Per molti anziani il vaccino contro l’herpes zoster è semplicemente “la puntura contro il fuoco di Sant’Antonio”: una difesa utile, certo, contro un’eruzione dolorosa e spesso invalidante. Ma nuove evidenze scientifiche suggeriscono che questo vaccino potrebbe avere un effetto ben più ampio, incidendo persino sui meccanismi biologici dell’invecchiamento.
Uno studio condotto su quasi 4.000 cittadini statunitensi over 70 ha infatti osservato che le persone vaccinate mostrano segni di invecchiamento biologico più lento rispetto ai coetanei non vaccinati. Non si tratta di un’illusione statistica: i ricercatori hanno misurato parametri oggettivi, come i livelli di infiammazione cronica e alcuni indicatori molecolari legati al funzionamento del DNA.
L’infiammazione di basso grado, che tende ad aumentare con l’età, è oggi considerata uno dei principali motori delle malattie croniche: cardiovascolari, oncologiche, neurodegenerative. Ridurla significa, potenzialmente, rallentare il deterioramento complessivo dell’organismo. E proprio su questo fronte il vaccino contro l’herpes zoster sembra esercitare un’azione protettiva.
Gli scienziati hanno osservato che negli anziani vaccinati il DNA appare “biologicamente più giovane”: i meccanismi che regolano l’attivazione dei geni e la loro trascrizione in RNA – passaggio fondamentale per la vita delle cellule – risultano meno compromessi dal tempo. In altre parole, le cellule sembrano funzionare meglio e più a lungo.
L’herpes zoster è causato dalla riattivazione del virus della varicella, che rimane silente nell’organismo per decenni e può riemergere quando il sistema immunitario si indebolisce. Prevenirne la riattivazione non significa solo evitare un’eruzione cutanea dolorosa, ma anche ridurre uno stress biologico che, nel lungo periodo, può contribuire all’infiammazione sistemica.
È importante precisare che lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto assoluto. Trattandosi di un’analisi osservazionale, non si può escludere che le persone vaccinate siano mediamente più attente alla propria salute. Tuttavia, il fatto che i benefici si osservino anche anni dopo la vaccinazione rafforza l’ipotesi di un effetto biologico reale e duraturo.
Questi dati si inseriscono in un quadro più ampio. Studi precedenti avevano già associato la vaccinazione contro l’herpes zoster a una riduzione del rischio di demenza e di Alzheimer, suggerendo che la prevenzione delle infezioni e delle riattivazioni virali possa avere un ruolo cruciale nella protezione del cervello che invecchia.
In un’epoca in cui l’allungamento della vita non sempre coincide con un miglioramento della qualità della vita, il messaggio è chiaro: la prevenzione vaccinale negli anziani non è solo una misura difensiva, ma un investimento sull’invecchiamento sano. Non promette l’eterna giovinezza, ma può aiutare a guadagnare anni vissuti meglio, con meno dolore, meno fragilità e maggiore autonomia.
A volte, la medicina più efficace non è quella che cura l’emergenza, ma quella che silenziosamente rallenta il logorio del tempo.
