Ventisette morti, decine di feriti e giovani intrappolati in un locale in fiamme: quando le uscite di sicurezza diventano trappole, la tragedia non è una fatalità ma il risultato di negligenze già viste

Ci sono tragedie che sembrano accadere due volte perché, prima ancora delle fiamme, si ripete lo stesso copione. Un locale affollato, giovani riuniti per una serata di musica, il fumo che compare vicino al palco, il panico, la corsa verso porte che dovrebbero salvare e che invece non si aprono, non si vedono o conducono nel posto sbagliato. Bangkok, oggi, richiama inevitabilmente Crans-Montana: non soltanto per il numero delle vittime, ma per quella terribile sensazione di qualcosa che avrebbe potuto essere evitato.

Nel rogo della birreria Rong Beer Na Ladprao, nell’area di Chatuchak, sono morte almeno ventisette persone. Una settantina sono rimaste ferite, molte in condizioni gravi, mentre decine risultano ancora disperse. Le immagini mostrano un edificio basso avvolto dal fumo e poi investito da una violenta fiammata orizzontale all’ingresso. In pochi istanti, un luogo di divertimento si è trasformato in una camera di combustione.

Le cause immediate dovranno essere accertate. Un testimone avrebbe visto fumo provenire da una centralina elettrica vicina al palco. Ma la domanda decisiva non riguarda soltanto l’origine del fuoco. Riguarda ciò che è avvenuto dopo: perché tante persone non sono riuscite a uscire?

Le prime verifiche parlano di percorsi di emergenza confusi, di una porta forse chiusa a chiave, di una maniglia mancante, di un passaggio ostruito da scatole e scaffali. Particolari che, nella normalità, possono sembrare trascurabili e che nell’emergenza diventano sentenze. Una porta bloccata non è un’irregolarità amministrativa. È la differenza tra la vita e la morte. Un’insegna poco visibile non è una dimenticanza. È un essere umano che, nel fumo, imbocca il corridoio sbagliato.

Diversi corpi sono stati trovati vicino a un’uscita posteriore. Alcune vittime, disorientate, avrebbero aperto la porta dei bagni invece di quella che conduceva all’esterno. È forse questa l’immagine più atroce della strage: persone a pochi metri dalla salvezza, ma incapaci di raggiungerla perché il locale non era stato pensato per l’istante in cui tutto sarebbe andato storto.

La sicurezza, infatti, non si misura quando una serata procede normalmente. Si misura nei secondi del panico, quando la corrente può interrompersi, il fumo cancella la visibilità, la musica diventa urla e centinaia di persone cercano contemporaneamente la stessa via di fuga. È allora che una porta deve aprirsi senza esitazioni, che un corridoio deve essere libero, che un segnale deve risultare leggibile anche nel buio.

Bangkok conosce già il prezzo di queste omissioni. Nel 2009 il rogo del Santika Club provocò sessantasette morti. Furono accertate uscite bloccate e finestre inutilizzabili. Dopo quella strage furono annunciate regole più severe, controlli più rigorosi, maggiore responsabilità per i gestori. Diciassette anni dopo, si torna a contare i corpi davanti a una porta di sicurezza.

È il rituale doloroso delle catastrofi annunciate. Dopo ogni incendio si parla di norme, licenze, capienza, materiali ignifughi, controlli. L’indignazione dura alcune settimane, poi la memoria collettiva si attenua e la sicurezza torna a essere percepita come un costo, un intralcio, una formalità da aggirare. Finché il fuoco non ricorda brutalmente che le norme sono state scritte dopo altre morti.

Il paragone con Crans-Montana non serve a creare una macabra contabilità internazionale. Serve a riconoscere uno schema. Cambiano la città, la lingua, la musica e l’età delle vittime. Restano uguali l’affollamento, la rapidità delle fiamme, le vie di fuga inadeguate e la domanda dei familiari: perché nessuno ha impedito che accadesse?

Esiste una tendenza a chiamare “fatalità” ciò che in realtà è una catena di decisioni. Qualcuno ha collocato quegli scaffali. Qualcuno ha tollerato un passaggio ostruito. Qualcuno avrebbe dovuto verificare la maniglia, la segnaletica, l’apertura delle porte, la funzionalità dell’impianto elettrico. Prima del fuoco c’è quasi sempre una lunga storia di piccole omissioni, ciascuna ritenuta innocua perché, fino al giorno prima, non aveva prodotto conseguenze.

La tragedia di Bangkok pone dunque una questione che riguarda ogni città e ogni locale pubblico: quante norme esistono soltanto sulla carta? Quanti controlli si limitano a un timbro? Quante porte di emergenza sono apribili solo in teoria? La sicurezza non consiste nell’ottenere un’autorizzazione, ma nel mantenere ogni giorno le condizioni che hanno permesso di ottenerla.

C’è poi una responsabilità culturale. Nei locali notturni, nei luoghi affollati, nei grandi eventi, l’uscita di sicurezza viene spesso considerata uno spazio secondario: può diventare un deposito, un corridoio di servizio, una porta da chiudere per evitare ingressi abusivi. È una logica ordinaria che prepara una conseguenza straordinaria. L’emergenza trasforma ogni scorciatoia in una trappola.

Bangkok e Crans-Montana dicono la stessa cosa: il fuoco può essere accidentale, la strage quasi mai. La scintilla può nascere da un guasto, ma il numero delle vittime dipende dalla qualità delle strutture, dalla preparazione del personale, dalla chiarezza delle vie di fuga e dalla serietà dei controlli.

Ora arriveranno le indagini, le responsabilità penali, le verifiche sulle licenze. Saranno necessarie. Ma non basteranno se la risposta si fermerà alla ricerca di un colpevole individuale. Ogni strage in un luogo pubblico interroga un sistema intero: chi costruisce, chi gestisce, chi controlla, chi autorizza e chi, vedendo un’irregolarità, decide che non è ancora abbastanza grave per intervenire.

I giovani entrati nel locale di Chatuchak non avevano scelto un rischio. Avevano scelto una serata. La sicurezza avrebbe dovuto proteggerli proprio perché non spettava a loro verificare le porte, gli estintori o i quadri elettrici. Una società civile si misura anche da questo: dalla capacità di impedire che il divertimento diventi una prova di sopravvivenza.

La strage di Bangkok non è soltanto un incendio. È la ripetizione di una lezione mai appresa: quando le uscite di sicurezza sono confuse, ostruite o forse chiuse, il fuoco smette di essere un incidente e diventa una condanna. Da Crans-Montana a Chatuchak cambiano i luoghi, non le omissioni. E ogni volta, dopo le vittime, ricominciamo a promettere controlli che avrebbero dovuto essere fatti prima.