Non imprudenza, non avventatezza: forse una trappola fisica invisibile, impossibile da prevedere e impossibile da contrastare. La scienza prova a dare un nome a ciò che il mare ha fatto.
Monica Montefalcone aveva oltre cinquemila immersioni al suo attivo. Tutti i brevetti. E aveva portato con sé sua figlia. Chi conosce il mondo della subacquea sa cosa significa: non porti tua figlia in un posto che non controlli, non ti avventuri dove il rischio è calcolato male, non vai in profondità senza la preparazione necessaria. Eppure lei e altri quattro italiani sono morti nelle grotte delle Maldive, in una camera lontana dall’ingresso, in un posto buio dove probabilmente non avevano intenzione di arrivare. La domanda che i sopravvissuti, le famiglie, i colleghi si portano dentro è quella che tutte le tragedie inspiegabili generano: come è potuto succedere? La risposta che emerge in questi giorni non assolve il mare, ma restituisce ai morti la loro competenza: forse non ci sono entrati. Forse ci sono stati trascinati.
Giovanni Battista Venturi era un fisico italiano di fine Settecento, studioso di meccanica dei fluidi, e probabilmente non immaginava che il suo nome sarebbe diventato, due secoli e mezzo dopo, il modo con cui si prova a spiegare la morte di cinque connazionali sul fondo dell’Oceano Indiano. Il principio che porta il suo nome è di una semplicità elegante: quando un fluido in movimento incontra un restringimento del condotto attraverso cui scorre, la sua velocità aumenta e la sua pressione diminuisce. Il volume che deve passare nell’unità di tempo rimane costante — la fisica non negozia — e quindi l’unica variabile che può cambiare è la velocità. Il risultato è un effetto di risucchio: la zona a pressione minore attira verso di sé ciò che si trova nelle vicinanze.
Lo stesso principio che fa funzionare le bombolette spray, che teneva incollate al suolo le vetture di Formula Uno nelle curve grazie alle canalette sotto il telaio, che trova applicazione in decine di strumenti quotidiani — quel principio, applicato a una grotta sottomarina con tre camere, un’entrata e un’uscita, potrebbe aver creato una corrente di risucchio abbastanza potente da travolgere anche subacquei esperti senza dar loro il tempo di reagire.
È questa l’ipotesi che il presidente della Società italiana di medicina subacquea e iperbarica sta elaborando da quando ha ricevuto lo schema del sito con la disposizione delle camere e i resoconti del sopralluogo successivo alla tragedia. I sub della Dan Europe che sono andati a verificare non riuscivano nemmeno a far entrare il robot telecomandato all’ingresso della grotta per via delle correnti: sono dovuti andare di persona. Quella resistenza, quella forza misurata sull’ingresso, ha reso l’ipotesi più concreta. Una caverna pensata come un tubo, un restringimento di sezione, una corrente che accelera e una pressione che crolla: una trappola invisibile, senza segnali di avvertimento, senza il tempo di capire cosa sta succedendo.
Quello che rende questa ipotesi particolarmente pesante da portare è che spiegherebbe non solo la morte, ma anche la sequenza umana che probabilmente l’ha preceduta. Il gruppo era lì per la barriera corallina: le grotte non erano l’obiettivo della giornata. Probabilmente si sono avvicinati all’ingresso per un sopralluogo esplorativo — guardare le condizioni, valutare se tornarci preparati, fare quella puntata in più che i sub esperti si concedono perché sanno leggere i fondali. Non entravano nella grotta: si avvicinavano. Ed è in quel momento, nella zona di transizione tra l’esterno e il condotto, che l’effetto di risucchio li avrebbe raggiunti.
Da lì in poi la ricostruzione si fa straziante nella sua fisicità. Un ambiente buio, visibilità azzerata dal movimento delle pinne che solleva il sedimento, disorientamento spaziale totale, l’impossibilità di capire quale direzione porta fuori. Il panico — che nella subacquea è il nemico più letale, quello che accelera il consumo di aria e paralizza il giudizio — e poi l’aria finita. Se è andata così, qualcuno è stato risucchiato per primo e gli altri lo hanno seguito cercando di salvarlo. Un gesto che nel subacqueo ha qualcosa di automatico, di addestrato, di profondamente umano: non si lascia un compagno.
C’è una crudeltà particolare nelle morti che non hanno una colpa assegnabile. Quelle in cui la natura ha fatto qualcosa che nessuna precauzione avrebbe potuto prevedere con certezza, in cui la competenza non ha protetto, in cui l’esperienza accumulata in cinquemila immersioni non ha fatto la differenza. Sono le morti che costringono a fare i conti con il fatto che il mare — qualunque mare, anche quello di vacanza, anche quello che si conosce bene — mantiene una riserva di imprevedibilità che nessun brevetto esaurisce. Non è una ragione per non immergersi. È una ragione per non dimenticare mai con cosa si ha a che fare.
Venturi ha dato il suo nome a un principio che la fisica applica ovunque: nelle industrie, nelle auto da corsa, nelle bombolette spray. Da questa settimana porta anche il peso di una spiegazione per cinque morti italiani in fondo all’Oceano Indiano. La scienza, quando riesce a nominare ciò che è accaduto, restituisce un frammento di senso. Non abbastanza, mai abbastanza. Ma qualcosa.
Cinquemila immersioni. Tutti i brevetti. Sua figlia con sé. Monica Montefalcone sapeva cosa stava facendo. Il mare, a volte, non chiede il permesso a chi sa.
