Dai vicoli dell’inchiesta originale alle nuove prove scientifiche: la storia di Alberto Stasi, di Chiara Poggi e di una verità che si ostina a riemergere.

Il 13 agosto 2007, a Garlasco — piccolo comune nella pianura pavese dove il tempo scorre lento tra i campi di granturco — una ragazza di ventisei anni, Chiara Poggi, venne trovata morta nella villetta di famiglia in via Pascoli. Corpo sul pavimento, segni di violenza alla testa, una scena del crimine che in pochi minuti divenne il teatro di un’indagine destinata a durare quasi due decenni. Il fidanzato, Alberto Stasi, studente bocconiano di ventiquattro anni, fu il primo a fare la macabra scoperta. Era la sua versione. Sarebbe rimasta tale, almeno per un pezzo.

CRONOLOGIA ESSENZIALE

200713 agosto: omicidio di Chiara Poggi. Stasi scopre il corpo, viene fermato e rilasciato.
2009Prima sentenza: Stasi assolto in primo grado.
2011Seconda sentenza: confermata l’assoluzione in appello.
2015Cassazione annulla l’assoluzione e rinvia. Stasi condannato a 16 anni. Entra a Bollate.
2017Prima indagine su Andrea Sempio — aperta e chiusa in pochi mesi dal pm Venditti.
2024La Procura di Pavia riapre il caso. Sempio torna indagato.
2025Incidente probatorio. Il DNA sulle unghie di Chiara risulta compatibile con Sempio.
2026Aprile: incontro Napoleone-Nanni. Si avvia formalmente l’iter per la revisione.

LA FABBRICA DEL COLPEVOLE

Le prime due sentenze — primo grado e appello — avevano assolto Stasi. Non per mancanza di indizi, ché di indizi la Procura ne aveva accumulati a sufficienza da costruire un castello accusatorio imponente, ma perché nessuno di quei mattoni reggeva all’esame critico. L’alibi di Stasi era solido: alle 9.37 di quel mattino di agosto il suo computer registrava un’attività continuativa. La scienza forense, almeno allora, non riusciva a collocare la morte di Chiara in un orario antecedente.

Poi arrivò la Cassazione. Nel 2015, con una sentenza che ribaltò tutto, la Suprema Corte dispose un nuovo processo che si concluse con sedici anni di reclusione. I sette pilastri della condanna — le tracce biologiche sulla bicicletta, l’impronta 33 sul muro sopra al corpo, il presunto scambio dei pedali tra due bici simili — vennero accettati come prove decisive. Stasi entrò nel carcere di Bollate. Ci è ancora, dopo dieci anni.

«Alle 9.37 Chiara era ancora viva. Stasi lavorava al computer a casa sua. Un alibi che la condanna aveva sepolto sotto tonnellate di indizi controversi.»

IL DEPISTAGGIO DEL 2017

Non tutti sanno — o ricordano — che la pista alternativa su Andrea Sempio non è una novità del 2024. Nel 2017, un magistrato in pensione di nome Mario Venditti aprì un fascicolo sull’amico del fratello di Chiara, Marco Poggi. Sempio aveva 19 anni al momento del delitto ed era una figura di contorno nella vicenda, mai davvero esplorata. Quell’indagine durò pochi mesi e fu chiusa senza clamore.

Oggi la Procura di Pavia indaga su quella chiusura con un filone parallelo a Brescia: si ipotizza una corruzione del magistrato, ovvero che qualcuno abbia pagato perché quella pista venisse soppressa. Se confermato, sarebbe il secondo strato di ingiustizia in questa vicenda: non solo un innocente in carcere, ma anche qualcuno che ha lavorato attivamente perché ci restasse.

LA SCIENZA CHE SMENTISCE LA CONDANNA

Ciò che ha cambiato le sorti di questa storia non è una confessione né un testimone. È la biologia molecolare. La genetista Denise Albani, incaricata in sede di incidente probatorio, ha analizzato il materiale biologico rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi — segno di una colluttazione, di una difesa disperata — e ha stabilito che il profilo del DNA è compatibile con quello di Sempio e dei suoi parenti maschi. Quello di Stasi è stato escluso.

L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha poi rianalizzato la dinamica della morte, posticipando l’ora del decesso rispetto alla finestra temporale 9.12–9.35 su cui si reggeva gran parte dell’accusa. Il colonnello Iuliano del RIS di Roma ha rivalutato l’impronta 33, quella impressa sulla parete sopra il cadavere: rimanderebbe, secondo i nuovi accertamenti, alla scarpa di Sempio. E Carlo Previderé ha sollevato seri dubbi su anomalie nelle prime analisi genetiche, inclusa una coincidenza numerica — 2,78 nanogrammi di DNA rilevati su un pedale della bicicletta di Stasi — identica al valore del cucchiaino lasciato sul divano, circostanza che potrebbe indicare una contaminazione o un’alterazione delle prove originali.

LA REVISIONE E LA QUESTIONE CIVILE

L’incontro del 24 aprile 2026 tra il procuratore di Pavia Fabio Napoleone e il procuratore generale di Milano Francesca Nanni segna il momento in cui l’iter formale prende il via. La legge italiana prevede che la revisione di una condanna definitiva possa essere chiesta sia dal condannato che dalla Procura. In questo caso, è la Procura stessa che se ne assume la responsabilità, il che equivale a una dichiarazione ufficiale: Alberto Stasi è innocente.

C’è però un nodo che nessuna revisione risolve automaticamente: il risarcimento. In sede civile, la famiglia di Chiara Poggi ha ottenuto da Stasi il riconoscimento di milioni di euro in danni. Una condanna accessoria che oggi, con la revisione alle porte, si trasforma in una paradossale beffa: chi viene riconosciuto innocente si trova comunque gravato da un debito che nasce da quella stessa colpa di cui verrà — è presumibile — ufficialmente scagionato. La legge italiana prevede in caso di revisione la restitutio in integrum, ma i meccanismi concreti sono lenti e non sempre lineari.

«La famiglia Poggi ha perso una figlia. Nessuna revisione gliela restituisce. Ma chiedere i danni all’uomo sbagliato è un’ulteriore ferita su un’altra vita spezzata.»

ORA CHE SUCCEDE

Nelle prossime settimane la Procura di Pavia chiuderà formalmente le indagini e depositerà gli atti. Seguirà con ogni probabilità la richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio — l’unico attuale indagato — davanti al Tribunale di Pavia. In parallelo, la Procura generale di Milano studià il fascicolo e deciderà se proporre alla Corte d’Appello di Brescia la revisione della condanna di Stasi.

I difensori di Sempio, va detto, si preparano a dare battaglia. Il DNA compatibile è un indizio, non una prova diretta. L’impronta 33 è stata rivalutata ma non attribuita con certezza. Liberare Stasi, sul piano giuridico, appare ormai quasi inevitabile. Condannare Sempio è un’altra storia.

Quel che rimane, al di là delle sentenze future, è il conto che questo Paese deve saldare con se stesso: diciassette anni di una vita spezzata dal meccanismo che avrebbe dovuto garantire giustizia; un depistaggio che, se provato, racconta di un sistema capace di seppellire la verità per convenienza; una famiglia che ha perso una figlia e ha inseguito per anni il responsabile sbagliato. Il caso Garlasco non finisce con l’uscita di Stasi dal carcere. Finirà, forse, quando sapremo perché nel 2017 qualcuno spense la luce su Andrea Sempio.

Articolo di analisi, aprile 2026. I procedimenti citati sono in corso. Andrea Sempio è indagato e presunto innocente fino a eventuale condanna definitiva.