Trump accetta la democrazia, solo quando vince lui

Con le elezioni di metà mandato sempre più vicine e i repubblicani costretti a difendere maggioranze fragili, il presidente americano torna alla sua arma politica più collaudata: dichiarare sospetta la partita prima ancora che venga giocata. Pechino diventa il nuovo colpevole universale, mentre il vero bersaglio è il diritto degli elettori a mandare un messaggio contrario alla Casa Bianca.

È il perfezionamento di una tecnica politica sperimentata nel 2020: se vinco, il popolo ha parlato; se perdo, qualcuno ha manipolato il popolo. La democrazia non è più il metodo con cui una comunità sceglie temporaneamente chi la governa, ma una macchina chiamata a certificare la vittoria del capo. Quando il responso non coincide con il risultato desiderato, non è il presidente a essere stato sconfitto: è il sistema a essere stato violato.

Nel discorso pronunciato il 16 luglio dalla Casa Bianca, Trump ha descritto l’apparato elettorale degli Stati Uniti come «compromesso» e «indifendibile». Ha accusato la Cina di avere acquisito illegalmente i dati di circa 220 milioni di elettori americani e ha presentato la declassificazione di alcuni documenti d’intelligence come la rivelazione di una minaccia senza precedenti.

La montagna annunciata, tuttavia, non sembra avere partorito la prova capace di cambiare la storia delle elezioni del 2020. Le valutazioni dell’intelligence rese note finora non dimostrano che Pechino abbia modificato voti, manipolato schede o alterato il risultato che portò Joe Biden alla Casa Bianca. L’indirizzario degli elettori, inoltre, comprende in molti Stati informazioni pubbliche o commercialmente disponibili. L’eventuale acquisizione di dati rappresenterebbe certamente un problema di sicurezza e di privacy, ma non equivale alla fabbricazione di milioni di voti. Reuters riferisce che le valutazioni americane non hanno trovato prove di un intervento cinese capace di incidere sul risultato del 2020.

Il salto logico è il vero protagonista del discorso: dai dati alla frode, dalla vulnerabilità teorica alla certezza del complotto, dal rischio informatico all’illegittimità politica delle elezioni.

Trump spara nel mucchio perché il bersaglio non è soltanto Pechino. Sono le elezioni di metà mandato del novembre 2026.

I repubblicani devono difendere maggioranze congressuali ristrette, mentre il gradimento del presidente mostra segnali di debolezza e una parte dell’elettorato appare preoccupata per l’economia, per la politica estera e per la condotta generale dell’amministrazione. Non significa che una sconfitta repubblicana sia già scritta. Le elezioni americane restano contendibili e i sondaggi possono cambiare. Significa però che la possibilità di perdere il controllo di almeno una Camera è abbastanza concreta da rendere utile, fin da ora, una narrazione preventiva dell’imbroglio. Reuters ha interpretato il discorso proprio come il tentativo di collocare la sicurezza elettorale al centro della campagna per le midterm, nelle quali il partito presidenziale difende margini esigui.

La paura della sconfitta produce così una curiosa scena istituzionale: il presidente degli Stati Uniti dichiara inaffidabile il sistema elettorale amministrato durante la sua stessa presidenza.

Se il sistema è davvero «indifendibile», bisognerebbe chiedere conto non soltanto ai governatori democratici, agli immigrati, alla Cina, alle macchine per il voto o ai postini, ma anche al governo federale guidato da Donald Trump. Eppure la responsabilità politica scompare. Resta soltanto la denuncia. Lo Stato è abbastanza forte per arrestare, espellere, imporre dazi, minacciare televisioni e bombardare all’estero, ma diventa improvvisamente impotente quando deve garantire che un cittadino possa mettere una scheda nell’urna.

È la sovranità a geometria variabile: assoluta quando ordina, inesistente quando deve rispondere.

La Cina come alibi perfetto

Pechino è un avversario ideale per la retorica trumpiana. È una potenza reale, autoritaria, tecnologicamente aggressiva, capace di spionaggio e di operazioni cibernetiche. Proprio per questo, ogni accusa contro la Cina contiene un frammento di plausibilità sufficiente a rendere credibile anche ciò che non è stato dimostrato.

La politica della paura funziona raramente attraverso menzogne completamente inventate. Funziona mescolando fatti reali, possibilità teoriche, dati decontestualizzati e conclusioni arbitrarie.

La Cina conduce attività di intelligence? Certamente. È interessata alle preferenze e alle divisioni dell’elettorato americano? Sarebbe sorprendente il contrario. Può avere acquisito informazioni relative a milioni di cittadini? È possibile e merita indagini rigorose. Da tutto questo deriva che Pechino abbia falsificato le presidenziali del 2020 o sia pronta a rubare le midterm del 2026? No. È qui che termina l’analisi della sicurezza e comincia la propaganda.

Il governo cinese ha respinto le accuse definendole invenzioni. La smentita di un regime autoritario non è, da sola, una garanzia di innocenza. Ma neppure l’accusa di un presidente americano costituisce una prova, soprattutto quando quel presidente ha già dimostrato di utilizzare il tema dei brogli come strumento di sopravvivenza politica. L’Associated Press ha osservato che Trump non ha presentato elementi capaci di dimostrare una manipolazione dei voti o un’interferenza straniera nel risultato, omettendo invece le conclusioni consolidate delle agenzie d’intelligence e delle verifiche condotte dopo il 2020.

Nel passato Trump indicava soprattutto il Venezuela, le macchine elettorali, il voto postale, gli immigrati, i funzionari locali e una fantomatica rete di democratici corruttori. Ora aggiunge la Cina al catalogo.

L’avversario cambia, la conclusione rimane: una sconfitta di Donald Trump o del suo partito non può derivare dalla volontà degli elettori.

Il diritto di voto sotto sospetto

Il discorso serviva anche a esercitare pressione sul Congresso affinché approvasse il cosiddetto SAVE America Act, sostenuto dalla Casa Bianca come garanzia dell’integrità elettorale. Il provvedimento punta, tra l’altro, a irrigidire la documentazione richiesta per dimostrare la cittadinanza e ad accrescere i controlli sulle registrazioni elettorali. La Casa Bianca lo presenta come uno strumento indispensabile contro il voto illegale.

Che alle elezioni federali debbano votare soltanto i cittadini americani è una banalità giuridica prima ancora che politica. La questione vera riguarda la proporzione tra il problema documentato e la soluzione proposta, e soprattutto il numero di cittadini legittimi che potrebbero incontrare difficoltà nell’ottenere i documenti richiesti.

Trump ha parlato di circa 278 mila non cittadini iscritti nelle liste. Ma iscrizione e voto non sono sinonimi. Le liste elettorali possono contenere errori, persone trasferite, decedute, registrazioni duplicate o dati non aggiornati. Per dimostrare una frode capace di alterare un’elezione occorre stabilire quanti non cittadini abbiano effettivamente votato, dove, con quale consapevolezza e con quale incidenza sul risultato.

Gettare una cifra enorme davanti alle telecamere, senza spiegare la metodologia e senza distinguere le diverse condizioni amministrative, serve a produrre uno stato d’animo, non una conoscenza.

Il cittadino deve uscire dal discorso pensando che orde invisibili siano già entrate nei seggi e che l’unica barriera contro il caos sia Donald Trump.

La posta in gioco, dunque, non è soltanto la sicurezza del voto. È la definizione dell’elettore legittimo. Le democrazie possono certamente chiedere identificazione e documenti, ma devono farlo in modo da non trasformare la burocrazia in una selezione politica. Una norma elettorale non va giudicata soltanto dalle frodi che promette di impedire, ma anche dai voti autentici che rischia di rendere più difficili.

Il metodo del 2020

Dopo le presidenziali del 2020, Trump e i suoi alleati promossero decine di ricorsi per sovvertire il risultato. Non emerse la frode sistemica descritta nelle conferenze stampa. Giudici nominati da presidenti repubblicani, funzionari locali conservatori, verifiche statali e riconteggi non trovarono elementi in grado di ribaltare l’esito.

Quella sconfitta processuale non ha però distrutto il mito del broglio. Lo ha reso più utile.

Il complotto, infatti, possiede una proprietà politica straordinaria: ogni prova contraria diventa la prova della sua estensione. Se i tribunali respingono i ricorsi, allora anche i tribunali sono coinvolti. Se i funzionari repubblicani certificano il voto, sono traditori. Se l’intelligence non conferma l’interferenza, l’intelligence nasconde la verità. Se le televisioni non trasmettono il discorso, fanno parte del sistema.

Abc, Nbc e Cnn hanno scelto di non mandare in onda integralmente l’intervento presidenziale. Trump ha reagito minacciando le loro licenze. Anche Fox News, pur trasmettendo il discorso, ha accompagnato le accuse con cautele. Il precedente pesa: l’emittente conservatrice accettò nel 2023 di pagare 787,5 milioni di dollari per chiudere la causa intentata da Dominion Voting Systems sulle false accuse relative alle macchine elettorali.

La minaccia contro le televisioni rivela la natura del messaggio. Non basta che il presidente possa parlare dalla Casa Bianca, pubblicare documenti, utilizzare i canali governativi e rivolgersi direttamente a milioni di sostenitori. Pretende che ogni mezzo di comunicazione trasformi l’accusa in evento nazionale, possibilmente senza verifica e senza contraddittorio.

La libertà di stampa è ammessa finché amplifica la voce del potere.

La democrazia condizionata

Una democrazia non consiste soltanto nell’organizzare elezioni. Consiste nell’accettare la possibilità di perderle.

È questo il passaggio che Trump non ha mai veramente compiuto. Per lui il consenso non è provvisorio, ma proprietario. Chi lo elegge esprime la nazione autentica; chi lo respinge è manipolato, illegale, straniero o corrotto. L’avversario non può vincere: può soltanto rubare.

Questa impostazione cambia la natura delle midterm. Le elezioni di metà mandato dovrebbero essere un giudizio politico sull’amministrazione: sull’economia, sulle guerre, sull’immigrazione, sulla sanità, sui prezzi, sul funzionamento delle istituzioni. Il cittadino dovrebbe poter premiare o punire il presidente e il suo partito.

Trump tenta invece di sottrarre preventivamente la sconfitta al campo della politica. Se i repubblicani perderanno, non sarà perché gli americani hanno cambiato idea, ma perché la Cina possedeva i loro indirizzi, gli immigrati erano iscritti alle liste, le schede postali erano sospette, i governatori disobbedivano e le televisioni nascondevano la verità.

Non è ancora la cancellazione delle elezioni. È qualcosa di più sottile: la cancellazione del loro significato.

Si può continuare a votare, purché il voto produca l’esito riconosciuto dal leader.

La profezia che prepara il conflitto

Le parole di Trump non vanno liquidate come una semplice eccentricità comunicativa. Preparano comportamenti.

Se milioni di cittadini vengono convinti per mesi che il sistema sia irrimediabilmente truccato, ogni sconfitta diventa una provocazione. I funzionari elettorali vengono considerati complici. I giudici diventano nemici. Il conteggio dei voti postali viene vissuto come un furto progressivo. La certificazione non conclude la competizione, ma inaugura la rivolta contro il risultato.

Il 6 gennaio 2021 non nacque improvvisamente. Fu preceduto da settimane e mesi di accuse, promesse, cifre false, sospetti e appelli a «fermare il furto». La lezione avrebbe dovuto essere semplice: la fiducia elettorale è un’infrastruttura delicata quanto una rete elettrica. Può essere danneggiata dall’esterno, attraverso attacchi informatici e campagne straniere, ma anche dall’interno, quando il vertice dello Stato dichiara fraudolento ogni risultato non gradito.

La Cina potrebbe voler indebolire la fiducia degli americani nelle loro istituzioni. Ma non avrebbe bisogno di hackerare una sola macchina elettorale se il presidente degli Stati Uniti svolgesse gratuitamente lo stesso lavoro dal podio della Casa Bianca.

Questo è il paradosso più amaro. Nel tentativo di denunciare un’operazione cinese contro la democrazia americana, Trump contribuisce a realizzare l’obiettivo strategico che attribuisce a Pechino: convincere gli americani che il loro voto non conta, che le istituzioni mentono e che nessun risultato è credibile.

All’avvicinarsi delle midterm, Trump non si limita a chiedere più sicurezza: prepara l’alibi della sconfitta. La Cina è il nemico esterno, ma il bersaglio interno è il principio più elementare della democrazia: chi governa deve poter perdere e, quando perde, deve riconoscere che anche il voto contrario appartiene al popolo.