L’Italia e la Repubblica Partigiana che fu
C’è una scena in Paisà — il capolavoro che Roberto Rossellini girò nel 1946, mentre la polvere della guerra era ancora nell’aria e i morti non erano ancora tutti contati — in cui un partigiano viene fucilato dai tedeschi e gettato nel Po. Il corpo galleggia lentamente. La macchina da presa lo segue senza retorica, senza musica, senza il conforto di alcuna mediazione sentimentale. Solo l’acqua, solo il corpo, solo il silenzio di chi ha capito tutto e non può più parlare. Rossellini chiamava questo metodo “la realtà come essa è”. Noi, ottantuno anni dopo, dovremmo chiamarlo specchio.
Perché ciò che è accaduto ieri in Italia — in questo 25 aprile 2026, ottantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo — è uno di quei giorni in cui si guarda nello specchio e si fa fatica a riconoscersi.
Cominciamo dai fatti, che hanno la loro brutale eloquenza. A Roma, due iscritti all’ANPI — marito e moglie — sono stati feriti da colpi sparati con una pistola ad aria compressa da un uomo in scooter, in mimetica verde, che era giovane e poi è fuggito. Li avevano appena lasciati al Parco Schuster, dove si festeggiava la Liberazione con musica e pasta. Li hanno colpiti mentre uscivano, dopo aver partecipato alle celebrazioni. Tre colpi. Un agguato. Nel giorno della Liberazione. Come si chiama questo, in italiano? Come lo avrebbe chiamato Rossellini?
A Milano, la Brigata Ebraica è stata accolta nel corteo con fischi, urla di “vergogna, sionisti, assassini”, e qualcuno ha avuto il coraggio — si fa per dire — di gridare loro “siete solo saponette mancate“. Quella frase oscena rimanda alla leggenda, mai del tutto smentita né del tutto dimenticata, che i nazisti fabbricassero sapone con i corpi dei deportati. Nel giorno della Liberazione dal nazismo, in un corteo antifascista, qualcuno ha urlato agli ebrei che avrebbero dovuto finire in sapone. La Brigata Ebraica è stata infine scortata fuori dalla manifestazione dalle forze dell’ordine.
A Roma, i Radicali italiani che sfilavano con le bandiere dell’Ucraina sono stati aggrediti con spray urticante. Matteo Hallissey, presidente di Radicali italiani, è uscito dal pronto soccorso oftalmico con una diagnosi di abrasione alla cornea. “Restiamo molto amareggiati per non aver potuto partecipare al corteo”, ha detto. In tutta Italia, comunità ucraine, persone con la bandiera di Kiev, sono state cacciate o osteggiate.
Proviamo a stare fermi un momento su tutto questo. Non per fare polemica di destra o di sinistra — chi scrive non è né dell’uno né dell’altro campo — ma per capire.
L’Ucraina combatte oggi, in questo preciso momento storico, una guerra di resistenza contro un’invasione straniera. La Russia di Putin ha invaso un paese sovrano, ne bombarda le città, ne deporta i bambini, ne cancella la lingua e la cultura. Un ucraino che sfila con la sua bandiera al 25 aprile non è un guerrafondaio: è un partigiano. È esattamente il tipo di persona che il 25 aprile dovrebbe celebrare. Epperò viene cacciato.
La Brigata Ebraica — quella vera, quella storica, inquadrata nell’Ottava Armata britannica — combatté contro i nazisti nella seconda guerra mondiale. Molti dei suoi soldati erano ebrei fuggiti dall’Europa, ebrei che avevano visto cosa stava succedendo e avevano scelto di combattere. Erano, tecnicamente, partigiani. Epperò i loro eredi vengono insultati con il peggio del repertorio antisemita nel giorno in cui si celebra la sconfitta di chi li voleva sterminare.
Come si è arrivati a questo? Come si è potuto?
Qui entra in campo l’altro film a cui il lettore ha fatto cenno: Berlinguer. La Grande Ambizione, di Andrea Segre, con Elio Germano straordinario nel ruolo del segretario del PCI. Il film racconta gli anni Settanta, il compromesso storico, l’eurocomunismo, la democrazia come valore in sé e non come strumento. Racconta un’Italia che non c’è più — un’Italia in cui esisteva una sinistra di massa, radicata nel territorio, con una cultura, con una morale, con un’etica del sacrificio e della responsabilità collettiva.
Berlinguer era un sardo cattolico che guidava il più grande partito comunista dell’Occidente. Questa apparente contraddizione era in realtà la chiave del suo potere: aveva capito che l’Italia profonda era fatta di due anime, cattolica e comunista, che condividevano qualcosa di fondamentale — il primato della comunità sull’individuo, il senso del sacrificio, la diffidenza verso il denaro come unico misuratore del mondo. La “questione morale” di cui parlò nella famosa intervista a Eugenio Scalfari non era moralismo: era la percezione esatta che un paese si regge su un tessuto etico condiviso, e che quando quel tessuto si strappa, non lo ricuci più.
Quel tessuto si è strappato. E adesso, con vent’anni di berlusconismo alle spalle — vent’anni in cui la politica è diventata spettacolo, il conflitto di interessi è stato sdoganato come norma, la furbizia elevata a virtù civica — e poi con la Lega e con Meloni che hanno costruito la loro fortuna sull’identità come trincea, sulla paura dello straniero come combustibile elettorale, il paese che esce da questa storia non è più quello che Rossellini filmava.
Centomila persone hanno sfilato a Milano per il 25 aprile, secondo l’ANPI. Centomila. Non si può dire che la partecipazione sia morta. Non si può dire che l’Italia abbia smesso di volersi riconoscere in quella data. Le piazze erano piene. Da Torino a Napoli, da Cagliari a Bologna, da Pescara a Catania, la CGIL e l’ANPI hanno riempito strade e piazze in tutta Italia. Il popolo c’era.
Ma quale popolo? Ecco la domanda che brucia.
Perché il popolo che ha cacciato gli ebrei dal corteo milanese non è il popolo di Pertini. Non è il popolo di Pajetta. Non è il popolo di Don Milani o di don Primo Mazzolari, quei preti che capivano il dolore dei poveri meglio di qualsiasi ideologia. Non è nemmeno il popolo delle mondine di Novara che cantavano Bella ciao tra le risaie. È qualcos’altro: è una sinistra che ha perso la sua base popolare, cattolica e comunista, sana e concreta, e ha riempito quel vuoto con l’ideologia dell’antagonismo puro, con il massimalismo identitario, con la politica come gesto simbolico e non come responsabilità.
Una sinistra che non riesce più a distinguere tra resistere all’occupazione e fare il tifo per chi spara sui civili. Che confonde il pacifismo con la resa. Che, nel nome della solidarietà con la Palestina, finisce per insultare gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto.
Paisà non è un film su chi aveva ragione e chi aveva torto. È un film sul corpo dell’Italia — un paese occupato, lacerato, umiliato, che cercava se stesso in mezzo alle macerie. Rossellini non giudicava: osservava. E in quella osservazione c’era più verità politica di mille editoriali.
Nel sesto episodio del film — quello ambientato nelle valli del Delta del Po, il più bello, il più straziante — i partigiani vengono catturati dai tedeschi. Il comandante tedesco li fa fucilare uno a uno e buttare nel fiume. Ma prima di morire, uno di loro grida qualcosa. Non si sente bene cosa. Non importa: il grido c’è, e il fiume lo porta via.
Ecco: il fiume porta via tutto. Porta via i morti e i vivi, i giusti e i colpevoli, i partigiani e i traditori. L’Italia di oggi — questa Italia dell’81° anniversario della Liberazione, con i suoi spari softair contro i vecchi dell’ANPI e le sue urla antisemite nel giorno della memoria antinazista — è ancora quel fiume. Porta tutto via e non ricorda niente.
C’è un’ultima cosa da dire, ed è la più difficile.
Il 25 aprile non appartiene alla sinistra. Non è mai appartenuto alla sinistra soltanto. Era — dovrebbe essere — la festa di tutti gli italiani che si riconoscono nei valori della Costituzione: libertà, uguaglianza, dignità, ripudio della guerra come strumento di offesa. Quando diventa la festa di una parte sola, quella parte finisce inevitabilmente per portarci dentro le sue contraddizioni, i suoi vizi, le sue cecità.
E allora ci si ritrova a dover spiegare perché nel giorno della Liberazione si cacciano gli ebrei. Perché si picchiano i democratici ucraini. Perché si spara — sia pure con pallini d’aria — contro i vecchi partigiani.
Berlinguer aveva capito, quarant’anni fa, che la democrazia non si difende con l’esclusione ma con l’inclusione. Che la sinistra italiana, per sopravvivere, aveva bisogno di parlare a tutti, non soltanto ai già convinti. Che la morale non era una sovrastruttura borghese ma il fondamento di tutto.
Quella lezione è andata perduta. E con essa, forse, qualcosa di più grande: la capacità di questo paese di guardarsi in faccia, di dirsi la verità, di ricordare davvero — non per rito, non per bandiera — perché il 25 aprile del 1945 fu un giorno di luce.
Paisà, appunto. Paesano. Fratello. Compagno.
Parole che un tempo valevano qualcosa.
“Non si può far finta di niente”, ha detto qualcuno ieri sera, parlando del corteo di Milano. Aveva ragione. Non si può. Ma non basta dirlo: bisogna capire perché siamo qui. E per capirlo, forse, bisogna tornare al cinema. Tornare a Rossellini. Tornare a quel corpo che galleggia nel Po, silenzioso, mentre il mondo sopra continua a fare rumore.
