Sul Mediterraneo come specchio morale dell’Europa
C’è un’ora della notte in cui il mare non perdona. Erano le quattro e trenta del mattino quando una motovedetta della guardia di finanza ha intercettato un barchino di metallo di sette metri, stipato di corpi. A bordo, cinquantacinque persone — sette donne, sei minori — partite da Sfax-El Amra, in Tunisia, pagando tra i quattrocento e i seicento euro a testa il diritto di rischiare la vita. Tra loro, una ragazza di vent’anni con due figlie: una di due anni, una di meno di un mese. La neonata era in ipotermia. I medici del Poliambulatorio di Lampedusa ne hanno dichiarato il decesso poco dopo l’arrivo. La madre, in stato confusionale, è stata portata all’hotspot per assistenza psicologica. Questa è la notizia. Il resto è politica.
INello stesso momento in cui si apprendeva la morte di quella bambina senza nome — senza nome perché aveva meno di un mese, senza nome perché i giornali non sempre ne trovano uno da dare ai morti del Mediterraneo — la presidente del Consiglio italiana si congratulava con se stessa. Giorgia Meloni esultava per la Dichiarazione di Chisinau del Consiglio d’Europa, che avrebbe riconosciuto la legittimità del modello Albania nella gestione dei flussi migratori. «È un risultato importante», scriveva sui social.
La coincidenza temporale non è, ovviamente, una prova di nulla. I governi non si fermano per i morti del mare — se lo facessero, non governerebbero mai. Ma la simultaneità di quei due fatti — l’esultanza e il decesso, la soddisfazione e il freddo — produce una dissonanza che non si lascia liquidare come sciacallaggio dell’opposizione né come sentimentalismo delle ong. Produce, piuttosto, una domanda che appartiene alla filosofia morale prima ancora che alla politica: che cosa accade alla coscienza di una civiltà quando smette di vedere i propri morti?
Dal 2014 sono più di trentaquattromila le persone morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Solo quest’anno, già oltre milleduecento vittime — più di ottocento nel Mediterraneo centrale. Tra loro, più di cento bambini all’anno negli ultimi tre anni. Sono numeri che andrebbero ripetuti lentamente, lasciando che ciascuna cifra si depositasse nella coscienza prima di procedere alla successiva. Non lo si fa. I numeri vengono citati in fondo agli articoli, come note a piè di pagina di una storia che si preferisce raccontare altrimenti — come problema di sicurezza, come pressione demografica, come minaccia ibrida, come crisi da gestire.
Gestire. È la parola chiave del lessico migratorio europeo contemporaneo. I flussi si gestiscono. Le frontiere si proteggono. Le crisi si affrontano con soluzioni innovative. Il linguaggio tecnocratico ha una funzione precisa: neutralizzare moralmente ciò che descrive. Un flusso non muore. Una frontiera non piange. Una soluzione innovativa non lascia orfani. Ma quella bambina era reale. Il freddo era reale. Il barchino di metallo era reale.
Si dirà — e viene detto, con una certa coerenza logica — che le politiche restrittive servono precisamente a scoraggiare le partenze, e che scoraggiare le partenze salva vite. È l’argomento più potente a disposizione di chi sostiene le politiche attuali, e meriterebbe di essere preso sul serio invece di essere liquidato come ipocrisia. Ma i dati non lo sostengono. Dal 2014 a oggi, nonostante decenni di accordi con la Libia, con la Tunisia, con la Turchia, nonostante i respingimenti, nonostante il modello Albania e i suoi predecessori, le partenze non si sono fermate e i morti non sono diminuiti in proporzione. Ciò che è cambiato è la rotta: sempre più lunga, sempre più pericolosa, sempre più mortale. Le politiche di deterrenza non fermano la disperazione; la reindirizzano verso percorsi in cui la probabilità di morire è più alta.
Questa non è un’osservazione ideologica. È un dato empirico prodotto da decenni di ricerca accademica indipendente che i governi europei conoscono e ignorano. La scelta non è tra politiche che funzionano e politiche che non funzionano: è tra politiche che accettano un certo numero di morti come prezzo politicamente sostenibile e politiche che lo rifiutano.
Mentre la premier italiana incontrava a Navarino il primo ministro del Qatar, quello del Kuwait, i presidenti della Bce e del Fondo monetario internazionale, Tony Blair e i capi dei Paesi del Golfo — in un consesso che ha qualcosa di surreale nella sua composta eleganza geopolitica — il barchino di metallo stava ancora navigando nel buio. Non è una metafora: è la cronologia della giornata di ieri. Sono due mondi che coesistono nello stesso tempo senza incontrarsi mai, salvo nel momento in cui uno dei due irrompe nell’agenda dell’altro come problema da gestire.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che la stessa riunione che discuteva di Hormuz, di migranti, di sicurezza energetica e di cooperazione strategica si tenesse in un resort greco affacciato sullo stesso mare in cui quella notte moriva una bambina. Il Mediterraneo è simultaneamente il teatro degli affari e il teatro dei naufragi. Per chi siede ai tavoli di potere, è soprattutto il primo. Per chi ci annega, è soltanto il secondo.
La madre ha vent’anni. Ha perso una figlia. Ha un’altra figlia di due anni. Si trovava, alle cinque di mattina, in uno stato confusionale, all’hotspot di Lampedusa, per assistenza psicologica. L’espressione burocratica contiene in sé tutta la distanza tra la grammatica delle istituzioni e la grammatica della realtà umana. Quella ragazza non ha bisogno di assistenza psicologica: ha bisogno di qualcuno che le dica che sua figlia non muore invano, che il mondo sa quello che è successo e ne risponde. Ma il mondo, in questo caso, ha altro da fare. Ha forum da presiedere, dichiarazioni da firmare, risultati importanti da annunciare.
Albert Camus scrisse che si conosce la grandezza morale di una civiltà da come tratta i suoi poveri e i suoi morti. L’Europa contemporanea offre su questo punto una risposta chiara, benché non intenzionale: li conta, li registra in database, apre indagini, dispone autopsie. Poi passa oltre. La procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul corpo di una bambina di meno di un mese. Il fascicolo verrà archiviato. Il mare verrà attraversato di nuovo, stanotte, da qualcun altro.
Non c’è finale consolatorio per questo elzeviro, perché non c’è finale consolatorio per questa storia. Ci sono solo due immagini che non riescono a coesistere senza ferire: una ragazza di vent’anni in stato confusionale su un’isola del Mediterraneo, e una presidente del Consiglio che annuncia un risultato importante sui social. Stessa mattina. Stesso mare. Mondi incomunicabili.
La bambina non aveva ancora un nome. Il freddo, sì.
Dal 2014, nel Mediterraneo, più di trentaquattromila morti. Ogni anno il bilancio si aggiorna. Ogni anno il linguaggio per parlarne resta lo stesso. Forse il problema non è la gestione dei flussi. Forse il problema è che abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome.

