Un secolo fa, gli Stati Uniti fecero una scelta che oggi torna a pesare come un fantasma della storia. Nel 1917, mentre il mondo era travolto dalla Prima guerra mondiale e l’ordine internazionale stava cambiando pelle, Washington accettò formalmente il controllo danese sulla Groenlandia. Non fu un gesto di altruismo né una dichiarazione di disinteresse strategico, ma il prezzo politico di un’operazione ben più concreta: l’acquisto delle Indie occidentali danesi, oggi note come Isole Vergini americane.
Quel patto, rimasto a lungo ai margini della memoria pubblica, è tornato improvvisamente attuale alla luce delle ripetute dichiarazioni del presidente Donald Trump, che negli ultimi anni ha più volte evocato l’idea di “prendere” la Groenlandia, arrivando a trattarla come un asset negoziabile. Un’idea che, oltre a urtare Copenaghen e Nuuk, si scontra con un impegno giuridico assunto dagli Stati Uniti più di cent’anni fa.
L’accordo del 1917: oro, isole e confini
Nel gennaio 1917 il Congresso americano ratificò l’accordo con la Danimarca per l’acquisto di tre isole caraibiche – St. Thomas, St. John e St. Croix – in cambio di 25 milioni di dollari in oro. Era una delle ultime grandi espansioni territoriali degli Stati Uniti, figlia della lunga stagione del “destino manifesto” che aveva segnato il XIX secolo americano.
Le isole, strategicamente collocate lungo rotte commerciali cruciali dei Caraibi, interessavano Washington da decenni per motivi militari e navali. Alla vigilia dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, però, la posta in gioco si fece più alta: a Washington si temeva che un’eventuale invasione tedesca della Danimarca potesse consentire a Berlino di installare basi militari nel Mar dei Caraibi. L’acquisto divenne improvvisamente urgente.
La Danimarca, inizialmente riluttante, comprese di avere poche alternative. Come osservano diversi storici, il timore a Copenaghen era che, in assenza di un accordo, gli Stati Uniti avrebbero potuto occupare le isole con la forza. Ma i danesi decisero di giocare una carta decisiva: la Groenlandia.
Groenlandia e Caraibi: una trattativa unica
All’epoca, Groenlandia e Indie occidentali erano entrambe sotto controllo danese. Gli Stati Uniti avevano mostrato interesse per entrambe, ma consideravano infinitamente più preziose le isole caraibiche. La Groenlandia, enorme e quasi interamente coperta dai ghiacci, appariva allora marginale rispetto a un porto profondo in una delle principali arterie commerciali del mondo.
Copenaghen sfruttò questo squilibrio strategico. In cambio della vendita delle isole caraibiche, ottenne da Washington un riconoscimento formale e scritto della propria sovranità sulla Groenlandia. Nel 1916, il Segretario di Stato americano Robert Lansing mise nero su bianco l’impegno: gli Stati Uniti non si sarebbero opposti all’estensione degli interessi politici ed economici danesi su tutta l’isola artica.
Fu una clausola apparentemente secondaria, ma politicamente decisiva. E funzionò.
Un accordo ancora valido
Secondo la maggior parte dei giuristi internazionali, quell’impegno è tuttora vincolante. Il fatto che la Groenlandia non sia più una colonia, ma una parte semi-autonoma del Regno di Danimarca, non cambia la sostanza giuridica della dichiarazione americana. In assenza di pratiche contraddittorie o di una denuncia formale, il riconoscimento resta valido nel diritto internazionale.
Il problema, oggi, non è tanto la solidità giuridica dell’accordo quanto la sua effettiva capacità di contenere le ambizioni di una superpotenza. Donald Trump ha più volte dimostrato di considerare il diritto internazionale un vincolo opzionale, subordinato alla propria visione dell’interesse nazionale. Non a caso, gli Stati Uniti non riconoscono automaticamente la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia, rendendo di fatto molto difficile qualsiasi azione legale preventiva da parte danese o groenlandese.
Il ritorno dell’espansionismo
Il riemergere dell’accordo del 1917 illumina qualcosa di più ampio: la tentazione americana di tornare a una logica di espansione territoriale che sembrava archiviata dopo il primo Novecento. All’epoca, l’acquisto delle Isole Vergini rappresentò una delle ultime operazioni “classiche” di acquisizione territoriale, prima che i principi di autodeterminazione e sovranità nazionale diventassero cardini dell’ordine internazionale.
Oggi, con lo scioglimento dei ghiacci artici, la Groenlandia ha assunto un valore strategico enorme: rotte marittime, risorse minerarie, posizionamento militare. Ciò che nel 1917 appariva un deserto glaciale è diventato un nodo cruciale della competizione globale.
Il paradosso è che proprio un accordo nato nel pieno dell’espansionismo americano potrebbe oggi rappresentare uno degli ultimi argini giuridici contro il suo ritorno. Ma, come osservano diversi studiosi, la legge internazionale può aiutare a chiarire le conseguenze di un’azione, non necessariamente a impedirla.
E così, un secolo dopo, la Groenlandia torna a essere ciò che è sempre stata nella storia delle grandi potenze: non solo una terra lontana e ghiacciata, ma uno specchio delle ambizioni – e dei limiti – dell’ordine mondiale.
