La politica come arte della giustizia nella storia concreta degli uomini si oppone radicalmente al nichilismo giuridico. Essa riafferma che il diritto non è creazione della forza, ma riconoscimento della persona; che il potere non è dominio, ma servizio; che il conflitto non è negazione della convivenza, ma occasione di responsabilità condivisa. Solo a partire da questa consapevolezza la politica può tornare a essere ciò che, nella sua verità più profonda, è chiamata a essere: non semplice amministrazione dell’esistente, ma cura della giustizia nel tempo, orientata alla costruzione di un ordine sociale nel quale la pluralità non si traduca in frattura, ma in armonia viva e feconda.
Nel cuore della riflessione giuridica e politica più avvertita del nostro tempo si impone, con rinnovata urgenza, la questione dei fondamenti: non già dei fondamenti tecnici o procedurali dell’ordinamento, bensì di quei presupposti antropologici, etici e ontologici senza i quali il diritto perde la propria anima e la politica smarrisce la propria vocazione. In tale orizzonte si colloca l’affermazione secondo cui la persona umana costituisce l’essenza del diritto, il diritto sussistente, ossia quella realtà originaria nella quale il giuridico trova la propria radice prima e il proprio criterio ultimo di intelligibilità. Il diritto, prima di essere codificato, è inscritto nella persona; prima di essere posto, è riconosciuto; prima di essere esercitato, è dovuto. La persona non è, dunque, un mero destinatario dell’ordinamento, ma la sua fonte non scritta, la sua misura sostanziale, il suo fine intrinseco. Assumere la persona come diritto sussistente significa riconoscere che l’universo giuridico non nasce dalla forza, né dalla volontà sovrana, né dalla semplice convergenza degli interessi, ma dalla dignità irriducibile di ogni essere umano, considerato nella sua singolarità irripetibile e nella sua costitutiva apertura relazionale. In questa prospettiva, il diritto non crea la persona, ma la presuppone; non la definisce, ma la riconosce; non la strumentalizza, ma le si conforma. Ogni riduzione del diritto a tecnica di regolazione del potere o a strumento di amministrazione del conflitto segna, pertanto, una perdita di profondità teorica e una regressione civile, poiché separa la normatività dalla sua giustificazione ultima. Da tale impostazione discende una conseguenza di portata decisiva: l’impossibilità di identificare il diritto con la forza. Dove il diritto si risolve nella capacità di imporre un comando, esso cessa di essere diritto e si trasforma in dominio. La forza può produrre obbedienza, ma non legittimità; può contenere il conflitto, ma non riconciliarlo; può generare ordine apparente, ma non giustizia. Il diritto autentico, al contrario, nasce dal riconoscimento di ciò che è dovuto alla persona in quanto tale e si configura come limite intrinseco a ogni esercizio del potere. È in questo senso che il diritto precede la politica: non cronologicamente, ma assiologicamente, come orizzonte di senso che fonda, orienta e giudica l’azione politica.
Conflitto, pluralità e responsabilità della politica
Se il diritto trova il proprio fondamento nella persona, la politica trova il proprio compito nella storia concreta degli uomini. Essa si colloca, infatti, nello spazio dinamico della convivenza, segnato dalla pluralità delle esperienze, dalla differenziazione delle condizioni di vita e dalla inevitabile conflittualità che scaturisce dall’incontro tra istanze, interessi e visioni del mondo differenti. Il conflitto, lungi dall’essere una patologia da estirpare, costituisce una dimensione strutturale dell’esperienza sociale: esso nasce dalla pluralità umana e ne accompagna inevitabilmente il dispiegarsi storico. Il problema decisivo non è, dunque, l’eliminazione del conflitto, ma la sua trasformazione in forma ordinata di convivenza. È in questo orizzonte che la politica può essere compresa come arte: non come mera tecnica di governo, né come gestione opportunistica del consenso, ma come esercizio di una razionalità pratica elevata, capace di comporre tensioni reali secondo giustizia. La politica, intesa in senso pieno, non mira alla soppressione del conflitto, né alla sua neutralizzazione procedurale, ma alla sua integrazione ordinata all’interno di un quadro di diritti e doveri che riconosce la dignità di ciascuno. Essa è chiamata a operare non nel vuoto astratto delle teorie, ma nella concretezza delle relazioni umane, assumendo la responsabilità di decisioni che incidono sulla vita delle persone e sulla qualità della convivenza. In una società pluralistica, segnata da differenze culturali, religiose e sociali sempre più marcate, tale compito si fa particolarmente esigente. I conflitti contemporanei non sono soltanto economici o distributivi, ma investono dimensioni simboliche e identitarie profonde. In questo contesto, la politica è chiamata a coniugare il rispetto delle differenze con l’affermazione di un nucleo indisponibile di valori fondativi, che trovano nella dignità della persona il loro baricentro. L’armonia cui essa tende non è uniformità imposta, ma unità dinamica nella differenza, costruita attraverso il riconoscimento reciproco e la tutela effettiva dei diritti fondamentali. La politica, così intesa, si configura come responsabilità e come servizio. Essa non crea arbitrariamente i valori, ma li traduce nella storia; non si limita ad amministrare l’esistente, ma orienta la convivenza verso forme più giuste e inclusive. In questo senso, la sua funzione è eminentemente mediatrice: non nel senso di un compromesso al ribasso, ma come capacità di tenere insieme pluralità e unità, libertà e giustizia, conflitto e coesione.
Giustizia, democrazia e storia concreta degli uomini
Pensare la politica come arte della giustizia nella storia concreta degli uomini significa, in ultima analisi, restituirle una statura etica e giuridica all’altezza delle sfide del nostro tempo. La giustizia non è un’astrazione fuori dal tempo, né un ideale irraggiungibile confinato nella sfera della teoria: essa è una pratica storica, sempre imperfetta e mai conclusa, che si misura con la fragilità delle istituzioni e con la vulnerabilità delle persone. Proprio per questo, la giustizia esige una politica capace di assumere la complessità senza rinunciare ai principi, di operare nel contingente senza smarrire l’orientamento al bene. In tale prospettiva, anche la democrazia rivela il proprio significato più profondo. Essa non si esaurisce nella correttezza delle procedure o nella legittimazione formale delle decisioni, ma si misura sulla capacità di riconoscere e tutelare la persona in tutte le sue dimensioni. Una democrazia che dimentichi il proprio fondamento personalista rischia di scivolare in una forma sofisticata di nichilismo giuridico, nella quale le norme sopravvivono, ma il loro senso si dissolve, e la politica si riduce a tecnica di gestione del consenso o dell’emergenza.
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