INTERVISTA: Dalla riforma della Curia alla svolta interculturale, dal dialogo con le Chiese locali all’apertura regolata verso studiosi non cristiani: la Pontificia Academia Mariana Internationalis (PAMI) aggiorna il proprio Statuto e rilancia il suo mandato. Ne parliamo con p. Stefano Cecchin, presidente dell’Accademia, che spiega perché il rinnovo era necessario già dal 2017, che cosa cambia davvero nel lavoro dei prossimi anni e come si tutela l’identità cattolica in un tempo in cui Maria è spesso invocata, ma non sempre compresa.

Padre Cecchin, perché si è reso necessario aggiornare lo Statuto proprio adesso?

Il lavoro è iniziato già nel 2017, quando sono diventato presidente. Ci siamo accorti che nello Statuto c’erano diverse incongruenze e norme ormai superate. Un esempio emblematico: si parlava di un’Accademia “aggregata” all’Antonianum, ma questa formula non era corretta e andava chiarita. Abbiamo quindi chiesto il rinnovo, coinvolto i membri dell’Accademia per suggerimenti e proposte, convocato più volte il Consiglio, lavorato con una commissione e con giuristi. Ne è nato un testo che ha avuto anche l’approvazione della Curia generale dei Frati Minori, perché con l’Ordine esistono legami storici e concreti: penso alla sede e al fatto che, in sostanza, molte strutture ci vengono offerte gratuitamente.

 Quanto ha inciso la riforma della Curia Romana in questo percorso

Ha inciso molto. Mentre noi stavamo lavorando, è intervenuta la riforma della Curia e questo ha comportato cambiamenti importanti, come il passaggio dal Pontificio Consiglio della Cultura al Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Era necessario attendere che il nuovo assetto fosse stabile, per armonizzare lo Statuto con l’organizzazione rinnovata della Santa Sede. Inoltre, essendo un’Accademia vaticana, dovevamo risolvere anche questioni molto concrete: la sede ufficiale “fisica” all’interno delle mura vaticane e l’impostazione economico-amministrativa dell’ufficio. In altre parole, lo Statuto doveva dialogare davvero con i rinnovamenti della Santa Sede, non restare indietro.

Qual è la novità più incisiva che cambierà davvero il modo di lavorare della PAMI nei prossimi anni?

Direi l’impostazione interculturale, che viene ribadita con forza. Lo Statuto riafferma il compito fondamentale dell’Accademia: promuovere e sostenere la ricerca mariologica a tutti i livelli e coordinarne gli studi per una rinnovata evangelizzazione, tenendo conto del linguaggio delle culture e delle manifestazioni mariane proprie di ogni popolo. Questo significa considerare Maria come “via di pace” tra le culture e dare valore alle Chiese locali, alle tradizioni, ai santuari nel mondo. È una scelta che orienta l’Accademia non verso un circuito ristretto, ma verso una rete ampia e globale.

In concreto cosa vuol dire “dare valore alle culture” e alle Chiese locali?

Vuol dire coordinare e mettere in relazione ciò che già esiste e ciò che può nascere: società mariologiche, istituzioni ecclesiali e culturali, centri di formazione, realtà laicali, conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, movimenti e santuari. L’Accademia deve diventare un punto di raccordo e di servizio. Il fine rimane chiaro: diffondere una sana mariologia per una sana pietà popolare, ma oggi questo va fatto con un’attenzione specifica al contesto interculturale.

La PAMI ha radici francescane forti, legate a p. Carlo Balic. Qual è il nesso tra francescanesimo e mariologia?

L’Accademia nasce nel mondo francescano. Già nel 1924 il ministro generale dell’Ordine si rese conto che mancava una cattedra di mariologia e propose di istituirla. Poi, nel 1933, con la nascita dell’Antonianum, la cattedra venne accolta e p. Carlo Balic fu decisivo. In quel periodo la Santa Sede stava organizzando gli studi a Roma e indicava che ogni ateneo dovesse valorizzare le caratteristiche della propria tradizione religiosa. Balic mostrò come l’Ordine francescano sia stato tra i protagonisti nella storia della mariologia: la scuola francescana ha offerto contributi fondamentali, e la ricerca si è sviluppata molto anche sugli autori francescani e scotisti. Da lì nacquero iniziative come la Commissione Mariana Francescana e, successivamente, l’Accademia Mariana, che oggi celebra l’80° anniversario.

Lo Statuto insiste su “linguaggio delle culture” e “manifestazioni mariane di ogni popolo”. Come si traduce operativamente?

Con un lavoro sistematico di ascolto e di mappatura: vogliamo promuovere “osservatori” di mariologia nei vari Paesi, per capire come la mariologia è presente e vissuta: dove si insegna, chi sono i docenti, quali santuari e associazioni esistono, quali domande emergono tra i fedeli. Serve una sorta di “censimento” della situazione mariologica mondiale per capire dove e come intervenire, sempre al servizio della Chiesa ufficiale, non di percorsi ambigui. Inoltre, intendiamo incrementare incontri e formazione anche online, in modo proattivo: non aspettare che esplodano problemi o polemiche, ma offrire noi materiali seri e orientamenti chiari.

 Avete già alcune iniziative in cantiere?

Sì. Stiamo lavorando su un congresso che tocchi un tema molto significativo: che cosa l’Accademia e i mariologi hanno dato alla Chiesa, e che cosa il Magistero della Chiesa ha dato alla mariologia. E poi ci sono progetti culturali importanti: un nuovo lessico di terminologia mariana (titoli, temi, concetti) e un nuovo dizionario sulle apparizioni.

 Lo Statuto parla di “sana mariologia” e “sana pietà popolare”, evitando massimalismo e minimalismo. Come si discerne ciò che edifica e ciò che confonde?

Partendo da criteri solidi: Scrittura, Tradizione, Magistero, liturgia e direttori pastorali — penso anche al Direttorio su pietà popolare e liturgia. Poi, naturalmente, ascoltando il terreno: i pastori e chi lavora nei santuari conoscono bene le dinamiche reali, per esempio quando alcune devozioni rischiano di oscurare il centro cristologico, o quando si ribaltano le priorità, mettendo il secondario al posto del principale. Per noi è decisiva la gerarchia delle verità e dei valori: educare, chiarire, aiutare a “purificare” ciò che è dannoso o inutile e a valorizzare ciò che è autentico. L’Accademia deve essere un servizio di qualità, non un timbro su qualsiasi pratica.

Una novità forte: tra i soci possono esserci anche non cristiani e la PAMI diventa “luogo di incontro e dialogo tra culture”. Che cosa vi aspettate e che garanzie avete per non perdere identità?

Ci aspettiamo un dialogo reale, non un sincretismo. L’incontro tra culture e tradizioni può arricchire, ma non significa confondere. Maria, per noi, è la Madre del Signore secondo la fede della Chiesa cattolica: questa è la bussola. È chiaro, ad esempio, che la figura di Maria nell’islam non coincide con quella nella fede cattolica. Perciò l’apertura ai non cristiani va compresa come possibilità di confronto, di studio, di ascolto, di valorizzazione di ciò che è buono, senza mai perdere l’identità cattolica fondata sul Magistero. La garanzia sta anche nella nostra natura: la PAMI è un ente curiale della Santa Sede, non una libera associazione. Questo comporta un orizzonte chiaro e un criterio di comunione ecclesiale.

Lei insiste spesso sul tema della strumentalizzazione di Maria. Che cosa significa “liberare Maria dalle mafie”?

È un tema che seguo da tempo. “Liberare Maria dalle mafie” significa, prima ancora, liberare la persona umana da ogni forma di strumentalizzazione e schiavitù. La mafia è un caso emblematico di uso distorto del sacro, ma non è l’unico: Maria può essere strumentalizzata in molti modi, per interessi personali, per costruire leadership, per denaro, per imporre un’idea e far dire a Maria ciò che si vuole. E questo non riguarda solo “fuori”: nessuno è immune, neppure dentro la Chiesa. Penso ai ciarlatani, ai pseudo-veggenti, ma anche alle dinamiche ecclesiali quando si usano devozioni per potere o consenso. Maria è “coraggiosa” proprio perché è capace di andare contro mentalità e schemi del suo tempo; ma il coraggio oggi è anche quello del discernimento serio e dell’onestà interna.

 Lo Statuto chiede che le attività siano svolte d’intesa con Segreteria di Stato, Dicastero per la Cultura e l’Educazione ed episcopati locali. È un sostegno o un freno?

È entrambe le cose, ma nel senso giusto. Da una parte ci vincola, perché siamo un ente della Santa Sede e non possiamo fare ciò che vogliamo: dobbiamo essere in sintonia con il cammino della Santa Sede e con i vescovi. Questo evita iniziative improprie o fuori contesto, soprattutto quando ci sono risvolti diplomatici e pastorali. Dall’altra parte, questa rete dà autorevolezza e riconoscibilità: ciò che facciamo si colloca chiaramente nella comunione ecclesiale. Certo, possono esserci tempi più lenti nelle risposte, ma oggi i canali sono molto più rapidi rispetto al passato.

 La PAMI ha sede legale in Vaticano e una sede operativa storica a Roma. Che cosa comporta?

La sede operativa rimane quella storica, al Collegio Sant’Antonio, sotto il patrocinio dei Frati Minori: è un radicamento prezioso. Ma, essendo un ente della Curia Romana, la sede giuridica deve essere all’interno dello Stato della Città del Vaticano: è una necessità legale e identitaria. E c’è un elemento significativo: gli Statuti sono firmati dal Santo Padre. Questo dice la natura dell’Accademia e la colloca in modo molto chiaro nella cornice vaticana, pur mantenendo una base operativa storica a Roma.

Intervista di Alfonso Bruno