Netanyahu si avvicina alle elezioni del 27 ottobre con il vento contrario, una coalizione in difficoltà e Gadi Eisenkot ormai capace di riunire l’opposizione. Persino gli aerei diretti a Ben Gurion entrano nella battaglia politica: quando un leader teme il ritorno dei propri cittadini, il problema non è più soltanto vincere, ma conservare il potere.
Benjamin Netanyahu ha costruito la propria longevità politica sull’arte di trasformare ogni crisi in una prova della propria indispensabilità. Guerre, processi, ribellioni interne, rotture diplomatiche e maggioranze fragili sono diventati, nelle sue mani, materiali di una narrazione sempre uguale: Israele sarebbe circondato da minacce e soltanto “Bibi” possiederebbe l’esperienza necessaria per attraversarle. Per questo lo hanno chiamato il mago. Non perché abbia evitato le sconfitte, ma perché è sempre riuscito a farle apparire provvisorie, a guadagnare tempo e a tornare quando gli avversari lo consideravano finito. Le elezioni fissate per il 27 ottobre 2026 potrebbero però rappresentare una prova diversa dalle precedenti. Netanyahu non affronta soltanto un’opposizione politica, ma un Paese logorato dalle guerre, dalla ferita ancora aperta del 7 ottobre, dalla questione degli ostaggi, dal conflitto con le istituzioni e da una crescente stanchezza nei confronti di un potere che sembra non conoscere altra conclusione che la propria perpetuazione.
L’ultimo segnale arriva dal cielo. Secondo una ricostruzione di Haaretz, la ministra dei Trasporti Miri Regev starebbe valutando una limitazione dei voli aggiuntivi diretti in Israele nei giorni delle elezioni, ufficialmente a causa della ridotta capacità dell’aeroporto Ben Gurion, dove sarebbero presenti velivoli americani di supporto alle operazioni legate alla guerra con l’Iran. Il sospetto avanzato dalla stampa israeliana è che la misura possa scoraggiare il rientro di decine di migliaia di cittadini residenti all’estero, considerati in prevalenza ostili a Netanyahu. La notizia richiede cautela: al momento si tratta di un piano attribuito al governo e non della prova definitiva di una manipolazione elettorale. Ma il solo fatto che una simile ipotesi appaia politicamente credibile rivela quanto si sia deteriorato il clima israeliano.
In Israele non è previsto il voto generalizzato per corrispondenza dei cittadini che vivono all’estero: per partecipare alle elezioni molti devono fisicamente rientrare nel Paese. Un posto su un aereo può quindi diventare, indirettamente, l’accesso a una scheda. L’aeroporto non sarebbe più soltanto un’infrastruttura logistica, ma una frontiera politica. Non occorre necessariamente chiuderlo: può bastare ridurre i collegamenti, rendere i biglietti più costosi, lasciare che la scarsità compia ciò che un divieto esplicito renderebbe troppo evidente. È la forma moderna dell’ostacolo elettorale, apparentemente amministrativa, tecnicamente giustificabile e proprio per questo difficile da denunciare.
Netanyahu non ha ancora perduto le elezioni e sarebbe imprudente celebrarne anticipatamente il tramonto. Il Likud rimane il primo partito in alcune rilevazioni e il sistema proporzionale israeliano rende decisivi gli accordi successivi al voto. Ma i sondaggi più recenti descrivono una situazione nuova. Una rilevazione di Channel 13 assegna 22 seggi al Likud e 21 a Yashar, la formazione centrista fondata da Gadi Eisenkot; soprattutto, attribuisce ai partiti sionisti di opposizione una maggioranza minima di 61 deputati, senza bisogno del sostegno esterno delle liste arabe, mentre l’attuale coalizione governativa si fermerebbe a 50. Un altro sondaggio ha persino collocato Yashar davanti al Likud, segnalando che l’ex capo di Stato maggiore non è più soltanto una figura rispettata, ma un candidato potenzialmente egemone.
Eisenkot è pericoloso per Netanyahu proprio perché non può essere facilmente dipinto come un ingenuo pacifista o come un esponente di una sinistra estranea alla sicurezza nazionale. È stato capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, ha una lunga esperienza militare e mantiene posizioni dure sulle minacce esterne. Entrò nel governo di emergenza dopo il 7 ottobre e ne uscì quando giudicò che Netanyahu non possedesse più una strategia credibile per concludere la guerra e riportare a casa gli ostaggi. La sua biografia reca inoltre un dolore che in Israele ha un peso politico e morale particolare: il figlio Gal morì combattendo a Gaza nel dicembre 2023 e, nei mesi successivi, persero la vita anche due suoi nipoti. Eisenkot può parlare della guerra senza retorica perché ne ha pagato personalmente il prezzo.
È questa la differenza che Netanyahu fatica a neutralizzare. Per decenni il premier ha presentato i propri avversari come persone incapaci di comprendere la durezza del Medio Oriente. Eisenkot appartiene invece allo stesso mondo della sicurezza nazionale, ma può accusarlo di avere subordinato la sicurezza alla sopravvivenza del governo. Non contesta il diritto di Israele a difendersi; contesta l’idea che ogni guerra debba continuare finché serve alla coalizione. Non propone il disarmo morale dello Stato, bensì una diversa gerarchia delle responsabilità.
Attorno a lui potrebbero convergere forze che, in condizioni normali, avrebbero difficoltà perfino a sedersi allo stesso tavolo: la sinistra di Yair Golan, il centro di Yair Lapid, la destra laica di Avigdor Lieberman e, almeno in parte, l’area legata a Naftali Bennett. La forza di Eisenkot non consiste tanto nell’avere cancellato le distanze ideologiche, quanto nell’avere offerto loro un obiettivo comune credibile: chiudere l’era Netanyahu senza consegnare la sicurezza nazionale a un’incognita.
Il premier conserva però un apparato politico formidabile e, soprattutto, una coalizione i cui alleati sanno che fuori dal suo governo rischierebbero di perdere privilegi e capacità di condizionamento. Da qui l’accelerazione legislativa prima della pausa estiva della Knesset. La maggioranza ha promosso misure volte a ridurre l’autonomia della procuratrice generale, ad aumentare il controllo dell’esecutivo sul sistema radiotelevisivo, ad attenuare le conseguenze per gli ultraortodossi che rifiutano la leva e a finanziare nuove infrastrutture negli insediamenti della Cisgiordania. Non si tratta di provvedimenti casuali. Parlano direttamente ai due pilastri più fedeli della coalizione: i partiti religiosi ultraortodossi e il movimento dei coloni.
Il governo non sta soltanto amministrando il Paese; sta cercando di blindare la propria base. Gli ultraortodossi chiedono che i loro giovani continuino a essere esentati dal servizio militare proprio mentre migliaia di famiglie israeliane sopportano richiami ripetuti e lutti. I partiti della colonizzazione vogliono strade, protezione politica e un’accelerazione dell’annessione di fatto della Cisgiordania. Netanyahu offre a entrambi ciò che nessuna coalizione centrista potrebbe garantire con la stessa larghezza. L’alleanza non nasce da una visione comune di Israele, ma da una reciproca assicurazione sulla sopravvivenza.
A rendere più incerto il quadro interviene anche il rapporto con Washington. Netanyahu ha considerato a lungo Donald Trump il proprio garante internazionale: un presidente disposto a riconoscere Gerusalemme come capitale, a sostenere le rivendicazioni israeliane e a trattare le obiezioni palestinesi come un dettaglio secondario. Ma l’amicizia tra leader non cancella gli interessi nazionali. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che alcuni esponenti del governo israeliano avrebbero cercato di orientare l’opinione pubblica americana contro l’intesa con l’Iran, perché interessati alla prosecuzione della campagna militare. È un’accusa pesante, tanto più perché proviene non dalla sinistra statunitense, ma dal vertice dell’amministrazione Trump.
La frattura non significa che Washington abbia abbandonato Israele, né che Trump sia diventato improvvisamente ostile a Netanyahu. Gli Stati Uniti restano il principale sostegno strategico dello Stato ebraico. Ma Vance ha introdotto una distinzione che per anni è stata quasi impronunciabile nella destra americana: sostenere Israele non equivale necessariamente ad assecondare ogni scelta del suo governo. Quando gli interessi di Netanyahu entrano in conflitto con il desiderio di Trump di presentarsi come pacificatore o con la necessità americana di uscire da una guerra costosa con l’Iran, la protezione personale di Bibi non è più garantita.
È qui che il “mago” appare più vulnerabile. La sua politica ha sempre funzionato attraverso la sovrapposizione tra la propria permanenza al potere e la sicurezza di Israele. Criticarlo significava, nella sua retorica, indebolire il Paese; indagarlo significava perseguitare il leader durante una guerra; chiedere una commissione sul 7 ottobre significava offrire un vantaggio ai nemici. Ma dopo anni di governo quella sovrapposizione comincia a produrre l’effetto opposto. Una parte crescente degli israeliani si domanda se Netanyahu protegga ancora il Paese attraverso il potere o protegga ormai il proprio potere attraverso la guerra.
Il possibile limite ai voli diventa allora la metafora perfetta della sua stagione politica. Per restare al governo potrebbe non essere più sufficiente convincere gli israeliani presenti. Bisognerebbe rendere più difficile il ritorno di quelli lontani. È un sospetto, non ancora una sentenza. Ma le democrazie iniziano a indebolirsi proprio quando le decisioni amministrative vengono pensate in base alla probabile preferenza politica dei cittadini che ne subiranno gli effetti.
Netanyahu userà ogni cartuccia consentita dalla legge e probabilmente proverà ad allargare ancora una volta i margini della legge stessa. Evocherà l’Iran, il terrorismo, l’isolamento internazionale, il rischio di un governo dipendente dagli arabi, la fragilità degli avversari e il caos che seguirebbe alla sua uscita. È possibile che funzioni. Ha già vinto campagne che sembravano perdute e conosce meglio di chiunque altro le paure profonde dell’elettorato israeliano.
Questa volta, però, trova davanti a sé non soltanto una coalizione “contro Bibi”, ma un uomo capace di parlare lo stesso linguaggio della sicurezza senza condividere la sua ossessione per il potere. Eisenkot può ricordare agli israeliani che la fermezza non consiste nel prolungare indefinitamente ogni conflitto e che il patriottismo non si misura dalla fedeltà a un primo ministro. Il 27 ottobre non si voterà semplicemente tra destra e sinistra. Si voterà sulla possibilità che Israele torni a distinguere lo Stato dal suo leader.
Il sospetto che il governo voglia ridurre i voli degli israeliani residenti all’estero non dimostra ancora un piano per alterare il voto. Ma racconta la paura di un potere che, dopo avere controllato la terra, le frontiere e la guerra, guarda ormai con inquietudine persino al cielo. Netanyahu può ancora vincere; ciò che non riesce più a controllare è l’idea, sempre più diffusa, che Israele possa sopravvivere anche senza di lui.
