Domenica notte Margarita Simonyan, direttrice di Russia Today e voce del regime, ha spiegato ai russi perché non dovevano preoccuparsi dei droni ucraini su Mosca: valore militare pari a zero, valore economico idem, solo un tentativo occidentale di seminare divisione. Stessa notte, stessa guerra, altra capitale: trentasei paesi del Consiglio d’Europa annunciavano la creazione di un tribunale speciale per giudicare l’aggressione russa, subito ribattezzato dai media “Norimberga per Putin”. Due narrazioni speculari, due propagande che si nutrono l’una dell’altra. E nel mezzo, il diritto internazionale — già malato, già combattuto, già ignorato — che incassa un altro colpo. Stavolta da chi giura di difenderlo.
A Mosca, quel giorno, il silenzio è stato la notizia. Il raid ucraino più massiccio dall’inizio della guerra — quattro morti, danni ipotizzati a un parco tecnologico militare, a una stazione di pompaggio, a una struttura di progettazione missilistica — è durato un minuto in tutto nell’arco della giornata televisiva russa. Il programma più seguito della Federazione non ne ha parlato affatto. Su Russia 1, trenta secondi di orologio. Il sindaco di Mosca ha appena firmato una legge che vieta di pubblicare immagini delle conseguenze degli attacchi senza autorizzazione delle autorità. Chi parla rischia l’imputazione per “propaganda anti-patriottica”, reato nuovo, pena: il carcere.
Eppure qualcosa, in quel silenzio, si è incrinato. Perfino Solovyev, il conduttore che si presenta in tv con la falce e il martello sul petto e che critica Putin solo quando lo ritiene troppo mite coi nemici, ha sentito il bisogno di parlarne — in chiave patriottica, naturalmente, ma ha sentito il bisogno. E Simonyan ha spiegato il perché con una franchezza involontaria: «Vogliono che qui da noi ci siano molti scontenti, molti impauriti». I figli che dormono nel corridoio o nell’armadio. La Patria che non si vende. Sono le parole di chi sa che qualcosa si è mosso nell’opinione pubblica, che la distanza tra la guerra reale e la guerra raccontata sta diventando difficile da gestire. Il regime tiene, ma tiene con più fatica.
È in questo contesto — una guerra che non finisce, un fronte informativo che scricchiola, una società russa che inizia a interrogarsi sottovoce su Telegram — che l’Europa sceglie di istituire un tribunale speciale. L’intenzione è comprensibile: nominare il crimine, costruire una responsabilità, non lasciare impunita l’aggressione. Ma la strada scelta è, come argomenta con precisione la costituzionalista Serena Sileoni in un commento su La Stampa che vale la pena seguire, esattamente quella sbagliata.
All’Aia siedono già la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale. Entrambe hanno già aperto procedure contro la Russia e contro Putin personalmente. Inventare un terzo organismo ad hoc non rafforza quelle istituzioni: le sconfessa. Dice implicitamente che non bastano, che per questo nemico specifico serve qualcosa di diverso, di eccezionale. E l’eccezione, in diritto, è sempre una crepa. Tanto più quando le stesse corti esistenti hanno avuto il coraggio — o l’impudenza, a seconda dei punti di vista — di aprire procedure anche contro Netanyahu e i dirigenti di Hamas. Un’universalità scomoda, che qualcuno evidentemente preferisce aggirare.
L’evocazione di Norimberga dovrebbe far riflettere, non entusiasmare. Norimberga fu un tribunale di vincitori contro vinti, giustificato dall’enormità dei crimini e dall’assenza di qualsiasi alternativa istituzionale. La sua eccezionalità era proprio il limite che il diritto internazionale postbellico si proponeva di superare per sempre, costruendo un sistema di norme condivise capaci di giudicare tutti, senza distinzione. Tornare all’eccezione significa ammettere che quel progetto è fallito — e farlo a nome di chi sostiene di esserne il custode.
C’è poi una questione di opportunità politica che Sileoni formula con lucidità: nel momento in cui l’Europa, abbandonata e maltrattata dall’America di Trump, avrebbe la possibilità — e forse il dovere storico — di farsi mediatrice credibile per aprire una strada verso la pace, l’invenzione di un tribunale ad hoc rischia di essere esattamente l’opposto di quello che sembra. Non un atto di forza giuridica, ma una prova di impotenza politica. Un modo di fare qualcosa che assomigli a qualcosa, quando fare davvero qualcosa richiederebbe coraggio diplomatico.
Dire tutto questo, in questo clima, espone all’accusa di filoputinismo con la stessa automaticità con cui a Mosca si viene accusati di propaganda anti-patriottica. Le trappole retoriche delle guerre totali si assomigliano tutte: chi non è con noi è contro di noi, chi critica gli strumenti della nostra giustizia difende il crimine altrui. Ma è precisamente in questo clima che il pensiero critico — quello vero, non quello di comodo — ha più valore e più urgenza.
I droni su Mosca e il tribunale all’Aia hanno in comune una cosa: entrambi vengono usati per dire a qualcuno cosa deve pensare. La differenza è che uno lo fa in silenzio, l’altro lo fa con gran rumore. Il risultato, per il diritto e per la pace, è sorprendentemente simile.
Mosca brucia e la tv russa tace. L’Europa risponde inventando un tribunale speciale. Ma tra il silenzio di Stato e la giustizia dei vincitori, il diritto internazionale muore due volte.
