La sentenza sull’ex Ilva riapre il conflitto tra diritto alla salute e diritto all’occupazione. Ma la vera sconfitta è averli messi per decenni l’uno contro l’altro.
La decisione della Corte d’Appello di Milano impone la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni. Un elzeviro sul futuro di Taranto, tra bonifiche, occupazione e diritto alla vita.
Ci sono città che finiscono per essere raccontate attraverso una sola parola. Taranto, da oltre mezzo secolo, è diventata sinonimo di acciaio. Ma per chi vi abita quella parola ne contiene altre: polvere, tumori, sirene, lavoro, paura, dignità. È il lessico di una comunità che ha pagato un prezzo altissimo a un modello industriale che avrebbe dovuto garantire sviluppo e che invece ha trasformato il progresso in una dolorosa contabilità di malattie, morti e occasioni perdute.
La decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha imposto la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva entro novanta giorni, non rappresenta soltanto un passaggio giudiziario. È il punto di arrivo di una storia che dura decenni e, insieme, il punto di partenza di una domanda che la politica non può più rinviare: quale futuro vuole costruire per Taranto?
Le parole di Massimo Castellana, portavoce dei Genitori tarantini, colpiscono proprio perché prive di qualsiasi trionfalismo. «Non la considero una vittoria», dice. E sarebbe difficile definirla tale. Nessuna sentenza restituisce un figlio morto di leucemia, un operaio consumato dal cancro o una famiglia costretta a convivere con la paura di respirare l’aria della propria città. Quando la giustizia arriva dopo decenni di sofferenza, assume inevitabilmente il sapore amaro di una riparazione incompleta.
C’è un’immagine che sintetizza meglio di ogni statistica questa tragedia: quel cartello affisso davanti all’acciaieria nel 2016 con la scritta «I bambini di Taranto vogliono vivere». Non era uno slogan politico. Era il grido di una città che chiedeva il diritto più elementare: crescere senza che la propria salute fosse il prezzo da pagare per mantenere acceso un altoforno.
Per anni il dibattito pubblico è rimasto imprigionato in una falsa alternativa: lavoro o salute. Come se difendere l’occupazione significasse necessariamente tollerare l’inquinamento, e proteggere la vita imponesse automaticamente la desertificazione industriale. È una contrapposizione che ha finito per dividere cittadini che avrebbero dovuto essere alleati. Gli operai non sono mai stati i nemici delle famiglie dei Tamburi. Molti di loro appartengono alle stesse famiglie, abitano gli stessi quartieri, respirano la stessa aria, si ammalano delle stesse patologie.
La vera responsabilità politica è aver lasciato che questa contrapposizione diventasse permanente. Per decenni si è preferito gestire l’emergenza anziché risolverla. Ogni governo ha promesso investimenti, riconversioni, bonifiche, innovazioni tecnologiche. Ma il tempo è trascorso più velocemente delle decisioni.
L’amianto rappresenta forse il simbolo più eloquente di questo fallimento. Era noto da decenni che gli impianti costruiti negli anni Sessanta ne erano saturi. Eppure le bonifiche sono rimaste incomplete, rinviate, talvolta semplicemente annunciate. Oggi gli esperti ricordano che le conseguenze sanitarie dell’esposizione continueranno a manifestarsi ancora per molti anni, anche se gli impianti fossero spenti domani. È il paradosso delle grandi omissioni: i loro effetti sopravvivono ai responsabili.
La domanda decisiva riguarda ora il domani. Chiudere non basta. Taranto non può trasformarsi nell’ennesima città abbandonata dopo essere stata sfruttata. La bonifica deve diventare il primo grande cantiere industriale del Mezzogiorno. Non un costo, ma un investimento. Non una parentesi, ma il fondamento di una nuova economia.
È significativo che proprio dalle associazioni dei cittadini emerga una proposta concreta: impiegare gli stessi lavoratori dell’acciaieria nelle operazioni di decontaminazione e smantellamento. Nessuno conosce quegli impianti meglio di chi vi ha trascorso una vita lavorativa. Sarebbe una risposta capace di tenere insieme tutela dell’occupazione, risanamento ambientale e riconversione produttiva.
Naturalmente il problema non si esaurisce qui. Taranto continuerà ad avere bisogno di industria, di investimenti, di logistica portuale, di innovazione energetica, di ricerca e di manifattura avanzata. Ma qualunque progetto futuro dovrà partire da una premessa non negoziabile: nessun posto di lavoro può essere costruito sacrificando il diritto alla salute.
In fondo, la vicenda dell’ex Ilva racconta qualcosa che riguarda l’intero Paese. Per troppo tempo l’Italia ha creduto che sviluppo economico e tutela ambientale fossero interessi contrapposti. Oggi sappiamo che è vero il contrario. Un’economia che distrugge la salute delle persone finisce inevitabilmente per distruggere anche se stessa, generando costi sanitari, previdenziali e sociali infinitamente superiori ai benefici immediati.
La sentenza di Milano non chiude soltanto un impianto industriale: chiude una stagione politica fatta di rinvii e compromessi. Adesso comincia quella più difficile, nella quale sarà necessario dimostrare che lo Stato sa fare ciò che per decenni non ha saputo fare: bonificare, riconvertire e restituire a Taranto il diritto di non dover più scegliere tra il pane e il respiro. Perché una grande nazione non misura la propria forza dalla quantità dell’acciaio che produce, ma dalla capacità di garantire ai propri cittadini che nessun lavoro valga una vita umana.
