Domani verrà presentato a Roma, al Parco dei Caduti di San Lorenzo, il saggio “Contro il fascismo”. Intervistiamo uno dei protagonisti fondatore della scuola antimperialista fondata con la moglie Rita Martufi e che oggi vede impegnati diversi giovani e la promettente ricercatrice Mirella Madafferi. Il tema affrontato nella conversazione ci riporta al problema della manipolazione dell’informazione che arriva alla militarizzazione della scienza, dalle guerre in Ucraina e a Gaza alla resistenza di Cuba: una lettura critica della crisi del capitalismo e delle alternative che stanno emergendo nel mondo multicentrico.

Intervista a Luciano Vasapollo di Alfonso Bruno

La comunicazione sembra occupare oggi un posto centrale nella vita economica e politica. Perché la definite “comunicazione deviante”?

La definiamo deviante perché ha progressivamente smesso di essere uno strumento di conoscenza, relazione e partecipazione per diventare una funzione interna alla riproduzione del sistema capitalistico. Nel capitalismo contemporaneo la comunicazione non si limita a raccontare la realtà: contribuisce a costruirla secondo le necessità del profitto, della competitività e del dominio. In passato il capitalismo legittimava se stesso soprattutto attraverso l’idea di progresso. Oggi quella funzione è stata assunta dalla comunicazione. Non si promette più necessariamente un futuro migliore. Si produce, piuttosto, un flusso continuo di immagini, parole e narrazioni capace di presentare l’ordine esistente come inevitabile, moderno e privo di alternative. La comunicazione diventa così il linguaggio attraverso il quale lo sfruttamento viene normalizzato e persino trasformato in partecipazione, innovazione o libertà.

In che modo questa logica si manifesta all’interno delle imprese?

Un esempio evidente è la retorica del coinvolgimento dei lavoratori. Molte aziende parlano di partecipazione, condivisione, responsabilizzazione, ascolto e lavoro di squadra. Ma molto spesso si tratta di una partecipazione soltanto apparente. Il lavoratore viene invitato a esprimersi, a contribuire, a sentirsi parte dell’impresa, ma raramente dispone di un potere reale sulle decisioni riguardanti la produzione, l’organizzazione del lavoro, la distribuzione dei profitti o le strategie aziendali. La comunicazione interna crea così l’illusione del coinvolgimento senza modificare i rapporti di potere. Il lavoratore deve identificarsi emotivamente con l’impresa, ma non può mettere in discussione chi la dirige e a vantaggio di chi viene prodotta la ricchezza. È una forma sofisticata di dominio. Non si chiede più soltanto la forza-lavoro, ma anche l’adesione psicologica, creativa e affettiva della persona.

La comunicazione è dunque diventata anche uno strumento di controllo sociale?

Certamente. Le imprese dispongono oggi di quantità immense di informazioni sui comportamenti, sui consumi, sulle preferenze, sulle relazioni e persino sulle emozioni degli individui. Attraverso la telematica, gli algoritmi e l’automazione, tali informazioni vengono utilizzate per prevedere e orientare le scelte. Il capitale umano e intellettuale viene trasformato in un valore di scambio, mentre la conoscenza diventa una merce e una risorsa strategica. Il problema, quindi, non riguarda soltanto le notizie false o la manipolazione dei mezzi di informazione. Riguarda l’intera organizzazione sociale. Il capitalismo non si limita a possedere i mezzi di produzione materiale. Cerca di controllare anche i mezzi di produzione dell’immaginario, delle opinioni e delle relazioni.

In questo quadro, quale funzione assumono i grandi mezzi di informazione occidentali?

Svolgono spesso una funzione di legittimazione delle politiche economiche e militari delle classi dominanti. Le guerre vengono presentate attraverso schemi semplificati, nei quali una parte rappresenta la democrazia, la libertà e il diritto, mentre l’altra incarna il male assoluto. In questo modo vengono cancellate le cause storiche, economiche e geopolitiche dei conflitti. L’informazione non aiuta più a comprendendere, ma prepara il consenso. Le parole utilizzate non sono neutre. Le guerre combattute dagli alleati dell’Occidente vengono chiamate operazioni difensive, missioni di sicurezza o interventi umanitari. Le azioni degli avversari vengono invece immediatamente definite aggressive, terroristiche o imperiali. Non intendiamo negare le responsabilità dei singoli governi. Vogliamo però denunciare il doppio standard attraverso il quale le stesse azioni vengono giudicate diversamente secondo chi le compie.

Voi applicate questa lettura anche alla guerra in Ucraina. In che senso?

La guerra in Ucraina viene quasi esclusivamente raccontata come una contrapposizione lineare tra un Paese aggredito e un aggressore. L’invasione russa costituisce certamente un fatto reale e drammatico, ma la comprensione di un conflitto non può fermarsi alla sua data d’inizio ufficiale. Occorre considerare la storia dei rapporti tra NATO e Russia, l’allargamento dell’Alleanza atlantica, il conflitto nel Donbass, le divisioni linguistiche e politiche interne all’Ucraina e il ruolo delle grandi potenze. Ridurre tutto a una narrazione morale elementare impedisce di comprendere le cause e quindi di costruire una pace possibile. Questa guerra, inoltre, alimenta enormemente i profitti dell’industria militare. Gli Stati aumentano le spese per gli armamenti, le aziende del settore ricevono nuove commesse e la militarizzazione viene presentata come una necessità inevitabile. Il risultato è che migliaia di persone muoiono mentre il complesso militare-industriale si rafforza.

Un discorso analogo riguarda Gaza?

A Gaza la sproporzione tra l’attacco del 7 ottobre e la risposta israeliana è diventata insostenibile. La sofferenza delle vittime israeliane e la condanna delle uccisioni di civili non possono trasformarsi in una giustificazione permanente per la devastazione della popolazione palestinese. La comunicazione dominante ha spesso presentato ogni azione israeliana come parte di una guerra difensiva, oscurando la storia dell’occupazione, dell’espansione degli insediamenti, del blocco e della negazione dei diritti nazionali palestinesi. Dietro le operazioni militari esistono inoltre interessi economici e strategici: il controllo del territorio, delle risorse energetiche, delle coste e delle future opportunità immobiliari. Non si tratta di sostituire una propaganda con un’altra, ma di restituire visibilità ai rapporti di forza e alle cause strutturali del conflitto.

Nel vostro discorso compare una critica molto dura al sionismo. Come distinguete la critica politica dall’antisemitismo?

La distinzione deve essere assoluta. L’antisemitismo è una forma di razzismo e deve essere respinto senza esitazioni. La critica al sionismo politico e alle politiche dello Stato di Israele riguarda invece un’ideologia nazionale, un progetto statale e concrete scelte di governo. Contestare l’occupazione, il colonialismo d’insediamento o la discriminazione dei palestinesi non significa colpire il popolo ebraico né la religione ebraica. Anzi, confondere deliberatamente ogni critica a Israele con l’antisemitismo serve spesso a impedire il dibattito e a rendere invisibili le responsabilità politiche. Noi consideriamo il suprematismo presente nelle correnti più radicali del sionismo contemporaneo come parte della lunga storia del colonialismo europeo e del colonialismo d’insediamento. È una logica nella quale un gruppo attribuisce a se stesso un diritto superiore sulla terra e sugli altri esseri umani. La lotta contro questa ideologia deve però essere sempre condotta rifiutando qualsiasi generalizzazione antiebraica.

Quale ruolo hanno assunto gli intellettuali davanti alla guerra?

Nel Novecento l’intellettuale veniva spesso associato alla critica del potere, alla difesa degli oppressi e all’emancipazione civile. Oggi assistiamo frequentemente al fenomeno opposto: una parte consistente dell’intellettualità occidentale si è allineata alle logiche militariste e atlantiste. Gli esperti invitati nei mezzi di informazione discutono di nuove armi, strategie, deterrenza e aumento delle spese militari come se si trattasse di questioni puramente tecniche. Raramente si interrogano sugli interessi economici che sostengono la guerra o sulle conseguenze sociali della militarizzazione. Si è creata una figura di intellettuale organico non più all’emancipazione, ma al complesso politico, finanziario e militare.

Anche la scienza rischia di essere subordinata a queste logiche?

È già accaduto e continua ad accadere. Il rapporto tra scienza e produzione bellica è diventato particolarmente evidente con le guerre degli ultimi decenni, dalla Guerra del Golfo alla Jugoslavia, fino ai conflitti attuali. Una parte crescente della ricerca viene finanziata in funzione di applicazioni militari: sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, droni, armamenti autonomi, tecnologie spaziali e strumenti di controllo. Il ricercatore rischia di essere trasformato in un semplice ingranaggio del sistema produttivo e militare, senza poter decidere le finalità sociali della propria ricerca. Per questo sosteniamo la necessità di una democratizzazione della scienza. Non basta domandarsi che cosa sia tecnicamente possibile. Occorre chiedersi chi controlla la tecnologia, chi beneficia della sua applicazione e quali rapporti sociali contribuisce a creare.

Che cosa intendete per controllo sociale della scienza?

Non intendiamo la subordinazione della ricerca a una burocrazia politica. Intendiamo la partecipazione reale della società alle decisioni riguardanti le finalità dello sviluppo scientifico. Le comunità, i lavoratori e le forze sociali devono poter intervenire sulle priorità della ricerca, sull’uso delle tecnologie e sulla distribuzione dei benefici. Oggi queste decisioni vengono prese prevalentemente dai grandi gruppi industriali, finanziari e militari. La scienza viene presentata come neutrale, ma le sue applicazioni rispondono a interessi precisi. Il controllo democratico deve impedire che il sapere collettivamente prodotto venga privatizzato e utilizzato per accrescere il profitto, la sorveglianza o la capacità distruttiva degli Stati.

Le spese militari continuano intanto ad aumentare. Che cosa indica questo fenomeno?

Indica che la guerra non è un incidente occasionale del capitalismo contemporaneo, ma una componente strutturale della sua crisi. In Medio Oriente le spese militari hanno raggiunto livelli enormi. Anche Israele ha registrato un incremento molto consistente della propria spesa bellica. Ogni aumento viene giustificato con la sicurezza. Ma più armi vengono accumulate, più cresce la percezione della minaccia e più ogni Stato si sente costretto ad armarsi ulteriormente. È un circuito che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica e alla lotta contro la povertà. La guerra diventa anche un modo per sostenere la domanda industriale, aprire nuovi mercati e controllare territori e risorse. Per questo la lotta per la pace non può essere separata dalla critica dei rapporti capitalistici.

Di fronte a questa situazione, da dove può nascere un’alternativa?

Un’alternativa può nascere dal rafforzamento di un mondo multicentrico, nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente i propri interessi all’intera umanità. Organizzazioni come i BRICS allargati, l’ALBA e l’Alleanza degli Stati del Sahel rappresentano, con tutte le loro differenze e contraddizioni, il tentativo di costruire spazi autonomi rispetto all’egemonia occidentale. Non sosteniamo che ogni Stato contrapposto agli Stati Uniti sia automaticamente progressista o socialista. Sarebbe un errore grave. Un governo non diventa emancipatore soltanto perché entra in conflitto con Washington Occorre valutare sempre il rapporto che mantiene con la propria popolazione, con i lavoratori, con le minoranze e con i diritti sociali. L’antimperialismo non può significare appoggio incondizionato a qualsiasi potere che si dichiari avversario dell’Occidente.

Questo punto sembra particolarmente importante nel vostro giudizio sui diversi governi del Sud globale.

Lo è. La coerenza è essenziale. Sostenere il popolo palestinese contro la distruzione di Gaza e Cuba contro il blocco statunitense non significa dover giustificare ogni governo che si collochi fuori dall’asse occidentale. Non possiamo denunciare l’oppressione esercitata da Israele sui palestinesi e poi ignorare le violazioni compiute da altri Stati contro le proprie popolazioni. La costruzione di un mondo multicentrico è positiva soltanto se apre spazi di autodeterminazione, partecipazione popolare e giustizia sociale. Se si limita a sostituire una potenza dominante con altre potenze, non risolve il problema.

Perché Cuba rimane centrale nella vostra analisi?

Perché Cuba rappresenta una delle esperienze più longeve di resistenza all’imperialismo e di costruzione socialista. Da oltre sessant’anni l’isola affronta un blocco economico che ha inciso profondamente sulla vita quotidiana della popolazione e sulle possibilità di sviluppo. Nonostante ciò, Cuba ha investito nell’istruzione, nella sanità, nella formazione scientifica e nella solidarietà internazionale. Il sistema cubano presenta difficoltà, contraddizioni e problemi reali, che non devono essere negati. Ma non può essere analizzato ignorando il peso del blocco, delle sanzioni, dell’isolamento finanziario e delle continue pressioni esterne. La democrazia non coincide necessariamente con il modello parlamentare liberale occidentale. A Cuba esistono forme di partecipazione popolare, consultazione e organizzazione sociale che devono essere studiate nella loro specificità.

Qual è l’attualità del pensiero di Fidel Castro?

Fidel ha interpretato la rivoluzione come il “senso del momento storico”. Questa espressione indica la capacità di comprendere le condizioni concrete del proprio tempo e di agire per trasformarle. Il suo pensiero non si limitava alla situazione cubana. Analizzava il debito internazionale, gli scambi diseguali, il dominio delle multinazionali, la povertà del Terzo Mondo, la crisi ambientale e la minaccia della guerra. Molte delle sue denunce risultano oggi ancora più attuali. Fidel aveva compreso che il sottosviluppo non deriva soltanto dagli errori interni dei singoli Paesi, ma dal funzionamento dell’economia mondiale. Un sistema costruito sul debito, sulla dipendenza tecnologica e sul controllo delle risorse impedisce ai popoli periferici di svilupparsi autonomamente. La sua eredità consiste anche nella capacità di trasformare l’analisi in mobilitazione politica e proposta concreta.

Accanto a Fidel richiamate spesso José Martí e Simón Bolívar. Perché?

Perché il socialismo latinoamericano non può essere una semplice importazione di modelli europei. José Martí e Simón Bolívar rappresentano la tradizione dell’indipendenza, dell’unità continentale e della liberazione dall’oppressione coloniale. Fidel e Chávez hanno cercato di integrare questa eredità con il marxismo e con l’analisi di classe. La Nuestra América di Martí non è soltanto uno spazio geografico. È l’idea di un continente capace di pensare con la propria testa, difendere la propria sovranità e costruire istituzioni adeguate alla propria storia. Il recupero di Martí e Bolívar permette quindi di evitare sia la subordinazione all’Occidente sia una lettura dogmatica del socialismo.

In questo contesto quale funzione può avere l’ALBA?

L’ALBA nasce dall’iniziativa di Fidel Castro e Hugo Chávez come alternativa ai progetti di integrazione commerciale dominati dagli Stati Uniti. Non si tratta semplicemente di creare un’area economica. Il progetto mira a costruire relazioni fondate sulla solidarietà, sulla cooperazione e sulla complementarità, anziché sulla concorrenza. L’ALBA può rappresentare un laboratorio di democrazia partecipativa e di transizione socialista, nella misura in cui parte dai bisogni dei popoli, dei lavoratori e dei settori subalterni. È un progetto che ha incontrato difficoltà, rallentamenti e contraddizioni, ma conserva un significato strategico: dimostrare che l’integrazione regionale può essere costruita non a vantaggio delle multinazionali, ma delle popolazioni.

Perché considerate insufficienti le teorie della cosiddetta “decrescita felice”?

Perché tendono spesso a concentrarsi sui comportamenti individuali e sulla riduzione dei consumi senza mettere realmente in discussione la proprietà dei mezzi di produzione e i rapporti di classe. La crisi ecologica non deriva da un generico eccesso dell’umanità. Deriva da un sistema che deve accumulare continuamente capitale e trasformare ogni risorsa naturale in merce. Chiedere a tutti di consumare meno senza distinguere tra chi vive nel lusso e chi non dispone del necessario significa cancellare le disuguaglianze. Non basta adattare il capitalismo o renderlo più sobrio. Occorre trasformare radicalmente il modo in cui vengono decise la produzione, la distribuzione e l’uso delle risorse. L’analisi di classe rimane indispensabile anche per affrontare la crisi ambientale.

Quali sono oggi le principali sfide del socialismo?

La prima consiste nel riprendere un percorso interrotto e delegittimato dopo il 1989. Il crollo dell’Unione Sovietica è stato presentato come la fine definitiva di ogni alternativa al capitalismo. Ma la crisi economica, sociale, ecologica e militare degli ultimi decenni dimostra che il capitalismo non ha risolto le proprie contraddizioni. Cuba, Cina e Vietnam rappresentano esperienze molto diverse, attraversate da tensioni e trasformazioni. Sono però terreni nei quali continua a porsi il problema della transizione, del rapporto tra piano e mercato, della proprietà, della partecipazione e del controllo sociale dello sviluppo. Il socialismo del XXI secolo non può limitarsi a ripetere i modelli del Novecento. Deve rispondere alle questioni della tecnologia, dell’ambiente, della comunicazione, delle nuove forme del lavoro e della democrazia.

Parlate di socialismo “nel e per il XXI secolo”, non semplicemente “del XXI secolo”. Che cosa significa?

Significa che non basta collocare cronologicamente il socialismo nel nostro tempo. Occorre costruire un progetto capace di agire dentro le condizioni concrete del XXI secolo e, contemporaneamente, di orientarlo verso un futuro diverso. Il socialismo deve misurarsi con l’automazione, l’intelligenza artificiale, la crisi ecologica, la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione e il controllo digitale. Deve essere “nel” XXI secolo perché deve comprendere queste trasformazioni. Deve essere “per” il XXI secolo perché deve offrire una risposta capace di liberare l’umanità dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla distruzione ambientale.

Quale ruolo possono avere i giovani, gli studiosi e i militanti?

Devono uscire dalla posizione dello spettatore. Non basta denunciare il sistema né attendere che le contraddizioni del capitalismo producano automaticamente il cambiamento. Occorre sperimentare nuove forme di organizzazione, partecipazione, ricerca e comunicazione. I giovani devono riappropriarsi della politica come capacità collettiva di trasformazione. Gli studiosi devono sottrarre la conoscenza alla subordinazione nei confronti del mercato e della guerra. I militanti devono costruire legami tra le lotte sociali, sindacali, ecologiche, femministe e antimperialiste. Il cambiamento storico non nasce da una formula astratta, ma dalla costruzione quotidiana di rapporti sociali differenti.

Esiste ancora oggi un movimento internazionale di resistenza?

Esiste, ma è frammentato, differenziato e attraversato da numerose contraddizioni. Comprende le lotte dei popoli mediorientali, la resistenza palestinese, l’esperienza cubana, i processi di integrazione latinoamericana, le mobilitazioni africane contro il neocolonialismo e le lotte dei lavoratori nei Paesi capitalistici avanzati. Non tutte queste esperienze hanno la stessa natura, gli stessi obiettivi o gli stessi metodi. Sarebbe sbagliato uniformarle. Tuttavia, esse mostrano una tendenza comune: il rifiuto della subordinazione a un ordine mondiale fondato sul dominio finanziario, militare e tecnologico. Il compito degli antimperialisti europei è costruire un dialogo con queste esperienze, senza paternalismo e senza rinunciare alla capacità critica.

Quale blocco politico dovrebbe essere costruito?

Un blocco articolato della resistenza antifascista, antimperialista e anticapitalista. Non immaginiamo un’organizzazione monolitica o un unico centro mondiale. Pensiamo a una convergenza tra forze diverse, rispettosa delle specificità storiche e nazionali, ma unita da alcuni principi fondamentali: pace, autodeterminazione, giustizia sociale, sovranità popolare, controllo collettivo dell’economia e rifiuto del razzismo. L’antifascismo non può essere separato dall’anticapitalismo, perché le tendenze autoritarie e razziste crescono dentro la crisi del sistema. Allo stesso modo, l’antimperialismo deve essere collegato alla lotta di classe. Non basta chiedere un riequilibrio tra Stati: bisogna trasformare i rapporti economici e sociali all’interno di ciascun Paese.

Non c’è il rischio che questa visione appaia utopistica?

L’utopia non consiste nel pensare che il mondo possa cambiare. Consiste nel credere che l’attuale sistema possa continuare indefinitamente senza produrre catastrofi. Un capitalismo fondato sulla crescita illimitata, sull’accumulazione, sulla guerra e sullo sfruttamento della natura non è sostenibile. La vera illusione è immaginare che bastino alcuni correttivi tecnici, qualche riforma finanziaria o una generica transizione verde per risolvere una crisi che ha radici strutturali. “Un altro mondo è possibile” non è soltanto uno slogan. È possibile perché è necessario. Ma la necessità non garantisce automaticamente la realizzazione. Occorrono organizzazione, studio, partecipazione e capacità di costruire concretamente istituzioni alternative.

Quale può essere, allora, il punto di partenza?

Il primo passo è recuperare la capacità di comprendere criticamente la realtà. Dobbiamo smascherare la comunicazione deviante, ricostruire le cause delle guerre, riconoscere gli interessi economici nascosti dietro le narrazioni ufficiali e restituire centralità ai lavoratori e ai popoli. Il secondo passo è costruire relazioni autentiche. Il capitalismo tende alla desocializzazione, all’isolamento e alla competizione permanente. L’alternativa nasce invece dalla cooperazione, dalla solidarietà e dall’organizzazione collettiva. Infine occorre riconquistare la speranza come categoria politica. Non una speranza passiva, ma la convinzione che la storia non sia terminata e che gli esseri umani possano ancora scegliere il modo in cui vivere, produrre e convivere. La battaglia per la pace e per una nuova umanità è appena cominciata.