luna.

C’è un’immagine che la NASA ha diffuso in questi giorni e che vale la pena guardare a lungo, in silenzio: la Terra — il nostro pianeta intero, la nostra casa unica e irripetibile — che scompare dietro l’orizzonte della Luna. Non è un’alba. È un tramonto terrestre. Visto da 406.000 chilometri di distanza, il pianeta che ospita otto miliardi di esseri umani, tutte le loro guerre e le loro speranze, tutti i loro algoritmi e i loro algoritmi di odio, appare piccolo come non si riesce a immaginare stando qui. E scompare.

Gli astronauti di Artemis II — Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen — hanno guardato quella scena il 6 aprile scorso dal finestrino della capsula Orion. Stavano battendo un record che resisteva da cinquantasei anni: la massima distanza dalla Terra mai raggiunta da esseri umani. Quattrocentoseimila chilometri. Più lontano di Apollo 13, che quel record lo aveva stabilito nel 1970 non per gloria ma per sopravvivenza, con un modulo di servizio esploso e tre astronauti che pregavano che la fisica facesse il suo corso. Questa volta la capsula funzionava. Questa volta si tornava a casa per scelta, non per miracolo.

Jeremy Hansen, l’astronauta canadese — primo non americano a volare attorno alla Luna — ha trovato le parole giuste dal finestrino di quella capsula: “Scegliamo questo momento per lanciare una sfida a questa generazione e alle prossime, affinché questo record non duri a lungo.” È il gesto antico dell’esploratore che punta oltre il proprio orizzonte non per sé, ma per chi verrà dopo. Una sfida lanciata dal punto più remoto che l’umanità abbia mai toccato.

Quello che la distanza non mostra

Ma c’è qualcosa che quella fotografia bellissima non mostra. Qualcosa che accadeva sulla Terra mentre Orion disegnava la sua traiettoria oltre la Luna.

Il 24 marzo 2026, tre settimane prima che Artemis II decollasse, Kate Marvel si alzava dalla scrivania del Goddard Institute for Space Studies della NASA — dov’era arrivata più di dieci anni prima, giovane ricercatrice con una laurea a Stanford e una passione per la fisica del clima — e consegnava le sue dimissioni. Nella sua lettera, citava gli attacchi dell’amministrazione Trump al suo campo di ricerca: “Avevo anticipato che il nostro lavoro sarebbe stato messo in discussione, ma solo perché le sue implicazioni erano politicamente scomode. Non mi aspettavo mai che la scienza stessa venisse attaccata.”

Marvel scrisse al direttore del Goddard Institute Gavin Schmidt e al suo vice Ron Miller: “Non mi aspettavo mai che la scienza stessa venisse attaccata, semplicemente perché essa — come il giornalismo, la storia, e persino la migliore arte — è un modo di cercare la verità.”

Kate Marvel non è una voce isolata. La sua partenza si aggiunge a una lista crescente di addii scientifici dalla struttura federale americana. Più di quattromila dei circa diciassettamila dipendenti originali della NASA sono stati spinti fuori attraverso dimissioni coatte o licenziamenti, e l’agenzia ha subito i tagli più pesanti ai suoi programmi scientifici nella sua storia. Il budget proposto dalla Casa Bianca per l’anno fiscale 2026, corretto per l’inflazione, sarebbe il più basso dal 1961, quando Alan Shepard divenne il primo americano nello spazio.

Quasi quattromila scienziati, ingegneri e professionisti dello spazio hanno lasciato l’agenzia attraverso dimissioni forzate e licenziamenti, in mezzo a rapide riorganizzazioni e incertezze di finanziamento. Quella perdita rappresenta una dissoluzione di competenze specializzate e di memoria istituzionale che richiederà anni per essere ricostruita.

La scienza che non si può mandare in orbita

La capsula Orion che porta quattro astronauti a 406.000 chilometri dalla Terra è il prodotto di decenni di ricerca scientifica accumulata, di generazioni di ingegneri e fisici che hanno risolto problemi uno per uno, di istituzioni che hanno saputo trasmettere sapere da una generazione all’altra. Non si costruisce in un mandato presidenziale. Non si improvvisa. È la decantazione lenta di qualcosa che assomiglia, nella sua struttura profonda, a ciò che Kate Marvel chiama semplicemente “un modo di cercare la verità.”

Ed è esattamente questo che viene attaccato. Non le missioni spettacolari — quelle sono utili, fanno bandiera, producono immagini che il mondo condivide con ammirazione. Vengono attaccati i dati che nessuno vuole vedere: le temperature che salgono, i ghiacci che si sciolgono, le correlazioni scomode tra le emissioni e i disastri. Viene eliminata la posizione del chief scientist della NASA. Viene smantellato il programma di ricerca sul clima globale. Vengono licenziati quasi quattrocento autori del prossimo National Climate Assessment. Le parole “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale” scompaiono dai database delle sovvenzioni scientifiche, sostituite da eufemismi come “eventi meteorologici estremi.”

Kate Marvel, in un’intervista successiva alle dimissioni, ha descritto il clima tra i ricercatori con una lucidità amara: “La gente dice: cosa stiamo facendo? Se nessuno ci ascolterà, se saremo solo lo scienziato nei film catastrofici che esiste per essere ignorato e poi viene ucciso nella prima grande scena d’azione, cosa stiamo facendo qui? C’è molta frustrazione.”

kate marvel

Il paradosso della capsula

Il paradosso di questo momento storico è quasi insostenibile nella sua ironia. La stessa nazione che ha costruito Orion — che ha finanziato per decenni la ricerca sui materiali, sulla termodinamica, sulla meccanica orbitale, sulla biologia umana nello spazio — sta smantellando sistematicamente la sua capacità di fare scienza. Lancia astronauti oltre la Luna e licenzia chi studia cosa sta succedendo alla Terra. Batte il record di distanza dallo spazio profondo e nel frattempo demolisce l’istituzione che aveva dato i nomi a queste missioni: il Mary W. Jackson NASA Headquarters, che porta il nome di una matematica nera che negli anni Sessanta calcolava a mano le traiettorie dei razzi quando i computer non c’erano ancora, è stato svuotato dei suoi ricercatori.

Christina Koch, prima donna a volare attorno alla Luna, Victor Glover, prima persona di colore a compiere quella traiettoria, Jeremy Hansen, primo non americano a spingersi così lontano: Artemis II è stata, nella composizione del suo equipaggio, la missione più inclusiva della storia dell’esplorazione spaziale umana. Un passo simbolico enorme, compiuto mentre sulla Terra l’amministrazione che l’ha finanziata smantellava i programmi DEI e licenziava i ricercatori che non si conformavano alla nuova linea politica.

Non è una contraddizione accidentale. È la descrizione precisa di un sistema che sa usare la scienza come spettacolo e la teme come conoscenza.

Quello che resta, dal punto più lontano

Gli astronauti di Artemis II hanno fotografato il lato nascosto della Luna con una risoluzione mai vista. Hanno documentato crateri, antiche colate laviche, fratture superficiali. Hanno visto regioni che nessun occhio umano aveva mai guardato da quella distanza e con quella chiarezza. Hanno osservato un’eclissi solare dallo spazio. Hanno tenuto il pianeta in palmo di mano — metaforicamente, dalla finestra di Orion — e lo hanno visto scomparire dietro la Luna.

Da quel punto di vista privilegiato e vertiginoso, la Terra non ha confini politici. Non ha amministrazioni. Non ha algoritmi né bilanci tagliati. Ha solo la sua atmosfera sottile come una buccia di mela — lo diceva Carl Sagan, e lo diceva per questo — che la protegge dal vuoto e dal freddo assoluto dello spazio. Quell’atmosfera che cambia. Che si scalda. Che nessun decreto presidenziale può convincere a comportarsi diversamente dalle leggi della fisica.

Kate Marvel ha lasciato la NASA il 24 marzo. La capsula Orion è decollata l’1 aprile. Sono partiti con dieci giorni di distanza, in direzioni opposte. Lei verso terra, verso la vita civile, verso i libri e le conferenze e le interviste in cui continuerà a dire quello che la scienza le ha insegnato. Loro verso il punto più remoto che l’umanità abbia mai toccato.

C’è qualcosa di profondamente umano in entrambi i gesti. Cercare la verità, anche quando non è comoda. Andare più lontano, anche quando fa paura. Sfidare la prossima generazione a non fermarsi qui.

Il record di Artemis II non durerà a lungo, ha detto Jeremy Hansen dal finestrino di Orion. Speriamo abbia ragione. Speriamo che la prossima generazione di scienziati trovi ancora un’istituzione in cui lavorare quando arriverà il suo turno.

Il 6 aprile 2026, quattro astronauti guardano il pianeta sparire dietro la Luna da 406.000 chilometri di distanza. Record storico, missione perfetta, immagini da togliere il fiato. Undici giorni prima, la climatologa Kate Marvel lasciava il Goddard Institute con una lettera che brucia: “Non mi aspettavo che la scienza stessa venisse attaccata.” Quattromila ricercatori NASA licenziati o dimissionati. Il budget più basso dal 1961. Una nazione che lancia astronauti oltre la Luna e demolisce chi studia cosa sta succedendo alla Terra.