L’inchiesta che indica Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato al conduttore di Report apre uno scenario inquietante. Ma la difesa della libertà di stampa esige due fedeltà inseparabili: cercare tutta la verità e rispettare la presunzione d’innocenza.
Ci sono bombe che esplodono per distruggere e altre che vengono collocate soprattutto per parlare. Non pronunciano parole, ma inviano messaggi. Non discutono, intimidiscono. Non confutano un’inchiesta, cercano di spegnere la voce di chi l’ha condotta.
L’ordigno fatto detonare la sera del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, appartiene a questa seconda categoria. Distrusse le automobili del giornalista e di sua figlia e danneggiò il muro perimetrale della casa. Nessuno rimase ferito, ma sarebbe un errore considerarlo per questo un attentato mancato. L’obiettivo più profondo era già stato raggiunto: portare la paura fin dentro lo spazio domestico, oltrepassare il confine tra la professione e la famiglia, dimostrare che neppure la porta di casa costituisce un riparo.
Ora l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma ha compiuto un passaggio clamoroso. Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è indagato come presunto mandante dell’attentato. Gli viene contestato, tra gli altri, il reato di strage aggravata dal metodo mafioso. Dopo la perquisizione, gli investigatori hanno acquisito telefoni, dispositivi informatici e alcuni appunti manoscritti, materiali che dovranno essere esaminati per verificare l’impianto accusatorio e soprattutto per individuare il movente.
La prudenza, davanti a una simile vicenda, non è soltanto un obbligo giuridico. È una forma di igiene democratica.
Lavitola respinge ogni responsabilità. Convocato dai pubblici ministeri l’8 luglio, si è avvalso della facoltà di non rispondere, depositando però dichiarazioni spontanee nelle quali ha affermato di non avere nulla a che fare con l’attentato e di essere legato a Ranucci da una «fraterna amicizia». Anche il giornalista ha manifestato sconcerto, ricordando la frequenza dei loro contatti e dichiarandosi, fino alla presentazione di prove contrarie, convinto dell’innocenza dell’amico.
È proprio questa relazione personale a rendere la storia ancora più perturbante.
Siamo abituati a immaginare il nemico del giornalismo d’inchiesta come una figura facilmente riconoscibile: il potente smascherato, il criminale denunciato, il politico messo in difficoltà, l’imprenditore colpito nei propri interessi. Ma le zone grigie del potere raramente rispettano una geometria tanto semplice. Le fonti possono diventare amici, gli amici possono custodire segreti, la confidenza può convivere con l’interesse e le relazioni personali possono trasformarsi in passaggi di informazioni, protezioni, ambiguità o ricatti.
Al momento, tuttavia, queste sono domande, non risposte.
Il giornalismo farebbe un cattivo servizio a se stesso se, per difendere un giornalista minacciato, rinunciasse proprio al metodo che dovrebbe distinguerlo: verifica delle fonti, separazione tra fatti e supposizioni, rispetto delle garanzie, rifiuto del linciaggio. La libertà di stampa non si difende sostituendo una sentenza all’indagine. Si difende pretendendo che l’indagine arrivi fino in fondo.
Quattro persone erano già state arrestate alla fine di giugno come presunti esecutori dell’attentato. Secondo gli investigatori avrebbero operato su commissione e con modalità considerate di tipo mafioso. In quella fase, il giudice aveva sottolineato che il mandante non era ancora stato identificato. L’iscrizione di Lavitola nel registro degli indagati rappresenta dunque una svolta investigativa, non il punto conclusivo della vicenda.
Resta la domanda più difficile: perché?
Perché collocare una bomba davanti alla casa di un giornalista che l’indagato descrive come un amico? Era davvero Ranucci il destinatario ultimo del messaggio? Si voleva condizionare il suo lavoro? Colpire indirettamente qualcun altro? Intervenire su informazioni possedute dal giornalista o su equilibri estranei alle trasmissioni di Report?
Lo stesso Ranucci ha ipotizzato che il messaggio potesse essere destinato ad altri. Gli inquirenti, invece, continuano a valutare piste differenti, comprese possibili questioni personali, mentre non risulta ancora definito un movente certo.
Questo vuoto non deve essere riempito dalla fantasia politica.
Già si intravede, attorno al caso, il consueto tentativo di trasformare un’indagine giudiziaria in un’arma da utilizzare nella battaglia sulla Rai. C’è chi potrebbe servirsi dell’attentato per denunciare un clima ostile verso Report e chi, al contrario, potrebbe sfruttare i rapporti personali tra Ranucci e Lavitola per mettere sotto accusa il giornalista. Entrambe le scorciatoie sarebbero pericolose.
Frequentare una fonte controversa non costituisce di per sé una colpa. Il giornalismo investigativo vive di contatti difficili, di testimonianze interessate, di persone che appartengono ad ambienti opachi e che decidono, per ragioni non sempre nobili, di consegnare informazioni. Il criterio decisivo non è la rispettabilità della fonte, ma la verifica di ciò che essa racconta e la trasparenza con cui eventuali conflitti vengono gestiti.
Allo stesso modo, criticare un programma televisivo, contestarne il metodo o verificarne i rapporti non significa giustificare in alcun modo la violenza subita dal suo conduttore. Una democrazia matura deve saper compiere entrambe le operazioni: proteggere il giornalista minacciato e sottoporre il giornalismo al controllo critico. Senza confondere la critica con l’intimidazione e senza trasformare la solidarietà in immunità.
La bomba davanti alla casa di Ranucci costituisce comunque un fatto politico nel significato più alto del termine, indipendentemente dal movente che sarà accertato. Colpire chi esercita il diritto di informare significa infatti intervenire sullo spazio pubblico. Significa suggerire a tutti gli altri giornalisti che esistono domande troppo costose, nomi troppo pericolosi, verità che sarebbe più conveniente lasciare nell’ombra.
È qui che l’attentato smette di riguardare soltanto Ranucci.
Riguarda il giovane cronista che deve decidere se pubblicare un’inchiesta. Riguarda il direttore che valuta se sostenere il proprio redattore oppure abbandonarlo. Riguarda la fonte che teme di parlare. Riguarda il cittadino che ha diritto a conoscere ciò che il potere preferirebbe nascondere.
La violenza contro l’informazione non comincia necessariamente con una bomba. Può iniziare con le campagne di delegittimazione, con le minacce, con le querele usate come strumenti di pressione, con l’isolamento professionale, con la precarietà che rende più facile il silenzio. L’esplosivo rappresenta soltanto il punto estremo di una grammatica dell’intimidazione già presente nella società.
Ma proprio per questo non bisogna piegare l’inchiesta giudiziaria a una narrazione precostituita.
Valter Lavitola è oggi un indagato e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. La sua storia personale e le precedenti vicende giudiziarie non possono essere utilizzate come prova della responsabilità nell’attentato contro Ranucci. La giustizia non procede per biografie, reputazioni o antipatie, ma attraverso elementi verificabili, riscontri e contraddittorio.
Lo stesso rigore deve valere per la posizione del giornalista. La sua amicizia con Lavitola potrà suscitare interrogativi professionali e rendere necessarie spiegazioni, ma non può essere trasformata in un sospetto automatico o in una forma di corresponsabilità morale. La vittima di un attentato non diventa meno vittima perché conosceva il presunto mandante.
Il paradosso di questa storia è doloroso: un uomo che Ranucci considerava amico viene indicato dagli investigatori come colui che avrebbe ordinato l’attacco contro la sua casa. Potrebbe essere la rivelazione di un tradimento sconvolgente. Potrebbe emergere una trama diversa da quella oggi ipotizzata. Potrebbe persino crollare l’intero impianto accusatorio. È per questo che servono tempo, prove e silenzio responsabile.
Non il silenzio imposto dalle bombe, ma quello della prudenza che precede la verità.
Difendere Ranucci non significa anticipare la colpevolezza di Lavitola. Difendere Lavitola dalle condanne preventive non significa minimizzare l’attentato. La civiltà giuridica comincia quando siamo capaci di tenere insieme queste due esigenze apparentemente opposte.
La bomba esplosa a Pomezia voleva probabilmente generare paura, confusione e sospetto. La risposta della Repubblica deve essere esattamente contraria: protezione per chi informa, libertà per chi indaga, garanzie per chi è accusato e piena luce sui mandanti, sugli esecutori e sul movente.
Perché la verità non appartiene a una trasmissione televisiva, a una procura o a una parte politica. Appartiene ai cittadini. E una democrazia comincia a morire quando qualcuno ritiene di poter decidere, con un ordigno, quali verità possano essere raccontate.
L’attentato contro Sigfrido Ranucci colpisce l’intero spazio democratico, ma la sua gravità non autorizza processi sommari. Soltanto un’inchiesta rigorosa potrà stabilire se Valter Lavitola sia davvero il mandante, quale fosse il movente e a chi fosse destinato il messaggio della bomba. La libertà di stampa e la presunzione d’innocenza non sono valori antagonisti: sono due colonne della medesima Repubblica.
