Dall’Angelus ai videomessaggi per Brasile, Perù e Portogallo, il Papa consegna un programma educativo e spirituale alle nuove generazioni: Cristo come risposta al vuoto del consumismo, dell’individualismo e dell’illusione digitale.
Nel giro di quarantotto ore Leone XIV ha parlato contemporaneamente alla Chiesa universale e ai giovani di tre continenti. L’Angelus sulla perla preziosa e sul tesoro nascosto, i videomessaggi al Festival Halleluya in Brasile, alla Giornata della Gioventù della Prelatura di Chota e Cutervo in Perù e all’incontro “Rejoice” di Lamego in Portogallo delineano un autentico manifesto del suo pontificato. Al centro non c’è una strategia organizzativa, ma una domanda decisiva: che cosa vale davvero la pena cercare?
Ci sono giorni in cui il Magistero offre più di una semplice riflessione domenicale. Le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus e i tre videomessaggi inviati quasi contemporaneamente ai giovani di Brasile, Perù e Portogallo sembrano infatti comporre un unico grande discorso, rivolto non soltanto ai credenti, ma a una generazione che cerca senso in un tempo dominato dalla velocità, dal consumo e dalla connessione permanente.
La frase destinata probabilmente a rimanere come una delle più incisive di questo primo periodo del pontificato è contenuta nell’Angelus: «L’industria dei consumi ci modifica il palato».
È una diagnosi che va ben oltre la critica economica. Il Papa descrive un meccanismo culturale. Il mercato non produce soltanto beni: educa il desiderio, crea bisogni artificiali e abitua il cuore a rincorrere continuamente qualcosa che, una volta ottenuto, lascia nuovamente insoddisfatti. È una pedagogia dell’insaziabilità.
Per questo il Vangelo della perla preziosa acquista oggi una forza straordinaria. Chi incontra Cristo non subisce una perdita, ma scopre finalmente ciò che dà significato al resto. «Se qualcosa deve cambiare – osserva Leone XIV – è per un di più di possibilità, non per un di meno». È una concezione della fede profondamente positiva, distante sia dal moralismo sia dalla nostalgia.
Questa stessa prospettiva attraversa i tre videomessaggi rivolti ai giovani.
Ai ragazzi del Festival Halleluya di Fortaleza, in Brasile, il Pontefice ricorda che una vita senza Cristo è «una vita senza grazia» e li invita a custodire il fervore missionario. È qui che introduce anche una delle riflessioni più attuali del suo magistero: l’uso dei social network e dell’intelligenza artificiale. Non demonizza la tecnologia, ma mette in guardia dal rischio che essa costruisca un «mondo irreale», nel quale l’effimero, l’apparenza e l’inganno prendono il posto della verità. Il riferimento a Carlo Acutis diventa così il simbolo di una santità capace di abitare il digitale senza esserne dominata.
Ai giovani della Prelatura di Chota e Cutervo, in Perù, Leone XIV utilizza invece un’espressione destinata a colpire: invita a vivere una «ribellione santa». Non una contestazione sterile, ma la capacità evangelica di opporsi all’indifferenza, alla rassegnazione e al conformismo. Non vuole giovani “da divano”, ma missionari nelle scuole, nelle università, nei campi e nelle periferie, capaci di trasformare i luoghi della sofferenza in spazi di speranza.
Il messaggio inviato al raduno “Rejoice” di Lamego, in Portogallo, aggiunge un ulteriore tassello. Il Papa invita i giovani a custodire l’eredità spirituale della Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona 2023 e a non perdere mai quella “santa inquietudine” che caratterizza la giovinezza. L’inquietudine, osserva, non va repressa, ma orientata verso Cristo. È da essa che nasce la domanda fondamentale della vocazione: «Signore, che cosa vuoi che io faccia nella Chiesa e nel mondo?». Matrimonio, sacerdozio, vita consacrata: ogni chiamata nasce dal dialogo con Dio. E sopra tutte le vocazioni rimane quella universale alla santità, che il Papa definisce come la forma più autentica dell’umanità.
Non è difficile cogliere il filo rosso che unisce questi interventi. Da una parte il Papa denuncia ciò che svuota il cuore: il consumismo, l’idolatria dell’apparenza, l’uso disordinato della tecnologia, il conformismo culturale. Dall’altra propone un’antropologia della speranza: il desiderio, la vocazione, la missione, la comunione, la ricerca della verità.
Colpisce soprattutto il tono. Leone XIV non parla ai giovani come a un problema da gestire, ma come alla risorsa decisiva della Chiesa. Non offre ricette sociologiche né slogan motivazionali. Chiede piuttosto di coltivare una fede capace di pensare, di discernere, di scegliere e di donarsi.
In fondo, il Pontefice propone una vera educazione del desiderio. Prima ancora di insegnare cosa scegliere, insegna a desiderare ciò che vale davvero. È questa la risposta cristiana a una società che confonde il possesso con la felicità e l’accumulo con la realizzazione personale.
Dal cuore dell’Europa all’America Latina, Leone XIV parla con un linguaggio sorprendentemente unitario. Ai giovani non promette successo né benessere, ma una gioia più profonda: quella di scoprire il tesoro nascosto che nessun algoritmo può calcolare, nessun mercato può vendere e nessuna crisi può togliere. In un’epoca che moltiplica le possibilità di consumo, il Papa ricorda che la vera libertà nasce ancora dalla capacità di riconoscere la perla di grande valore e di scegliere, senza paura, ciò che rende davvero piena la vita.
