In Libano l’esercito israeliano uccide una voce del Sud del mondo
Sulla morte di Amal Khalil, giornalista, e sulla tecnica militare di spegnere chi racconta
C’è una parola che in arabo contiene tutto: shahid. Testimone, e martire. La stessa radice, lo stesso destino. Amal Khalil era andata ad Al-Tiri per fare esattamente quello: testimoniare. Indossava il giubbotto con la scritta PRESS, portava con sé la sua collega fotografa, e con loro portava l’intera tradizione di chi sceglie di stare dove gli altri fuggono, non per vocazione al rischio ma per convinzione che il mondo debba sapere. Il primo bombardamento ha colpito il veicolo che la precedeva. Il secondo ha colpito la casa dove si era rifugiata. Gli spari dei droni hanno tenuto lontane le ambulanze per ore. È una sequenza che ha un nome tecnico — “double tap” — e che nella sua precisione geometrica racconta qualcosa di più agghiacciante di qualunque esplosione: la volontà deliberata di non lasciare tracce, né corpi, né testimoni.
Israele ha ucciso Amal Khalil e ci ha rubato la voce del sud,
Zahra Dirani, Unione dei giornalisti in Libano
come ha rubato la terra e le case
Rubare la voce. C’è qualcosa di antico in questa metafora, qualcosa che viene prima del giornalismo come professione, prima delle convenzioni di Ginevra, prima del diritto internazionale umanitario che oggi invoca, quasi meccanicamente, chiunque commenti queste morti. Rubare la voce è ciò che si fa a un popolo quando non si vuole che esista nella storia. Le case si abbattono, le terre si occupano, ma la memoria resiste finché c’è qualcuno che la coltiva. I giornalisti sono quella memoria in movimento, quella memoria che non aspetta gli archivi.
Amal Khalil aveva quarantatré anni e scriveva per Al-Akhbar. Conosceva il sud del Libano come si conoscono i luoghi dove si è cresciuti o dove si è scelto di tornare sempre. Undici giornalisti uccisi in questa fase del conflitto, dice Zahra Dirani davanti al Palazzo di Giustizia di Zahle. Undici. La cifra è già un atto d’accusa, ma rischia di restare numero se non ci fermiamo su ciascuno. Amal era uno di questi undici. Era un nome, una firma, un modo di guardare le cose. Era, nella frase di Dirani, “la nostra memoria”.
Il double tap è una tecnica che massimizza il danno colpendo due volte nello stesso punto: la prima per distruggere, la seconda per annientare chi soccorre o testimonia. Israele ne ha fatto uso sistematico a Gaza, a Rafah, ora di nuovo in Libano. Non è una novità tattica — l’hanno usata in molti conflitti, molti eserciti — ma la sistematicità con cui viene applicata alle categorie più esposte, medici, paramedici, giornalisti, rivela una logica precisa: non basta impedire che certe cose accadano, bisogna impedire che vengano raccontate. La guerra, in questo senso, non è solo contro i combattenti. È contro la narrazione stessa.
I ripetuti attacchi nello stesso luogo, il fatto di aver preso di mira un’area in cui si trovavano giornalisti e l’ostruzione dell’accesso medico costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario
Sara Qudah, Committee to Protect Journalists
Davanti al Palazzo di Giustizia di Zahle — la giustizia, appunto, con tutta l’amarezza di quel simbolo — i colleghi di Amal hanno urlato che non hanno paura. Lo si dice sempre, nelle piazze, perché bisogna dirlo. Perché se non lo si dice la paura ha già vinto. Ma tra il dire di non avere paura e il non avere paura c’è uno spazio enorme, e in quello spazio vivono i figli dei giornalisti uccisi, le famiglie che aspettano il ritorno, le redazioni che lasciano vuota una sedia. Zahra Dirani ha chiesto allo Stato libanese di documentare i crimini, di aprire indagini, di invocare la Corte penale internazionale. Sono richieste giuste. Sono anche richieste che si ripetono da anni, da Gaza a Beirut, e che nel frattempo non hanno salvato nessuno.
Rimane la voce. Rimane il senso di quel furto. Il sud del Libano — come il nord di Gaza, come ogni periferia di conflitto — esiste nella coscienza del mondo solo quando qualcuno lo racconta. Quando Amal Khalil era viva, il sud aveva una voce in più. Ora non ce l’ha. Questo è il crimine dentro il crimine: non soltanto una vita spezzata, ma un silenzio ampliato, un buio che avanza ogni volta che cade chi portava la luce.
