La rimozione di Aleph, numero due del Mossad, da parte del nuovo direttore Roman Gofman non è soltanto un avvicendamento interno. È il segnale di una guerra sotterranea tra apparati, governi e alleati, combattuta a colpi di indiscrezioni, dossier e versioni contrapposte. Sullo sfondo ci sono l’Iran, Gaza, i curdi, la Turchia, Trump, Netanyahu e la fragilità di un’alleanza in cui nessuno sembra più fidarsi fino in fondo dell’altro.

C’è una guerra che non si combatte con i droni, con i missili ipersonici o con i caccia che attraversano di notte i cieli del Medio Oriente. È una guerra più silenziosa e, forse proprio per questo, più rivelatrice. È la guerra delle spie contro le spie, degli apparati contro gli apparati, delle fonti anonime contro altre fonti anonime, delle mezze verità lasciate filtrare ai giornali perché producano effetti politici prima ancora che giudiziari o militari.

Il suo teatro non è soltanto Teheran, né Gaza, né le basi americane nella regione. È anche Gerusalemme, Washington, Ankara, i corridoi delle redazioni israeliane, le stanze riservate dei servizi di intelligence, le conversazioni protette che qualcuno intercetta, riferisce, smentisce, corregge, manipola. La nuova puntata di questa guerra d’ombre arriva dal cuore del Mossad, cioè da uno dei luoghi più sensibili della sicurezza israeliana.

Il nuovo capo designato del servizio esterno, Roman Gofman, generale ed ex segretario militare di Benjamin Netanyahu, ha deciso di rimuovere il numero due dell’agenzia, conosciuto pubblicamente soltanto con lo pseudonimo di Aleph. In qualunque amministrazione un cambio di vertice comporta assestamenti. Ma qui non siamo davanti a un normale rimpasto. Il nome, o meglio la lettera, di Aleph pesa molto più di quanto la sua invisibilità pubblica lasci intendere.

Aleph è descritto come uno degli uomini più esperti dell’intelligence israeliana: oltre vent’anni di carriera, decorazioni, operazioni riservate, conoscenza profonda della macchina. Ambiva alla guida del Mossad e la sua candidatura era sostenuta dal direttore uscente, David Barnea, figura centrale nella guerra segreta contro l’Iran. Non solo: secondo la stampa israeliana, Aleph era considerato politicamente vicino all’universo “bibista”, cioè in sintonia con la linea del premier Netanyahu. Sarebbe stato lui, tra l’altro, a prospettare scenari estremi come l’espulsione dei palestinesi da Gaza e l’indicazione del Somaliland come possibile destinazione.

Eppure tutto questo non è bastato a salvarlo. Anzi, forse ha contribuito a renderlo più ingombrante.

Roman Gofman, accolto con diffidenza da una parte dell’apparato perché ritenuto meno organico alla cultura specifica dello spionaggio, non poteva permettersi un vice troppo forte, troppo esperto, troppo legato alla gestione precedente e forse troppo legittimato all’interno della casa. In strutture come il Mossad, il potere non è soltanto formale. È memoria operativa, rete di fiducia, accesso alle fonti, familiarità con i codici non scritti. Chi arriva dall’esterno o da un percorso meno interno all’agenzia può temere non tanto l’opposizione palese, quanto quella silenziosa: il rallentamento, il non detto, la fedeltà sotterranea al vecchio ordine.

Così Aleph è stato invitato a lasciare il posto. La formula è elegante, il messaggio è brutale. Lui ha risposto con auguri istituzionali al nuovo direttore, mentre nel frattempo un’intervista apparsa su Channel 12, attribuita a un funzionario con lo stesso nome e con dettagli compatibili con il suo profilo, ha trasformato il congedo in un caso. Nel mondo dell’intelligence, le coincidenze sono spesso messaggi. A volte servono a coprire. A volte a scoprire. Più spesso a far capire che qualcuno, da qualche parte, non accetta di uscire in silenzio.

Yossi Melman, tra i più autorevoli osservatori israeliani del mondo delle ombre, ha segnalato due elementi. Il primo riguarda la comunicazione: Gofman vorrebbe investire di più nella proiezione esterna dell’agenzia, affidandosi a una figura proveniente dallo Shin Bet, il servizio interno. Il secondo è più politico: il nuovo capo del Mossad vorrebbe chiudere l’era Barnea. Questo potrebbe significare altre uscite, altri spostamenti, altre dimissioni presentate come volontarie ma maturate in un clima di resa dei conti.

Non è un dettaglio amministrativo. È il segno che Israele sta entrando in una fase in cui gli apparati non sono soltanto strumenti dello Stato, ma campi di battaglia dello Stato. La guerra contro Hamas, il pantano di Gaza, il dossier iraniano, le tensioni con Washington, la pressione dell’opinione pubblica interna e internazionale hanno trasformato l’intelligence in un luogo politico pur restando, formalmente, un luogo tecnico.

Il paradosso è che proprio l’intelligence, nata per vedere dove gli altri non vedono, oggi appare anche come un sistema attraversato da cecità reciproche. Il Mossad osserva l’Iran, ma qualcuno osserva il Mossad. Israele sospetta Teheran, ma Washington sospetta Israele. Gli americani si chiedono se siano stati trascinati troppo avanti da Netanyahu e dai suoi servizi. Gli israeliani replicano che gli americani si sono fermati troppo presto. Le operazioni militari diventano narrazioni concorrenti. Ogni fallimento cerca un autore. Ogni esitazione diventa una colpa da attribuire.

Il dossier più delicato è quello iraniano. Le difficoltà nel trovare una via d’uscita dal confronto con Teheran hanno prodotto tensioni crescenti tra Stati Uniti e Israele. Da qui le indiscrezioni sul presunto spionaggio israeliano ai danni degli americani, con Steve Witkoff “sorvegliato” durante i negoziati. La vicenda è stata smentita, ma le smentite, in questo universo, non chiudono mai davvero il caso. Spesso lo spostano soltanto su un altro piano.

La lettura più diffusa è che qualcuno, a Washington o a Gerusalemme, voglia attribuire i problemi alla coppia Netanyahu-Mossad, presentata come capace di incantare Donald Trump, spingendolo verso un’escalation contro l’Iran con una promessa seducente: il regime dei mullah sarebbe stato più fragile di quanto apparisse, il popolo iraniano pronto a sollevarsi, il collasso possibile in tempi rapidi. In questa versione, Israele avrebbe gettato l’esca; Trump l’avrebbe raccolta; la realtà avrebbe poi presentato il conto.

La replica israeliana è altrettanto istruttiva. Non si nega l’ambizione dello scenario, ma se ne contesta la tempistica. Il progetto — questa la linea filtrata anche attraverso i media israeliani — avrebbe avuto bisogno di tempo. Non un colpo secco, ma una pressione progressiva. Non un incendio immediato del regime, ma una combustione controllata. Se i frutti non si sono visti, è perché la Casa Bianca avrebbe fermato l’attacco troppo presto. E soprattutto, aggiungono le fonti israeliane, non è vero che gli americani avessero accolto con scetticismo il piano.

Siamo così davanti a una disputa tipica delle operazioni coperte finite a metà: se riescono, tutti vogliono intestarsele; se falliscono, ognuno sostiene che l’altro non ha capito, non ha osato, non ha resistito abbastanza.

A complicare il quadro c’è un altro filone: quello curdo. Secondo ricostruzioni filtrate da fonti israeliane, sarebbero state inviate armi ai curdi perché partecipassero a una fase dell’assalto, utilizzando anche materiale bellico catturato ad Hamas e Hezbollah. Anche qui la versione israeliana e quella americana divergono. Il punto non è solo militare, ma geopolitico. Armare i curdi significa toccare il nervo scoperto della Turchia. Significa introdurre nel dossier iraniano una variabile che riguarda Ankara, il Kurdistan, la Siria, l’Iraq, la memoria lunga della questione curda e la paura turca di un’espansione dell’avversario storico.

Secondo quanto attribuito a David Barnea dal Jerusalem Post, Trump sarebbe stato d’accordo con il piano, nonostante la Cia abbia sostenuto il contrario. Lo scenario sarebbe saltato perché il vicepresidente J. D. Vance, contrario alle avventure militari all’estero, avrebbe informato Erdogan. La Turchia sarebbe intervenuta per bloccare la manovra. Se questa versione fosse anche solo in parte fondata, direbbe molto del disordine strategico dell’Occidente: un alleato informa un altro alleato per impedire a un terzo alleato di compiere un’operazione contro un nemico comune ma con strumenti politicamente esplosivi.

È il Medio Oriente visto attraverso un labirinto di specchi. Israele vuole colpire l’Iran. Gli Stati Uniti vogliono controllare l’escalation. La Turchia vuole impedire ogni rafforzamento curdo. I curdi cercano sponsor tattici. Le agenzie americane non parlano sempre con una voce sola. I servizi israeliani regolano i conti interni. Netanyahu osserva tutto attraverso la lente della propria sopravvivenza politica. Trump si muove tra impulso muscolare e calcolo elettorale. Vance rappresenta il freno isolazionista dentro una destra americana che non vuole più guerre infinite ma non vuole nemmeno apparire debole.

In mezzo, la verità diventa una risorsa operativa. Non qualcosa da accertare, ma qualcosa da usare.

Questa è forse la lezione più inquietante. Le rivelazioni non sono soltanto rivelazioni. Sono azioni. Un’intervista anonima può ferire più di un comunicato ufficiale. Una fuga di notizie può costringere un governo a smentire. Una smentita può confermare che il nervo è scoperto. Un dettaglio su una conversazione riservata può servire a delegittimare un negoziatore. Un nome in codice può diventare il simbolo di una frattura.

La guerra di spie, oggi, non consiste soltanto nel rubare segreti al nemico. Consiste nel decidere quali segreti lasciare uscire, quando, a chi, con quale dosaggio e per colpire quale bersaglio. Il leak non è più un incidente della politica: è una delle sue armi.

Per questo la rimozione di Aleph conta. Non perché il pubblico conosca davvero il suo volto, la sua biografia operativa o il peso delle sue decisioni. Conta perché mostra che la guerra esterna sta producendo una guerra interna. Il Mossad non è più soltanto il braccio invisibile dello Stato israeliano. È anche un terreno di transizione, di sfiducia, di successione, di riscrittura delle responsabilità. Gofman non sta semplicemente prendendo possesso di un ufficio. Sta ridefinendo una stagione. E ogni ridefinizione porta con sé epurazioni, promozioni, silenzi e vendette differite.

La domanda allora è più ampia: chi governa davvero la guerra quando la guerra dipende da informazioni che nessuno può verificare, da piani che nessuno può ammettere, da alleanze che tutti celebrano in pubblico e sorvegliano in privato?

Nel vecchio lessico della diplomazia, gli alleati si consultavano. Nel nuovo lessico delle ombre, gli alleati si intercettano, si smentiscono, si attribuiscono reciprocamente errori e imprudenze. La fiducia viene esibita nei vertici ufficiali, ma consumata nelle stanze chiuse. L’alleanza resta, ma la sua sostanza cambia: non più comunione strategica, bensì gestione reciproca del sospetto.

Israele e Stati Uniti continueranno a dirsi partner indispensabili. Lo sono. Ma il caso Mossad, il dossier iraniano, le voci su Witkoff, il piano curdo, il ruolo della Turchia e la frattura tra Barnea e Gofman suggeriscono che l’alleanza non è più una linea retta. È una mappa piena di deviazioni, canali paralleli, ambizioni personali, correnti ideologiche e apparati che non sempre coincidono con la volontà politica dichiarata.

La guerra delle spie non annuncia necessariamente la rottura tra Washington e Gerusalemme. Annuncia qualcosa di più sottile: la fine dell’innocenza strategica. Nessuno crede più davvero alla versione unica. Nessuno si accontenta più della conferenza stampa. Nessuno pensa che la parola “alleato” basti a escludere il sospetto.

È il segno di un tempo in cui gli Stati combattono i nemici, ma devono anche proteggersi dagli amici. E in cui la verità, prima ancora di arrivare ai cittadini, viene arruolata nei servizi.


La rimozione di Aleph dal vertice del Mossad rivela molto più di una lotta interna: mostra un’alleanza israelo-americana attraversata da sospetti, fughe di notizie e versioni contrapposte sul dossier iraniano. Quando anche gli amici si sorvegliano, la guerra non è più soltanto contro il nemico: è dentro il sistema che dovrebbe combatterlo.