Leone XIV all’Università La Sapienza di Roma
Leone XIV percorre i viali che Benedetto XVI non poté attraversare. Diciotto anni dopo, il Papa torna là dove la fede e il sapere si incrociarono nella ferita. Ma il cerchio non si chiude mai dove lo si aspetta — e la realtà, come sempre, è più complicata dei discorsi.
Diciotto anni. Tanto è passato da quella mattina di gennaio del 2008, quando Joseph Ratzinger — Benedetto XVI — rinunciò a varcare i cancelli di quella che il mondo conosce semplicemente come «la Sapienza». Una rinuncia silenziosa, dignitosa, che bruciò come un affronto alla civiltà del dialogo. Sessantasette professori avevano firmato una lettera aperta per contestarne la presenza, riesumando una citazione del 1990 in cui l’allora cardinale Ratzinger aveva evocato Paul Feyerabend a proposito del processo a Galileo: una glossa filosofica, non una condanna dello scienziato, ma sufficiente ad alzare le barricate. Il Papa non venne. Mandò il testo del discorso, che fu distribuito nelle aule. La ferita rimase aperta, simbolo di una frattura tra fede e ragione, tra istituzione ecclesiastica e sapere laico, che molti avevano interesse a tenere in vita.
Ieri Leone XIV — Robert Francis Prevost, l’agostiniano di Chicago eletto un anno fa — ha percorso quei viali alberati, ha sostato nella cappella universitaria, ha parlato nell’Aula Magna. Il cerchio si è chiuso. Ma sarebbe riduttivo leggere questa visita come una semplice riparazione simbolica. C’è qualcosa di più profondo, che ha a che fare con le origini stesse di questo luogo e con le domande che ancora lo abitano.
BONIFACIO VIII E IL SOGNO MEDIEVALE
La Sapienza nasce da un atto papale. È il 20 aprile 1303 quando Bonifacio VIII — quel Caetani di ferro che Dante cacciò all’Inferno e che tuttavia fu uomo di straordinaria visione istituzionale — firma la bolla In suprema praeminentia dignitatis e fonda a Roma lo Studium Urbis. Non è un gesto banale. È la risposta di Roma a Bologna, a Parigi, a Oxford: la Chiesa vuole una sua università nella capitale della cristianità, uno spazio dove il sapere sia anche custodia della memoria e formazione delle coscienze.
Per secoli la Sapienza cresce nell’orbita pontificia. I papi la finanziano, la abitano spiritualmente, talvolta la soffocano. Sarà Benedetto XIV — quello scienziato di Clementine, non il teologo bavarese del Novecento — ad aprire l’università alle discipline scientifiche, mentre in piena età barocca Borromini disegna Sant’Ivo alla Sapienza e la Biblioteca Alessandrina: il cherubino che ancora oggi veglia sull’Aula Magna è figlio di quegli affreschi, icona in cui apertura spirituale e capacità intellettuale si toccano senza confondersi. Poi arriva il 1870, la breccia di Porta Pia, e con essa la grande separazione: l’università diventa statale, laica, repubblicana. Trasferita nel 1935 nella Città Universitaria disegnata da Marcello Piacentini, attraversa il regime fascista e l’orrore delle leggi razziali del 1938 — una delle pagine più disumane, ha detto oggi la Rettrice, della storia italiana. Nel dopoguerra ritrova il suo ruolo di ateneo pubblico, laico, generalista: quasi centoquarantamila iscritti, undici facoltà, una città nella città.
LA FERITA RATZINGER
Bisogna avere l’onestà di rileggere quella vicenda con gli occhi del tempo. Benedetto XVI era, tra i papi moderni, probabilmente il più attrezzato a parlare con un’università, non solo a un’università. Il suo discorso non pronunciato era un testo di straordinaria densità filosofica: una riflessione sul rapporto tra fede e ragione, sul ruolo dell’università come custode del logos contro ogni riduzionismo positivista. Era, in fondo, ciò che l’università avrebbe dovuto voler sentire.
Ma la politica dell’identità prevalse sul dialogo. Quei sessantasette professori non protestavano davvero contro Feyerabend e Galileo: protestavano contro la presenza fisica del Vicario di Cristo in uno spazio che volevano dichiaratamente secolare. Era una questione di confini, non di argomenti. I confini, si sa, producono muri più che ponti.
LA RETTRICE POLIMENI: UNA DONNA DI SPESSORE
Chi ha ascoltato oggi il discorso di Antonella Polimeni ha incontrato una figura rara nel panorama accademico italiano: una rettrice che conosce la storia del proprio ateneo, la racconta senza retorica celebrativa, e sa fare i conti con le sue ombre. Il richiamo ad Agostino — «Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora» («I tempi siamo noi: come siamo noi, così sono i tempi») — con cui ha aperto il suo saluto non era una citazione di maniera: era una chiamata alla responsabilità personale in tempi difficili, pronunciata da chi sa che l’istituzione che guida ha già attraversato, e non sempre a testa alta, stagioni analoghe. C’è in Polimeni, peraltro, qualcosa che va oltre la competenza accademica: un’adesione interiore ai valori che nomina, che la distingue dal funzionario di ateneo e la avvicina alla categoria, sempre più rara, dell’intellettuale engagée. Quando ha citato il motto episcopale di Leone XIV — In Illo uno unum, l’espressione agostiniana sull’unità nella diversità — non lo ha fatto come captatio benevolentiae diplomatica, ma come riconoscimento di una consonanza autentica con la missione universitaria: luogo dove «idee, esperienze, religioni, identità e provenienze differenti convivono e dialogano».
Il suo ateneo porta avanti cose concrete: il dottorato nazionale in Peace Studies, l’accordo con l’Università di Betlemme, l’accoglienza di studenti e docenti da Paesi in guerra, il Policlinico che cura bambini e famiglie provenienti da Gaza. E poi il dettaglio più toccante: il concerto nell’Aula Magna dove ha appena parlato Leone XIV, con musicisti del Conservatorio Magnificat di Gerusalemme e della scuola di Scampia che suonavano insieme strumenti costruiti con il legno delle barche dei migranti naufragate nel Mediterraneo. Simbolismo che non ha bisogno di commento.
«Non vi è conoscenza senza pace, perché il sapere nasce dal dialogo, dalla possibilità di condividere idee, riconoscere nell’altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore.» — Antonella Polimeni, Rettrice della Sapienza
UN AGOSTINIANO INQUIETO TRA GIOVANI INQUIETI
Leone XIV è arrivato dove Ratzinger non arrivò. Ma — ed è questo il punto — è arrivato in modo radicalmente diverso. Non con il tono ieratico del teologo che disputa, ma con quello pastorale del pastore che cammina tra la gente. Ha cominciato dalla cappella, non dall’aula magna. Ha salutato gli studenti nel piazzale. Ha detto «buongiorno» prima di dire qualsiasi cosa di dottrinale. Il suo riferimento ad Agostino — «un giovane inquieto» che fece gravi errori ma non perse mai la passione per la bellezza e la sapienza — non era retorica. Era una chiave ermeneutica per giovani che vivono sotto «il ricatto delle aspettative e la pressione delle prestazioni», prigionieri di «spirali d’ansia» in un sistema che riduce le persone a numeri.
«Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!» — questa è la frase che rimarrà del discorso odierno. Semplice, quasi slogan. Ma contiene una filosofia dell’umano che risponde direttamente alle ansie dell’era dell’intelligenza artificiale. Contro ogni determinismo computazionale, Leone XIV riafferma l’irriducibilità del soggetto: siamo esseri di tensione verso ciò che ancora non siamo. Ha anche detto cose politicamente precise e scomode: il riarmo europeo che non si dovrebbe chiamare «difesa», Gaza e l’Ucraina nominate senza eufemismi, l’IA militare come deriva che de-responsabilizza le scelte umane. E ha citato la Laudato si’ di Francesco sulla crisi climatica con l’autorevolezza di chi non considera quella eredità un peso ma una bussola.
IL CONVITATO DI PIETRA: LEONARDO S.P.A.
Fin qui i discorsi. Poi c’è la realtà. E la realtà, in un’università di centoquarantamila studenti con un bilancio da gestire e una competizione internazionale per i fondi di ricerca, è inevitabilmente più complicata delle parole pronunciate in un’Aula Magna addobbata a festa.
Un giornalista arguto non può non notare l’elefante nella stanza, o meglio: il cacciabombardiere nel cortile. La Sapienza ha rapporti di ricerca consolidati con Leonardo S.p.A. — il colosso italiano della difesa, già Finmeccanica, che produce sistemi d’arma, radar militari, velivoli da combattimento, tecnologie per la sorveglianza e la guerra elettronica. Non è un caso isolato né una colpa specifica della Sapienza: pressoché ogni grande università italiana ed europea ha contratti con l’industria della difesa, e il finanziamento pubblico della ricerca è da decenni strutturalmente insufficiente a coprire i costi reali della scienza. Ma questo non scioglie la contraddizione; semmai la rende sistemica, e dunque più difficile da guardare in faccia.
La contraddizione in cifre. Mentre la Rettrice Polimeni ricordava che «non vi è conoscenza senza pace», e Leone XIV tuonava contro «un riarmo che arricchisce élite cui nulla importa del bene comune», nei laboratori dello stesso ateneo — come in quelli del Politecnico di Milano, della Sapienza, del Sant’Anna di Pisa — ricercatori finanziati anche da Leonardo lavorano su tecnologie a duplice uso, droni, sistemi di navigazione autonoma, intelligenza artificiale applicata a contesti militari. Il paradosso non è morale nel senso banale del termine: è strutturale. Le università non si finanziano da sole, e lo Stato che taglia i fondi alla ricerca pubblica è spesso lo stesso che li ridirige verso la difesa.
Sarebbe ingeneroso — e intellettualmente disonesto — trasformare questa osservazione in un attacco alla Polimeni o alla sua visione. Il suo discorso di oggi era sincero, denso, tutt’altro che protocollare. Ma proprio per questo merita di essere preso sul serio fino in fondo: la pace che l’università «non solo invoca ma pratica» non può fare a meno di interrogarsi anche sui propri contratti di ricerca, sui propri finanziatori, sulle proprie catene di valore. Non basta costruire strumenti musicali col legno dei barconi se, nel laboratorio accanto, si ottimizzano algoritmi per sistemi d’arma autonomi. La contraddizione non annulla il merito; lo mette semmai alla prova.
Leone XIV ha detto che «lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta» alla guerra: «siano un radicale “sì” alla vita». È una sfida che il Papa lancia non solo ai governi e ai generali, ma anche — implicitamente — alle università che lo hanno accolto con applausi. Raccoglierla significa anche avere il coraggio di aprire i cassetti dei contratti di ricerca e guardare cosa c’è dentro.
IL MOTTO E LA MOSTRA
C’è un ultimo dettaglio che vale la pena custodire. Negli spazi del Rettorato è allestita in questi giorni la mostra «Sapienza e i Papi», che ripercorre i sette secoli di legame tra l’ateneo e la Santa Sede. Una mostra che finisce necessariamente con una pagina bianca: il 2008, l’anno in cui il papa non venne. Oggi quella pagina ha ricevuto una prima riga. Non è ancora un capitolo. Ma è un inizio.
Diciotto anni fa, un papa rimase fuori da questi cancelli. Oggi un altro papa ne ha percorso i viali, ne ha respirato l’aria, ne ha ascoltato le domande — e ne ha fatto una sua, quella domanda radicale che l’agostiniano in lui non riesce a tacere: «Chi sei?». La storia non si ripara, si riscrive. E la Sapienza, da oggi, ha un capitolo in più da custodire. A condizione, però, di avere il coraggio di scrivere anche le righe scomode.
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«Sperare si può. Sperare si deve» — ha concluso la Rettrice Polimeni.
Vero. Ma sperare non esime dal vedere. E il cronista, si sa, è pagato per non chiudere gli occhi.
