Secondo il politologo statunitense John Mearsheimer, Washington non ha raggiunto nessuno degli obiettivi strategici dell’offensiva. Il regime è ancora in piedi, il programma missilistico non è stato cancellato e lo Stretto di Hormuz è diventato la più potente arma negoziale di Teheran.

John Mearsheimer giudica fallimentare la guerra americana contro l’Iran: Teheran resiste, controlla lo Stretto di Hormuz e Washington paga costi militari, economici e politici crescenti.

Le guerre iniziano quasi sempre con un elenco di obiettivi e terminano con un inventario di conseguenze impreviste. Tra i due momenti si apre lo spazio nel quale la potenza militare scopre di non coincidere necessariamente con la capacità politica.

È quanto sta accadendo agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran.

Il politologo americano John Mearsheimer, uno dei più noti interpreti della scuola realista delle relazioni internazionali, ha formulato un giudizio senza attenuanti: Washington avrebbe subito una sconfitta strategica, non essendo riuscita a conseguire nessuno degli obiettivi perseguiti all’inizio dell’offensiva.

La valutazione è stata immediatamente rilanciata dall’agenzia iraniana Irna, che naturalmente la inserisce nella propria narrazione di una resistenza vittoriosa contro l’aggressione occidentale. Questa provenienza impone prudenza: la guerra si combatte anche attraverso la propaganda e ogni parte seleziona fatti, cifre e dichiarazioni utili a sostenere la propria causa.

Ma liquidare la tesi di Mearsheimer soltanto perché amplificata da Teheran sarebbe altrettanto superficiale. Il nodo da lui sollevato è reale: quali risultati politici ha prodotto l’enorme potenza di fuoco americana?

Secondo il politologo, gli obiettivi fondamentali erano quattro: provocare un cambiamento di regime; eliminare la capacità iraniana di arricchire uranio; interrompere il sostegno di Teheran ai propri alleati regionali; distruggere o neutralizzare il programma dei missili a lungo raggio.

Nessuno di questi traguardi, sostiene, è stato raggiunto.

La Repubblica islamica è ancora in piedi. Può essere stata militarmente colpita, economicamente logorata e politicamente indebolita, ma non è crollata. Anzi, come spesso avviene durante un’aggressione esterna, il conflitto potrebbe aver temporaneamente ricompattato intorno allo Stato almeno una parte della popolazione, senza cancellare il malcontento interno.

Le installazioni nucleari possono essere bombardate, ma la conoscenza scientifica non si distrugge con un’incursione aerea. I laboratori possono essere ricostruiti, i materiali trasferiti, gli impianti dispersi e nascosti. Più la guerra convince Teheran che soltanto il possesso dell’arma atomica possa garantirne la sopravvivenza, più il risultato rischia di essere opposto a quello dichiarato.

Anche il sistema di alleanze regionali dell’Iran non è stato annientato. Hezbollah, Ansarullah e le altre organizzazioni sostenute da Teheran possono aver subito perdite e ridimensionamenti, ma la loro capacità di condizionare il Libano, il Mar Rosso e la sicurezza dei Paesi del Golfo non è stata cancellata. Le reti costruite nell’arco di decenni non vengono eliminate attraverso alcuni mesi di bombardamenti.

Lo stesso vale per il programma missilistico. Colpire stabilimenti e depositi riduce la capacità immediata, ma non elimina la tecnologia, gli ingegneri, le catene clandestine di approvvigionamento e la volontà politica di ricostituire l’arsenale.

La guerra può rallentare un programma. Molto più difficilmente può cancellarlo.

Il risultato più paradossale riguarda però lo Stretto di Hormuz. Prima del conflitto, l’Iran minacciava ciclicamente di bloccare il passaggio, ma non esercitava su di esso un dominio incontestato. Oggi quella minaccia è diventata una forma concreta di controllo selettivo, capace di condizionare il traffico commerciale e di costringere potenze regionali e internazionali a negoziare con Teheran. Le interruzioni dello Stretto, attraverso il quale transita una quota decisiva del petrolio mondiale, hanno mostrato quanto un Paese militarmente inferiore possa colpire il sistema globale agendo su un punto geografico vulnerabile.

È qui che il conflitto rivela la propria natura più profonda.

Gli Stati Uniti possiedono portaerei, bombardieri strategici, satelliti, basi militari e sistemi d’arma che nessun altro Paese può eguagliare nella loro combinazione. L’Iran, tuttavia, possiede la geografia. Può minacciare lo Stretto, colpire le basi regionali, utilizzare droni e missili relativamente economici e coinvolgere una rete di attori alleati.

La superiorità militare americana non garantisce quindi una vittoria politica a costi accettabili.

La storia recente avrebbe dovuto insegnarlo. Gli Stati Uniti vinsero rapidamente le battaglie iniziali in Afghanistan e in Iraq, ma non riuscirono a trasformarle in un ordine politico stabile. La forza abbatte governi, distrugge infrastrutture e neutralizza eserciti. Non costruisce automaticamente legittimità, non produce consenso e non trasforma società complesse secondo i desideri di chi bombarda.

In Iran, poi, la sproporzione tra obiettivi e strumenti appare ancora più evidente. Pretendere contemporaneamente la caduta del regime, la rinuncia all’arricchimento, il disarmo missilistico e l’abbandono degli alleati regionali significava chiedere alla Repubblica islamica di cessare sostanzialmente di essere ciò che è.

Non era una trattativa. Era una capitolazione.

Quando la capitolazione non arriva, la potenza attaccante resta prigioniera della propria retorica. Non può ritirarsi senza apparire sconfitta, ma non può neppure proseguire indefinitamente senza accumulare costi economici, militari e diplomatici.

Quei costi sono già visibili. Secondo diverse ricostruzioni, il Pentagono avrebbe speso decine di miliardi di dollari, consumando una parte significativa delle proprie scorte di missili da crociera e intercettori. Anche osservatori non vicini a Teheran rilevano che la campagna non ha prodotto il crollo del regime né la neutralizzazione definitiva delle capacità nucleari e missilistiche iraniane.

Le stime più elevate sul danno complessivo per l’economia americana — superiori ai 150 miliardi di dollari e potenzialmente destinate a raddoppiare entro la fine dell’anno — devono essere trattate con cautela, perché comprendono effetti indiretti difficili da separare: rincari energetici, maggiore costo dei trasporti, oscillazioni dei mercati e perdita di attività economica.

Ma il principio rimane valido. Una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza entra comunque nelle case degli americani attraverso il prezzo della benzina, del diesel, dei beni trasportati e delle risorse sottratte ad altre priorità.

Non esistono guerre gratuite. Esistono soltanto costi che il potere politico preferisce inizialmente non mostrare.

La vera sconfitta, tuttavia, non si misura soltanto in dollari. Si misura nella perdita di credibilità.

Gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo hanno scoperto che ospitare basi americane può trasformarli in bersagli. Hanno assistito al danneggiamento di infrastrutture militari considerate tra le più moderne al mondo e hanno compreso che nessuno scudo è impenetrabile. Alcuni Paesi potrebbero quindi cercare maggiore autonomia, nuovi accordi regionali o un riavvicinamento tattico proprio con Teheran.

La guerra lanciata per riaffermare il predominio americano rischia così di accelerarne la contestazione.

Ciò non significa che l’Iran abbia “vinto” nel senso tradizionale. Il Paese ha subito migliaia di vittime, danni enormi alle infrastrutture e una pressione economica destinata a pesare per anni. La società iraniana paga il prezzo più alto di decisioni assunte sia dai propri governanti sia dagli avversari esterni. Presentare questa devastazione come un trionfo sarebbe una crudele falsificazione.

La distinzione necessaria è tra vittoria militare e successo strategico.

Gli Stati Uniti possono aver distrutto più obiettivi, abbattuto più missili e inflitto perdite maggiori. Ma una strategia si giudica sulla capacità di produrre la condizione politica desiderata. Se il regime sopravvive, l’arricchimento può riprendere, i missili vengono ricostruiti e Hormuz resta nelle mani di Teheran, la superiorità sul campo non equivale al raggiungimento dello scopo.

È questa la lezione realista di Mearsheimer: non importa quanta forza uno Stato possieda, se gli obiettivi che si assegna sono irrealizzabili.

La guerra è spesso presentata come la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ma quando manca una via d’uscita diplomatica, accade il contrario: la politica diventa ostaggio della guerra.

Washington ha provato i bombardamenti, il blocco, la pressione economica e la minaccia di un conflitto ancora più vasto. Nessuna di queste opzioni ha costretto l’Iran alla resa. Continuare a ripeterle con maggiore intensità non garantisce un risultato diverso; può soltanto ampliare il numero delle vittime e il rischio di una crisi globale.

A un certo punto, il realismo non consiste più nel mostrare forza. Consiste nel riconoscerne il limite.

L’Iran non è uscito indenne dalla guerra e non può trasformare le proprie rovine in un facile racconto di vittoria. Ma neppure gli Stati Uniti possono confondere la capacità di colpire con quella di raggiungere uno scopo. Se dopo mesi di bombardamenti il regime resta al potere, il programma nucleare non è cancellato, i missili continuano a essere lanciati e Hormuz diventa la principale leva di Teheran, il problema non è l’insufficienza delle bombe: è l’assenza di una strategia politica. La guerra doveva ridimensionare l’Iran. Rischia invece di aver ridimensionato l’illusione dell’onnipotenza americana.