L’Iran trasforma uno specchio d’acqua in uno Stato e scrive al Papa. Il mondo aspetta Trump.

Venerdì 16 maggio 2026 è una di quelle giornate in cui la cronaca internazionale si addensa fino a diventare illeggibile: troppi attori, troppi fronti, troppi segnali contraddittori che si accavallano nell’arco di poche ore. Eppure, sotto il rumore, due fatti distinti e apparentemente lontani tra loro rivelano, insieme, la logica profonda di questo momento.

Il primo: l’Iran ha annunciato di aver messo a punto un «meccanismo professionale» per gestire il traffico nello Stretto di Hormuz lungo una rotta designata, con pedaggi, con criteri di accesso selettivi, e con un’esclusione esplicita per le navi legate agli Stati Uniti e a Israele. Non è un blocco navale. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più perturbante: è la trasformazione di uno stretto internazionale in uno strumento di sovranità discrezionale, in un casello autostradale geopolitico dove Teheran decide chi passa e chi paga.

Il secondo: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto una lettera a Papa Leone XIV aprendo con una citazione del Corano e proseguendo con una del Siracide, per ringraziare il pontefice delle sue posizioni sulla guerra e chiedere alle nazioni del mondo di contrastare le «richieste illegali» di Washington.

Questi due gesti — uno militare-economico, uno diplomatico-simbolico — non sono separabili. Sono le due facce di una stessa strategia: un paese che ha perso Khamenei, che conta 3.468 morti civili secondo i propri dati, che ha visto 650 esplosioni su Teheran e 51.000 abitazioni danneggiate, e che ciononostante non si è arreso, cerca di costruire intorno a sé una nuova geometria di legittimità internazionale. Hormuz è il muscolo. La lettera al Papa è la voce.

Il casello di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz è largo, nel suo punto più stretto, circa 39 chilometri. Attraverso di esso transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale, insieme a quantità significative di gas naturale liquefatto. Non esiste alternativa praticabile su scala equivalente: il gasdotto degli Emirati — che Abù Dhabi sta ora «accelerando» proprio per ridurre la dipendenza dallo stretto — avrà capacità limitata e non sarà operativo prima del 2027.

Il ministro iracheno del Petrolio ha fornito venerdì un numero che dice tutto: ad aprile l’Iraq ha esportato 10 milioni di barili tramite Hormuz. Prima della guerra ne esportava 93 al mese. Una riduzione dell’89 per cento. L’Iraq — paese che non è parte del conflitto, che ha un nuovo primo ministro che ha promesso di disarmare le milizie pro-iraniane, che cerca disperatamente di tenere fuori dai guai — sta pagando un prezzo enorme per una guerra che non ha scelto.

Il meccanismo iraniano annunciato venerdì non è un blocco. È, nella retorica di Teheran, un sistema di «garanzia della sicurezza commerciale internazionale» gestito dalla marina dei Guardiani della Rivoluzione, con pedaggi per i servizi «specializzati» forniti. Cina, Giappone e Pakistan hanno già fatto passare le proprie navi. I paesi europei, secondo la televisione di Stato iraniana, hanno avviato negoziati per ottenere l’accesso. Trump ha ammesso di aver personalmente autorizzato il passaggio di tre petroliere cinesi cariche di petrolio iraniano.

In poche settimane, senza sparare un colpo aggiuntivo, l’Iran ha costretto il mondo a trattare con i Guardiani della Rivoluzione come se fossero un’autorità portuale internazionale. Ha trasformato una crisi militare in una crisi di governance marittima globale. Ha fatto sì che l’Europa — la stessa Europa che ha sostenuto le sanzioni iraniane per anni — debba ora chiedere permesso a Teheran per far passare le proprie petroliere.

La portaerei Charles de Gaulle è posizionata in mare d’Arabia «in modo difensivo». Due cacciamine italiani — il Crotone e il Rimini — hanno lasciato Augusta diretti a Gibuti, impiegheranno quasi un mese per arrivare nel Golfo, e potranno intervenire nello sminamento solo «a tregua consolidata». Il che significa: non prima che qualcuno abbia già negoziato con i Guardiani della Rivoluzione le condizioni del transito.

La lettera e i versetti

«Chi è più forte di noi?» — la domanda coranica che Pezeshkian cita in apertura è rivolta al popolo di ‘Ad, sterminato dal vento per la propria arroganza. Il versetto del Siracide che segue completa il quadro: «L’inizio della superbia è allontanarsi da Dio». È un messaggio cristallino, costruito con cura filologica: Washington e Tel Aviv sono il popolo di ‘Ad, convinti della propria invincibilità, destinati alla rovina dalla propria tracotanza.

Che un presidente della Repubblica islamica apra una lettera al Papa con una citazione coranica e la continui con una biblica non è un atto di ecumenismo spirituale. È un atto politico di grande precisione. Dice: le nostre tradizioni convergono su questo giudizio morale. Dice: il Papa ha ragione, e noi lo ringraziamo. Dice: c’è una comunità morale internazionale più larga dell’Occidente atlantico, e l’Iran vuole farne parte — anzi, vuole presentarsi come uno dei suoi garanti.

Il paragone con il 1979 è inevitabile e illuminante. Quarantasette anni fa, Giovanni Paolo II fece recapitare a Khomeini un messaggio per chiedere garanzie sugli ostaggi americani. Khomeini respinse l’appello. L’Iran rivoluzionario era chiuso in se stesso, infuocato di teologia politica, impermeabile alla voce di Roma.

Oggi è Teheran che scrive a Roma. Che ringrazia. Che costruisce intorno alle parole del Papa una parte della propria argomentazione internazionale. Non è conversione. Non è alleanza. È la misura di quanto sia cambiato il campo della legittimazione globale: il Papa, senza esercito e senza potere coercitivo, è diventato una risorsa diplomatica contesa. E l’Iran, nella sua fragilità post-bombardamenti, ha capito che citare Leone XIV vale quanto una risoluzione dell’ONU — forse di più, perché il Papa non ha il veto americano.

Le 24 ore di Trump

Sullo sfondo di tutto questo, il New York Times scrive che Stati Uniti e Israele sono «impegnati nei preparativi più ampi dall’inizio del cessate il fuoco» per una possibile ripresa degli attacchi contro l’Iran già dalla settimana prossima. Channel 12 israeliano riferisce che Trump dovrebbe riunire i propri consiglieri entro 24 ore per una «decisione definitiva». Tra le opzioni sul tavolo, secondo il Times, ci sarebbero attacchi più aggressivi sulle infrastrutture militari e una missione delle forze speciali per estrarre fisicamente l’uranio arricchito dai tunnel di Isfahan.

L’uranio di Isfahan. Se questa opzione è reale — e non è certo che lo sia, il giornalismo di intelligence è sempre parziale — siamo in territorio di escalation senza precedenti: una missione sul suolo iraniano per sottrarre materiale nucleare non è un’operazione chirurgica, è un atto di guerra in senso pieno, con conseguenze imprevedibili sull’intera architettura della non-proliferazione globale.

Trump è rientrato dalla Cina venerdì sera. Ha trattato con Xi Jinping su Taiwan, Hormuz, commercio. Ha autorizzato il passaggio di petroliere cinesi. Ha annunciato l’uccisione del numero due dell’ISIS in Nigeria su Truth Social. Ha una decisione da prendere su un conflitto che ha già prodotto migliaia di morti, ha dimezzato le esportazioni petrolifere irachene, ha fermato il traffico navale nel Golfo, ha ucciso la guida suprema dell’Iran e ha spinto Teheran a costruire pedaggi sullo stretto più strategico del pianeta.

La CNN scrive che Trump non è mai stato così vicino, dall’inizio del cessate il fuoco, a riprendere gli attacchi.

Il silenzio che conta di più

In tutta questa giornata, c’è una voce che non si sente, e la cui assenza pesa quanto tutte le dichiarazioni messe insieme: quella dell’Iran che risponde concretamente alla domanda nucleare. Pezeshkian scrive al Papa. I Guardiani della Rivoluzione gestiscono il casello di Hormuz. La missione diplomatica all’ONU avverte i paesi che voteranno la risoluzione americana. Il ministro degli Esteri è a New Delhi, ai BRICS, a dire che Teheran è aperta all’aiuto cinese.

Ma sulla questione che Washington pone come condizione non negoziabile — il programma nucleare, l’uranio arricchito al 60 per cento, i tunnel di Isfahan — l’Iran non fa concessioni. Non può farle, probabilmente, senza spaccare il regime dall’interno. Il programma nucleare non è una variabile della politica estera iraniana: è, dopo la morte di Khamenei e la guerra subita, l’unica garanzia di sopravvivenza che il nuovo assetto di potere può offrire a se stesso.

È questo il nodo che nessuna lettera al Papa e nessun meccanismo di Hormuz può sciogliere. Ed è questo che rende le prossime 24 ore — quelle della decisione di Trump — così pericolose.

Non perché Trump voglia necessariamente la guerra. Ma perché l’Iran non può cedere su ciò che Trump chiede. E perché in questo spazio di impossibilità reciproca, le escalation accadono non per volontà, ma per mancanza di alternative.

Il Crotone e il Rimini navigano verso il canale di Suez. Impiegheranno quasi un mese per arrivare.

Il mondo ha meno tempo di così.