L’Italia ha ridotto i fondi per la salute mentale. Cosa succederà ora che a Modena “ci sono scappati dei morti”?
Un uomo di trentuno anni, laureato in economia, disoccupato, lanciava la sua utilitaria a cento all’ora sul marciapiede di via Emilia a Modena. Nel 2022 era stato segnalato al Centro di Salute Mentale per disturbi schizoidi. Poi, secondo la prefetta di Modena, «se ne erano perdute le tracce». Due donne hanno perso le gambe. Una è ancora in pericolo di vita. Mattarella e Meloni sono venuti a portare fiori e strette di mano.
Cinque parole meritano di restare ferme sulla pagina, senza commento: se ne erano perdute le tracce. Cinque parole che contengono tutto ciò che c’è da sapere non solo su Salim El Koudri, ma su un sistema che segnala, archivia e dimentica. Un sistema che individua il problema e poi non ha né i soldi né il personale né la struttura per tenerlo per mano nel tempo. Un sistema che funziona come un pronto soccorso senza reparto di degenza: ti stabilizza, ti dimette, ti augura buona fortuna.
Parliamo di numeri, perché i numeri in questo caso non sono freddi: sono sangue e budget.
Alla salute mentale, in Italia, è destinato appena il 2,5-3% del Fondo sanitario nazionale: meno di quanto stabilito già vent’anni fa dagli accordi Stato-Regioni, e ben lontano da quel 5% ritenuto necessario soltanto per l’assistenza degli adulti. In concreto, servirebbero almeno 2 miliardi di euro in più all’anno per garantire organici adeguati e standard di servizio uniformi.
Nel frattempo, la spesa militare italiana nel 2025 ha raggiunto un record storico: 32 miliardi di euro, con un aumento del 12,4% rispetto al 2024, pari a 3,5 miliardi in più in un solo anno, e del 60% sul decennio. Di questi, ben 13 miliardi sono destinati all’acquisto di nuove armi.
Facciamo la proporzione, senza retorica: i 2 miliardi annui che mancano alla salute mentale corrispondono a meno di un settimo di quanto spendiamo ogni anno solo per comprare armamenti. Non stiamo chiedendo di smantellare la difesa nazionale. Stiamo chiedendo di non lasciare che un uomo con disturbi psichiatrici noti sparisca dai radar dei servizi pubblici per anni, fino al giorno in cui sale su un’auto e trasforma un sabato pomeriggio di maggio in una scena di guerra.
L’obiettivo fissato dall’ultimo Summit NATO all’Aia è portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035 — circa 120 miliardi di euro all’anno, quasi quattro volte il bilancio attuale. Questo impegno è già iscritto nella programmazione finanziaria del governo. I soldi per le armi, dunque, si trovano. Si trovano con la determinazione di chi sa che certi conti si pagano, che certi impegni internazionali non si possono disattendere. Il problema non è la disponibilità delle risorse in assoluto, ma le priorità con cui vengono distribuite.
In Italia, tra il 2013 e il 2023, la spesa militare è cresciuta del 26% e quella per l’acquisto di armi del 132%, mentre la spesa per la sanità è aumentata di appena l’11% e quella per l’istruzione del 3%. Sono i numeri di un paese che ha scelto, anche se quella scelta non è stata mai presentata agli elettori in questi termini.
Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, approvato a dicembre scorso dopo anni di attesa, è una buona notizia, e sarebbe disonesto non riconoscerlo. Per la prima volta è previsto uno stanziamento pluriennale dedicato: 80 milioni per il 2026, 85 per il 2027, 90 per il 2028. Ma gli esperti del settore non esultano, e hanno ragione. A fronte di un incremento del Fondo Sanitario Nazionale di 6 miliardi, lo stanziamento aggiuntivo per la salute mentale dovrebbe essere almeno 510 milioni per rispettare le quote minime raccomandate. Gli 80 milioni previsti sono molto lontani da questa cifra.
Per rendere l’idea della proporzione: 80 milioni per curare le menti di 60 milioni di italiani. Il bonus psicologo, introdotto nel 2022, aveva uno stanziamento di 12 milioni di euro nel 2024, ridotto a 9,5 milioni nel 2025. Meno di quanto costa un singolo cacciabombardiere.
Una persona su sei in Italia soffre di un disturbo mentale. Nonostante la diffusione del problema, solo il 57,9% di chi ne è affetto riceve un trattamento adeguato. I tempi di attesa per una visita presso i centri di salute mentale possono essere particolarmente lunghi, aggravando il decorso delle malattie. Molti pazienti non trovano adeguato supporto nella transizione tra servizi, creando vuoti assistenziali drammatici.
Sono quei vuoti che ogni tanto producono un sabato pomeriggio di via Emilia.
Non si tratta di stabilire un nesso causale diretto tra i tagli alla salute mentale e ogni singolo episodio di violenza — sarebbe una semplificazione brutale, e quasi sempre sbagliata. La malattia mentale non è sinonimo di pericolosità: questa è la prima cosa da dire, e va ripetuta. Ma altra cosa è chiedersi se un sistema di cura territoriale adeguato, continuo, capillarmente finanziato, avrebbe potuto seguire nel tempo un uomo che era già stato segnalato, già attenzionato, già identificato come fragile. E di cui si erano invece perse le tracce.
Non c’è risposta certa a questa domanda. Ma c’è una risposta certa a un’altra domanda: i soldi ci sarebbero stati, se avessimo scelto diversamente. Se avessimo deciso che la salute mentale di un cittadino vale almeno quanto la componente avanzata di un sistema missilistico. Se avessimo stabilito che intercettare in tempo il disagio — prima che diventi crisi, prima che la crisi diventi tragedia — è anche questo una forma di sicurezza nazionale.
Il ministro Piantedosi, appena atterrato a Modena, ha detto che la vicenda sembra riconducibile a una «situazione di disagio psichiatrico». Lo ha detto con tono tecnico, quasi neutro. Ma quella frase contiene una confessione che nessuno vuole pronunciare ad alta voce: sapevamo. Non di quell’uomo in particolare, forse, ma del problema in generale. Sappiamo da decenni che il sistema di salute mentale di comunità, quello che Basaglia aveva immaginato come alternativa al manicomio, è stato costruito a metà e poi lasciato deperire per mancanza di fondi, di personale, di volontà politica.
Mattarella e Meloni sono venuti a Modena. Era giusto. Ma mentre erano lì, mentre abbracciavano i feriti e stringevano la mano ai cittadini che avevano bloccato l’aggressore, nei centri di salute mentale di tutta Italia c’erano operatori che seguivano venti, trenta, quaranta pazienti ciascuno — il doppio di quanto sarebbe necessario — con risorse ferme da anni, senza gli psicologi di comunità che servirebbero, senza gli educatori, senza i fondi per garantire quella continuità di cura che è l’unica cosa che funziona davvero.
Le tragedie come quella di Modena non nascono dal nulla. Nascono da una lunga serie di scelte che chiamiamo bilancio, e che in realtà sono priorità. Nascono dall’idea, mai dichiarata ma sempre praticata, che certi problemi si gestiscono quando esplodono e non si prevengono quando covano.
Finché continueremo a comprare armi con la stessa determinazione con cui tagliamo i servizi alla persona, continueremo ad aver bisogno di presidenti della Repubblica che vanno a portare conforto nelle corsie d’ospedale.
E quella non è sicurezza. È solo la gestione dell’insicurezza che abbiamo scelto di non prevenire.
