Sul blocco degli Stati Uniti contro Cuba, tra dottrina sociale della Chiesa e coscienza marxista: meditazione di un “comunista devoto”

Vi è una domanda che si pone ogni cristiano onesto davanti alla realtà cubana, e che ogni marxista coerente si trova costretto a condividere: cosa chiamiamo giustizia quando un paese di undici milioni di persone non riesce ad acquistare medicine, carburante, macchinari — non per mancanza di volontà, non per pigrizia storica, ma perché la potenza più ricca della terra glielo impedisce con la forza della legge e l’arroganza dell’impunità? La dottrina sociale della Chiesa chiama questo con un nome antico e preciso: peccato strutturale. Il marxismo lo chiama con un nome altrettanto preciso: imperialismo. Non sono la stessa cosa, ma indicano la stessa ferita nel corpo del mondo.

«Non c’è esempio più chiaro di violazione dei diritti umani dell’embargo economico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba.»

La Rerum Novarum di Leone XIII, che apre nel 1891 la grande tradizione del magistero sociale cattolico, afferma che il lavoro ha una dignità che non può essere ridotta a merce. La Populorum Progressio di Paolo VI, del 1967 — proprio negli anni in cui Cuba costruiva le sue cliniche e alfabetizzava i suoi contadini — afferma che lo sviluppo integrale dell’uomo è il nuovo nome della pace. Sia l’uno che l’altro documento condannano, con parole che non lasciano ambiguità, un ordine economico che concentri nelle mani di pochi ciò che appartiene a tutti. Cuba, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, ha scelto di mettere al centro la salute, l’istruzione, la terra. Washington ha scelto di punirla per questo. Chi obbedisce al Vangelo deve sapere da che parte stare.

Il marxista, d’altro canto, non ha bisogno di fede per leggere la struttura di questo conflitto. Gli basta seguire il filo del capitale. La rivoluzione del 1959 aveva nazionalizzato le piantagioni, le raffinerie, i servizi. Aveva interrotto il ciclo di estrazione che per decenni aveva trasferito la ricchezza cubana verso le corporazioni statunitensi. Il blocco non è una risposta alla mancanza di democrazia — argomento che cade da solo davanti all’elenco degli alleati di Washington nel mondo — ma è la risposta del capitale espropriato. È la vendetta della proprietà contro la redistribuzione. Marx scrisse che il capitale non tollera confini alla sua accumulazione. Cuba ha detto no a quei confini. L’embargo è la risposta.

Eppure il comunista devoto* — e uso questa parola, devoto, nel senso pieno: chi ha dedicato la propria vita a una causa — non si accontenta di questa lettura, per quanto esatta. Perché Cuba non è soltanto un’economia alternativa. Cuba è anche una civiltà morale. Trentamila donne in stato di gravidanza private delle cure prenatali a causa del blocco. Oltre centomila pazienti in attesa di interventi chirurgici per mancanza di carburante. Bambini. Non sono statistiche dell’imperialismo astratto: sono corpi, sono madri, sono figli. E davanti ai corpi, il cristiano e il marxista si trovano nello stesso luogo: inginocchiati, non per rassegnazione, ma per riconoscimento della dignità infinita di ogni esistenza umana.

«Cosa si chiama una politica che prende di mira specificatamente i civili e la loro capacità di sopravvivere? Cosa è questo se non genocidio?

Manolo De Los Santos

L’internazionalismo cubano — i medici inviati in Africa, i soldati ad Angola, le borse di studio per migliaia di studenti del Sud del mondo — è uno di quei punti dove teologia della liberazione e materialismo storico si parlano senza avere bisogno di traduttori. Ernesto Cardenal, poeta e sacerdote, ministro della cultura sandinista, diceva che il Vangelo è il più rivoluzionario dei testi perché proclama che i poveri erediteranno la terra — non nell’aldilà, ma qui, in questo mondo. Fidel Castro, dalla parte opposta, diceva che non aveva imparato il comunismo dai libri di Marx ma dal Vangelo. Tra questi due poli — la carità che diventa struttura, la lotta che diventa cura — si trova il senso profondo dell’esperienza cubana.

Cuba ha eliminato la malaria dai propri confini e ha condiviso quella competenza con la Tanzania, con il Mozambico, con chiunque bussasse alla sua porta. Questo non è carità nel senso pietistico che la borghesia assegna alla parola. È la realizzazione concreta del principio evangelico e marxista insieme: che la liberazione è sempre collettiva, o non è. Che nessuno è libero finché qualcuno è oppresso. Fidel lo diceva, Sankara lo diceva, Giovanni Paolo II lo diceva — in lingue diverse, ma con la stessa urgenza.

Non ho imparato il comunismo dai libri
di Marx ma dal Vangelo.

Fidel Castro

Oggi Cuba è sotto una pressione che non ha precedenti recenti. Il carburante non arriva, gli ospedali razionano, le strade sono silenziose. Washington, sotto Trump, stringe ulteriormente la morsa — e alcuni governi, Jamaica tra gli altri, cedono e sospendono le missioni mediche cubane, quei medici che nelle aree rurali più povere erano spesso l’unica presenza sanitaria. Ogni governo che cede diventa corresponsabile della sofferenza che segue. La dottrina sociale della Chiesa, con la sua insistenza sulla solidarietà come virtù politica e non solo privata, condanna questa codardia. Il marxismo, con la sua analisi delle classi dirigenti come agenti del capitale transnazionale, la spiega.

Ma né la condanna né la spiegazione bastano. Serve il terzo elemento che il comunista devoto conosce bene: la prassi. Scrivere, parlare, organizzare, portare solidarietà concreta. Quaranta giovani attivisti nordamericani sono sbarcati a Cuba con tonnellate di aiuti umanitari. Decine di parlamentari da ogni continente si sono ritrovati a L’Avana per dire con la loro presenza che il blocco non è accettato in silenzio. Sono gesti piccoli di fronte alla macchina dell’impero. Ma la storia — la storia cristiana e la storia marxista, che in questo concordano — insegna che i semi gettati nel momento peggiore sono quelli che crescono più forti.

Cuba resistirà. Non per miracolo — anche se al cristiano è lecito sperare anche nel miracolo — ma per la stessa ragione per cui ha resistito per sessantasei anni: perché ha scelto di organizzare la propria società intorno al bisogno dell’uomo invece che intorno al profitto del capitale. Questo è, al tempo stesso, il minimo che il Vangelo esige e il massimo che il socialismo promette. In questo punto stretto, difficile, bellissimo, si colloca la testimonianza di un’isola che non ha mai smesso di credere che un altro mondo fosse possibile — e lo ha dimostrato costruendolo, imperfetto e reale, sotto il blocco del più potente degli imperi.

*L’autore scrive a titolo personale.