L’Iraq non è il Venezuela, e Caracas non è Baghdad. Ma la politica estera americana ha un modo tutto suo di trasformare le differenze geografiche in somiglianze storiche: non perché i luoghi si equivalgano, bensì perché le tentazioni del potere sono ricorrenti. L’“Operazione Absolute Resolve” – il blitz fulmineo con cui Washington ha catturato Nicolás Maduro senza preavviso politico interno adeguato e con una coreografia pensata per il mondo – ha consegnato a Donald Trump l’immagine che ogni presidenza cerca quando vuole rientrare, di colpo, nella Storia: precisione, audacia, asimmetria. Il problema, come sempre, è che la Storia non giudica l’ingresso; giudica il dopo.

George W. Bush imparò questa legge nel modo più costoso: il fotogramma della vittoria – “mission accomplished” – si dissolse nella prosa della transizione, dove il vero conflitto non è più contro il tiranno, ma contro il vuoto che il tiranno lasciava, e che nessuno ha predisposto a colmare. In America Latina l’analogia suona azzardata: non ci sono centocinquantamila soldati, né un’occupazione annunciata, né la stessa densità di fratture settarie. E tuttavia l’eco irachena riemerge proprio nel punto che gli apologeti delle operazioni lampo tendono a sottovalutare: un regime personale può essere rimosso in ore; uno Stato non si ricostruisce per inerzia.

L’errore psicologico, prima ancora che strategico, è immaginare che il sistema amministrativo e coercitivo continui a funzionare “da solo” quando sparisce il vertice. Nei regimi clientelari, le istituzioni sono spesso gusci: non regolano, distribuiscono; non governano, intermediano; non rispondono a procedure, ma a catene di fedeltà e rendite. Finché la paura e la convenienza tengono, l’ordine pare compatto. Quando il perno cade, quel che resta non è automaticamente una burocrazia pronta alla normalità: è un insieme di apparati che può collassare, frammentarsi o riconfigurarsi in forma predatoria. Il 2003 iracheno è stato, sotto questo profilo, un manuale scritto nel sangue: la sicurezza non è un capitolo tecnico, è l’atto fondativo del post-regime. Se manca, ogni promessa politica perde ossigeno.

Ecco allora il rischio: che l’entusiasmo iniziale – reale, comprensibile, spesso alimentato anche dalla diaspora – si trasformi rapidamente in disincanto, e poi in rancore. Quando la popolazione percepisce che “non comanda nessuno”, comincia l’economia del saccheggio: armi, depositi, infrastrutture, vendette locali, regolamenti di conti. In quel momento la narrazione cambia di segno con una velocità implacabile: da “finalmente” a “ci avete lasciati così?”. È la metamorfosi più corrosiva per qualunque potenza che voglia presentarsi come liberatrice: perché non richiede propaganda nemica, nasce dai fatti quotidiani – dall’assenza di luce, di benzina, di polizia, di regole minime – e diventa, per questo, inattaccabile.

L’America può ripetere che non intende “occupare” il Venezuela. Ma l’Iraq ha insegnato una verità scomoda: l’occupazione non è sempre una scelta ideologica; a volte è un nome che diamo al tentativo tardivo di rimediare a un vuoto creato o accelerato. Quando l’ordine crolla e nessuno è in grado di sostituirlo rapidamente, la potenza che ha dato la spinta iniziale si ritrova davanti a un’alternativa ugualmente sgradevole: intervenire per garantire un minimo di stabilità – assumendosi costi e responsabilità – oppure ritirarsi lasciando che il caos divorì la promessa politica dell’operazione. In entrambi i casi, l’immagine di forza si trasforma in misura di vulnerabilità.

Poi c’è il petrolio, che non è solo una risorsa ma una narrativa. In Iraq l’idea che gli Stati Uniti fossero “lì per il petrolio” divenne un dispositivo politico autonomo: alimentò delegittimazione, reclutamento, ostilità diffusa, anche quando la realtà era più complessa della caricatura. Il Venezuela è ancora più esposto a questo riflesso perché la sua ricchezza potenziale è tanto evidente quanto la sua miseria presente: basta poco – una frase, un tweet, un accento eccessivo sul “controllo” – perché la transizione si ammali di sospetto. E quando una transizione nasce sospetta, ogni riforma viene letta come saccheggio, ogni accordo come colonizzazione, ogni aiuto come anticipo di un’espropriazione.

La stessa parola “democrazia” rischia di essere fraintesa se la si riduce a idealismo. Dopo il 2003, molti a Washington scoprirono tardi che la democrazia non è un premio morale che si consegna a un Paese liberato, ma una tecnologia di stabilizzazione: serve a rendere contendibile il potere senza trasformare la contesa in guerra, a rendere distribuibile la ricchezza senza produrre vendetta come principio di riparto. Tradotta a Caracas: senza un processo politico abbastanza inclusivo da non scatenare una caccia totale alle streghe – e abbastanza rigoroso da non diventare impunità – ogni epurazione può essere benzina, e ogni compromesso può essere percepito come tradimento.

L’illusione più comoda, infine, è che “ci penserà il petrolio”. Anche qui l’Iraq è un monito: le previsioni trionfalistiche sui ricavi si schiantarono contro infrastrutture logore, sabotaggi, corruzione, fuga di capitale umano. Il Venezuela parte da una base più fragile e più stanca. Pensare che la rendita possa finanziare da sola una transizione equivale a non pronunciare la parola che nessun leader ama: risorse – soldi, tempo, attenzione politica. E le risorse, in democrazia, richiedono consenso interno; cioè esattamente ciò che le operazioni “a sorpresa” tendono a consumare.

In America Latina, poi, non esiste un “giorno dopo” senza gli attori regionali. Le potenze vicine non sono spettatrici: sono coautrici. Se fiutano opportunità – economiche, criminali, geopolitiche – diventano registi invisibili. E senza una cornice regionale, nessuna legittimità dura: un’azione unilaterale può produrre un risultato immediato, ma difficilmente costruisce un ordine che regga al primo urto.

È qui che l’Iraq torna come metafora, non come fotocopia. Il banco di prova non sarà la brillantezza del blitz, ma la capacità di evitare che una vittoria tattica generi una domanda strategica insolubile. Perché la differenza tra forza e potenza è antica: la forza abbatte; la potenza ordina. E se il “giorno dopo” venezuelano diventa disordine strutturale, l’America avrà dimostrato, ancora una volta, di saper entrare nella storia con un colpo spettacolare e di faticare a restarci con una costruzione paziente.

Alla fine la domanda è semplice, e proprio per questo spietata: dopo Maduro, che cosa tiene in piedi lo Stato venezuelano? Se la risposta è “nulla”, allora Caracas non sarà Baghdad per geografia, ma potrebbe diventarlo per destino politico: il luogo dove una presidenza scopre che la gloria dell’azione dura ore, mentre il costo del dopo dura anni.