Quando le potenze parlano di pace, ma contano gli interessi
Di fronte all’inasprirsi dello scontro tra Stati Uniti e Venezuela, molti a Caracas guardano a Pechino come a un possibile argine. La Cina condanna il “bullismo unilaterale” americano, invoca il rispetto della sovranità e della Carta dell’Onu, denuncia sequestri di petroliere e blocchi navali. Le parole non mancano. Ma la domanda decisiva resta: la Cina è davvero disposta a esporsi per il Venezuela?
La risposta, con tutta probabilità, è no.
Non perché manchino legami tra Pechino e Caracas: la Cina è uno dei principali acquirenti del petrolio venezuelano e negli ultimi vent’anni ha investito molto in America Latina, diventandone il primo partner commerciale nel Sud del continente. Ma proprio qui sta il punto: la politica estera cinese è eminentemente prudente, calibrata sugli interessi strategici a lungo termine, non sulle alleanze ideologiche o sulla solidarietà tra “Paesi sotto pressione”.
Dal punto di vista cinese, il Venezuela è importante, ma non decisivo. Non rientra tra i primi fornitori energetici di Pechino, né è un tassello essenziale della sua sicurezza nazionale. Al contrario, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e l’Asia-Pacifico restano le vere linee rosse. Esporsi militarmente o economicamente in America Latina, a migliaia di chilometri di distanza, significherebbe cadere in una trappola geopolitica: quella di uno scontro diretto con Washington nel suo tradizionale “cortile di casa”.
La Cina lo sa bene. E sa anche che gli Stati Uniti, pur indeboliti sul piano morale, restano la potenza militare dominante nell’emisfero occidentale. La rievocazione, più o meno esplicita, della Dottrina Monroe da parte dell’amministrazione Trump segnala che Washington è pronta a riaffermare con forza la propria egemonia regionale. Pechino osserva, protesta a parole, ma non rilancia sul piano dei fatti.
Da un punto di vista etico, questa dinamica mette a nudo una verità scomoda: le grandi potenze parlano di diritto internazionale finché coincide con i propri interessi. Quando il costo diventa alto, la difesa dei principi si fa retorica. La Cina si presenta come paladina del multilateralismo e della sovranità degli Stati, ma difficilmente rischierà risorse o credibilità globale per salvare un alleato lontano e fragile.
È una lezione amara anche per il Venezuela, e più in generale per il Sud del mondo: nessuna potenza esterna è un “salvatore” disinteressato. Né Washington, con la sua politica di sanzioni e pressioni, né Pechino, con il suo sostegno misurato e condizionato. I popoli rischiano di diventare pedine, strumenti utili per dimostrare forza o coerenza ideologica, ma sacrificabili quando il gioco si fa serio.
La Dottrina sociale della Chiesa invita a guardare oltre questa logica. Ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle potenze, ma dal rispetto reale della dignità dei popoli; che la sovranità non può essere violata, ma neppure strumentalizzata; che le nazioni non sono scacchiere, ma comunità di persone. Quando una crisi diventa terreno di competizione tra imperi, i primi a pagare sono sempre i più poveri.
Se gli Stati Uniti dovessero spingersi fino a un intervento diretto, la Cina probabilmente si limiterà a trarne vantaggio politico: denunciando l’ipocrisia occidentale, rafforzando il discorso su un mondo multipolare, presentandosi come voce della legalità internazionale. Ma non invierà navi, né soldati, né aiuti decisivi. Il Venezuela resterà solo, stretto tra una pressione esterna aggressiva e alleanze che non vanno oltre il calcolo.
Per i cristiani, questo scenario è un monito. Non basta schierarsi “contro” una potenza per essere dalla parte della giustizia. Occorre chiedere che la politica internazionale torni a essere servizio, che il diritto non sia un’arma retorica, che la pace non sia sacrificata sull’altare dell’egemonia. Altrimenti, cambieranno gli attori, ma non il copione: e i popoli continueranno a pagare il prezzo delle guerre che non hanno scelto.
