L’Ucraina chiede agli Stati Uniti le licenze per produrre gli intercettori indispensabili contro i missili russi. Ma, mentre le fabbriche richiedono anni, Kiev combatte già un’altra battaglia: convincere l’America trumpiana che la difesa ucraina coincide ancora con l’interesse degli Stati Uniti.

 Zelensky e Trump discutono della produzione in Ucraina degli intercettori Patriot. Intanto Kiev corteggia influencer, conservatori ed evangelici americani per riconquistare il fronte repubblicano.

Nello Studio Ovale si è parlato di missili, licenze industriali e difesa antiaerea. Ma il vero oggetto del colloquio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è stato, ancora una volta, il tempo.

Il tempo necessario all’Ucraina per resistere. Il tempo che manca prima dell’inverno. Il tempo richiesto per costruire una capacità produttiva nazionale. E soprattutto il tempo politico che Kiev deve guadagnare a Washington prima che l’attenzione americana venga assorbita definitivamente da altre guerre, altri interessi e altre priorità.

La possibilità di produrre in Ucraina gli intercettori dei sistemi Patriot avrebbe un significato strategico enorme. Questi missili rappresentano oggi una delle poche difese realmente efficaci contro i vettori balistici russi, lanciati a velocità elevatissime contro città, centrali energetiche e infrastrutture militari. Le batterie esistono. A mancare sono soprattutto le munizioni.

È il paradosso di questa guerra tecnologica: possedere il lanciatore senza disporre di un numero sufficiente di intercettori significa avere uno scudo sempre più sottile davanti a un arsenale che continua ad ampliarsi.

La produzione locale potrebbe ridurre la dipendenza dalle forniture estere, accrescere le quantità disponibili e trasformare l’Ucraina in uno dei poli industriali della difesa occidentale. Ma nessuno dovrebbe alimentare illusioni. Una licenza non equivale a una fabbrica. Servono impianti, componenti, personale altamente specializzato, trasferimenti tecnologici, sistemi di controllo e una catena logistica al riparo dai bombardamenti.

Occorreranno mesi, forse anni, prima che un intercettore Patriot possa uscire da uno stabilimento ucraino.

La discussione con Trump, dunque, non risolve l’emergenza presente. Indica piuttosto una direzione politica: Washington potrebbe accettare che l’Ucraina non sia più soltanto destinataria di armamenti, ma produttrice integrata nel sistema industriale americano.

È un passaggio tutt’altro che secondario. Significa trasformare l’aiuto in cooperazione, la dipendenza in partecipazione e la guerra ucraina in un laboratorio tecnologico dal quale anche gli Stati Uniti possono ottenere conoscenze, soprattutto nel campo dei droni e della guerra elettronica.

Zelensky sembra averlo compreso perfettamente. Per parlare alla nuova America non insiste più soltanto sulla solidarietà verso un Paese aggredito. Presenta l’Ucraina come un investimento strategico. Kiev non chiede semplicemente denaro: offre esperienza di combattimento, innovazione industriale e un fronte avanzato contro la Russia.

È una lingua molto più comprensibile per l’elettorato repubblicano dell’era Trump.

Proprio qui si inserisce la seconda offensiva ucraina, meno rumorosa dei missili ma non meno importante: quella diretta verso gli influencer conservatori, i podcaster, gli ambienti evangelici e il mondo del movimento Maga.

Kiev ha capito che la tradizionale diplomazia affidata alle cancellerie e ai grandi quotidiani non è più sufficiente. Per convincere Trump bisogna raggiungere chi parla ogni giorno al suo elettorato. Occorre entrare nel sistema mediatico alternativo che ha contribuito a costruirne il consenso.

La visita di Laura Loomer è l’esempio più clamoroso di questa strategia. Per anni vicina a posizioni ostili all’Ucraina e permeabile alla propaganda russa, l’attivista americana è stata accolta a Kiev con tutti gli onori: incontri istituzionali, visite agli impianti industriali, un colloquio personale con Zelensky e persino il recupero delle proprie origini familiari ucraine.

Alla fine del viaggio, Loomer ha ammesso di essersi sbagliata. Ha riconosciuto di aver creduto alla rappresentazione dell’Ucraina come Paese dominato dai nazisti e di essere stata influenzata dalla propaganda del Cremlino.

Dal punto di vista comunicativo, è un risultato notevole. Non perché una singola influencer possa modificare da sola la politica americana, ma perché la sua conversione pubblica offre a una parte del mondo trumpiano la possibilità di cambiare posizione senza sentirsi costretta ad adottare gli argomenti della sinistra.

Kiev non sta chiedendo alla destra americana di diventare progressista. Le sta proponendo una lettura conservatrice della guerra.

L’Ucraina viene presentata come una nazione che difende la propria sovranità, la famiglia, la libertà religiosa, il diritto alla proprietà e l’indipendenza da un impero straniero. L’aiuto militare non è descritto come beneficenza internazionale, ma come investimento nell’industria americana e nella sicurezza degli Stati Uniti.

Non sorprende allora che Zelensky abbia concesso lunghe interviste a figure come Lex Fridman e Ben Shapiro. Il messaggio è calibrato: sostenere Kiev può essere compatibile con l’America First, purché l’Ucraina dimostri di non voler vivere indefinitamente alle spalle del contribuente americano.

Persino la visita alla cattedrale della Dormizione danneggiata dai bombardamenti russi diventa uno strumento di questa contro-narrazione. Da anni alcuni ambienti conservatori occidentali presentano la Russia come ultimo baluardo del cristianesimo tradizionale. Mostrare chiese distrutte da missili e droni significa incrinare quell’immagine.

Non si può proclamare la difesa della civiltà cristiana e contemporaneamente colpire monasteri, cattedrali e comunità religiose.

La diplomazia ucraina ha compreso anche l’importanza del mondo evangelico, decisivo nell’elettorato repubblicano. Incontri di preghiera, testimonianze personali e relazioni con pastori vicini alla Casa Bianca servono a tradurre la causa ucraina in un linguaggio religioso familiare a milioni di americani.

È una strategia sofisticata, ma non priva di rischi.

Corteggiare influencer estremisti o personaggi abituati alla provocazione può offrire risultati immediati, ma può anche compromettere la credibilità morale dell’Ucraina. Nel tentativo di avvicinarsi all’America trumpiana, Kiev deve evitare di assorbirne le ossessioni, i pregiudizi e le pulsioni identitarie.

L’accoglienza riservata a Laura Loomer, per esempio, non può far dimenticare alcune sue dichiarazioni offensive verso minoranze etniche e sociali. Una democrazia che combatte per la propria libertà non dovrebbe apparire indifferente alle parole con cui si nega la dignità di altri esseri umani.

La realpolitik impone di parlare anche con interlocutori scomodi. Ma dialogare non significa legittimare tutto ciò che essi rappresentano.

Resta comunque evidente che Kiev sta imparando a muoversi nel nuovo ecosistema americano. La guerra non si decide soltanto nelle trincee del Donbass o nei cieli sopra Kiev. Si decide anche nei podcast, nei video virali, nei programmi televisivi e nei gruppi religiosi capaci di orientare l’opinione pubblica.

Un missile Patriot può abbattere un vettore russo. Ma per ottenere quel Patriot occorre prima abbattere un’altra barriera: la diffidenza di una parte crescente dell’America.

Zelensky prova così a tenere insieme due linee di difesa. La prima è fatta di radar, batterie antiaeree e intercettori. La seconda di parole, simboli, interviste e relazioni personali.

La prima protegge le città ucraine. La seconda protegge il consenso politico senza il quale le armi non arriveranno.

L’Ucraina potrà forse produrre in futuro i propri Patriot, ma oggi dipende ancora da una decisione americana. Per questo Zelensky non cerca soltanto licenze industriali: cerca una licenza politica a continuare la resistenza. Corteggia Trump, parla agli influencer Maga e apre le porte agli evangelici. È la nuova frontiera della guerra: non basta fermare i missili del nemico, bisogna convincere gli alleati che valga ancora la pena fornire quelli necessari per abbatterli.