Il modello che non esiste
C’è una categoria di accordi politici che nascono già con una data di scadenza incorporata nella loro stessa logica, ma che nessuno nomina perché nominarla costerebbe troppo.
L’accordo tra Italia e Albania sui centri per migranti di Gjadër e Shëngjin appartiene a questa categoria. Non perché il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha abbia detto il 12 maggio che probabilmente non sarà rinnovato oltre il 2030. Ma perché chiunque abbia letto il testo sapeva già che non poteva essere diversamente.
L’architettura dell’intesa — firmata nel novembre 2023, ratificata nel febbraio 2024, celebrata dal governo Meloni come un modello destinato a essere copiato dall’Europa intera — si regge su una condizione strutturale: che l’Albania resti fuori dall’Unione europea. I centri funzionano perché si trovano in territorio non-UE pur essendo gestiti dall’Italia e sottoposti alla giurisdizione italiana. È questa anomalia geografico-giuridica che li rende, almeno nelle intenzioni, utili: uno spazio dove le procedure di frontiera possono svolgersi al di là del raggio d’azione pieno del diritto europeo.
Ma l’Albania ha presentato domanda di adesione all’UE nel 2009. Ha ottenuto lo status di candidata nel 2014. Ha avviato formalmente i negoziati nel luglio 2022. A novembre 2025 ha aperto l’ultimo gruppo di capitoli negoziali. Il percorso è lungo e non automatico, ma la direzione è chiara. Se e quando Tirana entrerà nell’Unione, il presupposto su cui si fonda l’intero accordo verrà meno. Non per un capriccio politico. Per una ragione strutturale, inevitabile, iscritta nelle premesse.
La scommessa che non si nomina
Presentare il “modello Albania” come una soluzione duratura alla questione migratoria richiede di tacere su questo nodo. E in effetti, nel dibattito italiano degli ultimi due anni, è stato quasi sempre taciuto. Il governo ha venduto l’accordo come un cambio di paradigma, un’architettura replicabile, un modello per l’Europa. I critici lo hanno attaccato sul piano dei costi — circa 800 milioni di euro per cinque anni — e su quello dei numeri, ridottissimi rispetto alle promesse. Pochissimi hanno detto la cosa più semplice: questo accordo ha una scadenza incorporata, e quella scadenza è l’integrazione europea dell’Albania.
Hoxha ha fatto quello che i politici fanno raramente: ha detto la verità tecnica prima che fosse conveniente dirla. «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», ha dichiarato a Euractiv, aggiungendo che entro il 2030 l’Albania conta di essere membro dell’UE. È una frase politicamente imbarazzante non perché annunci una rottura — Hoxha stesso ha poi precisato che non intendeva quello — ma perché mette in luce la contraddizione di fondo che il governo italiano ha interesse a non vedere.
La reazione è stata prevedibile. Il primo ministro Edi Rama ha corretto il tiro in serata, definendo «fuorviante» la citazione di Euractiv e ribadendo che «il Protocollo con l’Italia è qui per restare, per tutto il tempo che l’Italia lo vorrà». Hoxha stesso si è affrettato a precisare su X che le sue parole «non dovrebbero in alcun modo essere interpretate come un cambiamento della posizione dell’Albania». La macchina del contenimento diplomatico si è messa in moto con efficienza. Il governo italiano ha incassato e tirato dritto.
Un accordo che non ha mai funzionato
C’è però un problema ancora più immediato che le discussioni sul 2030 rischiano di oscurare: il “modello Albania” non funziona adesso, nel 2026, mentre se ne parla come se esistesse.
Nell’ottobre 2024, dopo i primi trasferimenti, i giudici italiani non hanno convalidato il trattenimento di alcuni migranti portati a Gjadër. Le persone sono state riportate in Italia. Nei mesi successivi le strutture sono rimaste in grande parte inutilizzate. A marzo 2025, il governo ha dovuto intervenire con un decreto-legge per ampliare la platea di chi può essere trasferito in Albania: non più solo migranti soccorsi in mare provenienti da paesi sicuri, ma anche persone già trattenute nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani. In sostanza, Gjadër è diventato un CPR delocalizzato — più costoso, più lontano, circondato dallo stesso apparato giuridico che circonda i CPR italiani, con l’aggiunta delle complicazioni logistiche di un paese straniero.
Il numero di persone effettivamente trattenute e rimpatriate attraverso i centri albanesi è rimasto, mesi dopo mesi, infinitesimale rispetto agli arrivi. Il governo ha evitato di comunicare dati precisi e sistematici. L’opacità è diventata una caratteristica strutturale dell’operazione, al punto che Pagella Politica — la stessa testata che ha analizzato le dichiarazioni di Hoxha — aveva già titolato in precedenza che «il funzionamento dei centri in Albania resta un mezzo mistero».
Un modello di cui non si conoscono i numeri, che ha subito un blocco giudiziario nei primi mesi, che ha richiesto modifiche legislative per poter essere operativo in forma ridimensionata rispetto alle premesse, e che ha una data di scadenza incorporata nella sua stessa architettura: è questo che il governo italiano chiama, e che una parte dell’opposizione europea guarda con interesse come, un “modello”.
La retorica del modello
La parola “modello” fa un lavoro specifico nel lessico politico contemporaneo. Non descrive una realtà — descrive un’aspirazione presentata come realtà. Un modello non deve necessariamente funzionare: deve essere citabile, deve essere abbastanza concreto da sembrare pratico e abbastanza vago da resistere alle smentite empiriche.
Il “modello Albania” ha avuto successo comunicativo esattamente in questi termini. Ha permesso al governo Meloni di presentarsi in Europa come un laboratorio di politica migratoria, di portare all’attenzione del dibattito continentale un’idea — il trattenimento extraterritoriale — che esisteva già nelle discussioni teoriche ma che nessuno aveva tradotto in pratica su scala. Ha consentito alla presidente del Consiglio di occupare un posto nella conversazione europea sull’immigrazione come attore propositivo, non solo come governo di un paese di frontiera sovraccarico.
Il fatto che i numeri siano stati irrilevanti, che i tribunali abbiano bloccato l’impianto originario, che il prezzo per ogni singola persona trattenuta sia stato calcolato in decine di migliaia di euro, che la scadenza del 2030 renda improbabile qualsiasi effetto sistemico a lungo termine: tutto questo è rimasto, per ora, in secondo piano.
Quello che Hoxha ha detto davvero
C’è un’ultima frase dell’intervista di Hoxha che merita attenzione, e che è passata quasi inosservata nel dibattito successivo. Il ministro degli Esteri albanese ha respinto l’ipotesi che l’Italia possa avere interesse a rallentare l’ingresso dell’Albania nell’UE per conservare i centri. «L’Italia aveva bisogno di aiuto. Noi abbiamo aiutato. E questo non va dimenticato», ha detto.
È una frase densa. Dice che l‘accordo è stato un favore dell’Albania all’Italia, non una partnership tra eguali. Dice che Tirana si aspetta che questo favore venga ricordato — in particolare nel sostegno al percorso di adesione, che Piantedosi ha confermato in visita il giorno stesso. Dice che il rapporto di forza è meno sbilanciato di quanto la narrazione italiana del “modello” suggerisca: non è l’Italia che ha offerto all’Albania un’opportunità economica, è l’Albania che ha offerto all’Italia uno spazio giuridico temporaneo.
E dice, infine, qualcosa sul tempo: l’aiuto è stato dato, il tempo sta scorrendo, l’Albania ha i propri obiettivi. La finestra si chiude. Non oggi, non domani, ma si chiude.
Il “modello Albania” è, nella sostanza, un accordo transitorio che ha funzionato male durante la transizione e che non avrà modo di essere rifondato al termine di essa. È una soluzione temporanea a un problema strutturale, costruita su una premessa geografica destinata a venire meno, celebrata come paradigma mentre accumulava blocchi giudiziari e strutture semivuote.
Non è un fallimento, come dicono i partiti di opposizione che vogliono titoli facili. È qualcosa di più sottile e più difficile da spiegare: è una politica che non era mai stata progettata per risolvere ciò che diceva di voler risolvere, ma per occupare uno spazio di discorso.
Quello spazio è ancora occupato. Per qualche anno ancora, probabilmente, lo resterà.
Poi l’Albania entrerà nell’Unione europea, e bisognerà trovare un nuovo modello da chiamare tale.
