Non è un ritorno al passato né un miracolo statistico: è un segnale sottile che attraversa la Francia cattolica. Crescono i battesimi adulti e, con essi, si affaccia un “effetto neofiti” nelle case di propedeutica: giovani (e meno giovani) arrivati alla fede per vie inattese che ora si interrogano sul sacerdoce. Una grazia che entusiasma e, insieme, impone alla Chiesa una regola d’oro: accogliere senza reclutare, discernere senza spegnere.

C’è un modo tutto francese di accorgersi che Dio non ha smesso di sorprendere: non alzando la voce, ma cambiando lentamente la temperatura dell’aria. Prima un dettaglio, poi un altro; e, a un certo punto, ci si guarda attorno e si dice – come nel titolo dell’inchiesta – “Il se passe quelque chose”. Qualcosa accade. Non è (solo) un rimbalzo statistico. È un movimento spirituale che, dal battistero, arriva fino alle soglie dei seminari.

Il dato più vistoso, ormai, è noto: la Francia ha visto un record di battesimi adulti (10.384 a Pasqua 2025) e una crescita importante anche tra gli adolescenti.  Eppure l’effetto più inatteso non sta nel numero, ma nel dopo: nel fatto che alcuni di questi “nuovi” non si accontentano di “entrare”, ma chiedono di appartenere; non cercano solo un posto in chiesa, ma un posto nella missione. Da qui l’eco che arriva dalle case di propedeutica: si registra un aumento degli ingressi negli ultimi anni (l’inchiesta parla di un balzo marcato tra 2023 e 2025), e in alcuni luoghi il salto è persino clamoroso, come alla Maison Charles de Foucauld: da quattro a diciotto in un anno.  

È qui che il fenomeno diventa teologicamente interessante: perché non coincide con una “restaurazione” nostalgica, ma con una conversione rapida, intensa, spesso spiazzante. La narrazione tipica non passa attraverso l’eredità familiare (anche se molti vengono ancora da famiglie praticanti), ma attraverso una “soglia” esistenziale: una notte buia, una frase, un invito inatteso – “va’ a Messa” – e la vita che cambia direzione. Questo stile è il contrario del “catechismo sociologico”: non nasce da un’abitudine, ma da uno strappo. Non da una continuità, ma da una ferita che si apre alla grazia.

E tuttavia proprio qui si annida l’ambivalenza. Perché l’energia dei neofiti – quella che alcuni formatori chiamano “sete di radicalità e di assoluto” – è meravigliosa e fragile insieme: meravigliosa perché ridà alla Chiesa un lessico che sembrava appassito (vocazionedonototalità); fragile perché rischia di proiettare sul ministero una rappresentazione immaginaria del prete: figura pura, quasi monastica, “rinchiusa” in chiesa a pregare mentre altri fanno il resto. È un’idea che fa sorridere i parroci… finché non si capisce che dietro c’è una domanda seria: dove si consegna la vita quando il mondo non promette più nulla?

La Francia, in questo, è un laboratorio. È una società marcata dalla pluriconfessionalità visibile: islam, evangelicalismo, nuove forme di appartenenza identitaria. In un contesto del genere, scegliere di essere cattolici – e dichiararlo – non è più un riflesso culturale: è una presa di posizione. E quando la fede torna a essere scelta, torna ad essere anche forma di vita. È plausibile che una parte di questi nuovi battezzati sviluppi una disciplina più intensa, una pratica più regolare, un bisogno di coerenza più netto: non sempre maturo, ma spesso autentico. (Lo stesso dibattito pubblico francese ha osservato questa “radicalità” come tratto di una generazione che cerca regole, comunità, senso.)  

La Chiesa, però, non può limitarsi a “gioire dei numeri”. Anche perché l’altro dato resta lì, come un basso continuo: le ordinazioni non crescono in proporzione (circa 90 nel 2025, dopo oscillazioni recenti) e il numero complessivo dei preti in Francia è diminuito drasticamente nel lungo periodo, attestandosi attorno a 12.000 nel 2023.  Sarebbe facilissimo, allora, guardare ai neofiti come a un serbatoio di “forza lavoro” ecclesiale: una tentazione che alcuni responsabili dei seminari denunciano con parole nette. Non “carne fresca”, non “vivaio”, non scorciatoie. Prima di tutto: custodire la fede nascente.

Ed ecco il punto più fine dell’elzeviro: ciò che sta accadendo domanda una conversione anche alla Chiesa-istituzione. Perché questi giovani – spesso con biografie non lineari, con passaggi in spiritualità alternative, con un immaginario formato più da TikTok che da catechismi – obbligano a ripensare tempi e forme del discernimento. Il quadro normativo esiste (la Ratio nationalis francese), ma proprio i formatori indicano la necessità di chiarire criteri e prassi d’ingresso, specialmente per i neofiti.  Non per alzare barriere, ma per evitare che la fiamma bruci male: entusiasmo scambiato per chiamata, generosità scambiata per maturità, desiderio di assoluto scambiato per capacità di obbedienza e di comunione.

Se Dio è davvero “il Dio delle sorprese”, la sorpresa – qui – non è che “tornino” i preti. È che torni la domanda. In un Paese che da decenni racconta la fede come residuo, ricompare la domanda come futuro. E questo futuro non coincide automaticamente con le statistiche: potrebbe anche non produrre un’ondata di ordinazioni. Ma produce già una cosa rarissima: uomini e donne che non chiedono alla Chiesa un servizio, bensì un cammino; non un’identità di ripiego, ma una forma di vita.

Il compito, allora, è duplice e delicato: accogliere senza romanticizzare, discernere senza spegnere. Dire “sì” alla grazia, ma anche “no” alla fretta. Perché la vera sorpresa di Dio, spesso, non è l’effetto spettacolare: è la pazienza con cui trasforma un “sono uscito dall’inferno” in una vocazione capace di attraversare la vita quotidiana, le sue aridità, le sue obbedienze, i suoi lunedì. E, se proprio vogliamo un segno ecclesiale affidabile, forse è questo: non che “aumentino gli ingressi”, ma che si impari di nuovo, insieme, l’arte antica del Vangelo: mettere alla prova gli spiriti senza spegnere lo Spirito.