Undici giorni in Africa, e un papa che torna a Roma con una foto in tasca, una guerra in testa e una Chiesa da tenere insieme

Ci sono gesti che valgono più di un’enciclica. Leone XIV, sul volo di ritorno dall’Africa, ha detto una cosa semplice. Ha detto che porta con sé la foto di un bambino musulmano che lo aspettava a Beirut con un cartello scritto a mano: “Benvenuto papa Leone.” Ha fatto una pausa. Poi ha aggiunto: “Poi è stato ucciso.”

Tre frasi. Una pausa nel mezzo. E dentro quella pausa, tutto.

Jawad Ali Ahmad aveva nove anni. Era uno scout sciita del quartiere di Beirut colpito dall’attacco israeliano di inizio aprile. È stato ritrovato sotto le macerie. Aveva preparato un cartello di benvenuto per un papa che non avrebbe mai incontrato — e che invece adesso lo porta con sé, in forma di fotografia, in forma di quel peso specifico che hanno i volti dei bambini morti quando qualcuno sceglie di non dimenticarli. Leone XIV non ha citato Israele, non ha pronunciato accuse. La diplomazia vaticana — quella che lui stesso chiama “neutralità”, intesa come capacità di parlare con tutti senza proclami — impone misura nel linguaggio pubblico. Ma il linguaggio dei gesti non conosce la stessa misura. Portare quella foto è un atto di accusa preciso, anche senza soggetto grammaticale.

Dal Libano all’Iran il passo è breve, sulla carta geografica e ancora di più nella coscienza di chi guarda il Medio Oriente da Roma con gli occhi di un pastore. Leone XIV definisce la situazione iraniana “molto complessa”, “caotica e critica anche per l’economia mondiale.” Non entra sul futuro della Repubblica islamica, non si pronuncia sul cambio di regime. Ma dice una cosa che taglia: “Non si possono promuovere i valori in cui crediamo provocando la morte di tanti innocenti.” E confida di essere rimasto colpito da una lettera — le famiglie dei bambini uccisi a scuola nel primo giorno di bombardamenti. Ancora bambini. Ancora scuole. Ancora macerie.

Il filo è lo stesso che attraversa tutto il pontificato nascente di quest’uomo: la vita va tutelata sempre, “dal concepimento alla sua naturale conclusione”, e ogni persona va protetta. Non è uno slogan pro-life nel senso riduttivo in cui quella formula viene usata nel dibattito politico occidentale. È qualcosa di più radicale e più scomodo: la coerenza di chi non accetta che la vita valga di più o di meno a seconda della latitudine, della religione, dell’età anagrafica o della convenienza geopolitica di chi ne dispone. Il bambino di Beirut con il cartello e il bambino iraniano ucciso a scuola appartengono alla stessa frase. Sono lo stesso argomento.

Come pastore, dice Leone XIV, “non posso essere favorevole alla guerra. E vorrei che si cercassero risposte che siano frutto di una cultura di pace e non di odio.” Parole che suonerebbero retoriche se non venissero da qualcuno che ha appena attraversato undici giorni in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale — continenti che la guerra, la fame e la povertà le conoscono non come concetti ma come condizione quotidiana.

E infatti l’Africa entra prepotentemente in quella conversazione ad alta quota con i giornalisti al seguito. I migranti: “A volte sono trattati peggio degli animali.” Il papa abbraccia il dolore di chi fugge, ma lo fa senza ingenuità. Riconosce il diritto di uno Stato a stabilire regole per i propri confini. Non dice che tutti dovrebbero entrare senza criterio. Ma dice che chi bussa alle porte è un essere umano che merita rispetto e dignità salvaguardata. E poi allarga lo sguardo fino a dove il problema vero risiede: i Paesi ricchi devono cambiare le loro relazioni con quelli più poveri. Le multinazionali che vanno in Africa “per prendere le ricchezze naturali” e lasciano la povertà sono parte della stessa equazione che produce i barconi nel Mediterraneo. La causa e l’effetto stanno dalla stessa parte del mondo — solo che la causa viene ignorata e l’effetto viene trattato come emergenza di ordine pubblico.

È il discorso strutturale che i papi fanno da decenni e che il mondo sistematicamente non ascolta. Leone XIV lo ripete, sapendo probabilmente che non verrà ascoltato neanche questa volta. Lo ripete lo stesso, perché il compito del pastore non è dire ciò che ha probabilità di essere accolto, ma ciò che è vero.

E poi le benedizioni. La domanda che i giornalisti non potevano non fare, dopo la decisione dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga di dare il via libera a un rito di benedizione delle coppie omosessuali.

Leone XIV risponde con una geometria precisa, che vale la pena ricostruire per intero. Prima la premessa: le divisioni nella Chiesa non possono ruotare intorno alla morale sessuale “mentre ci sono questioni ben più importanti come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà umana, la libertà religiosa.” Non è una svalutazione del tema — è una messa in proporzione. Poi la posizione istituzionale: la Santa Sede si è già confrontata con i vescovi tedeschi dichiarando di non approvare la benedizione formale di queste coppie. Nessuna ambiguità su questo. Poi il riferimento a Francesco e a Fiducia supplicans: tutte le persone possono ricevere benedizioni, il “Tutti, tutti, tutti” del predecessore rimane la bussola. E infine l’esempio concreto: quando un sacerdote benedice a fine Messa, benedice tutti — non chiede i documenti, non verifica gli stati civili, non seleziona per orientamento sessuale.

È una posizione che non accontenta nessuno completamente, il che di solito è il segno che una posizione è onesta. Non accontenta chi vorrebbe la piena equiparazione liturgica delle coppie omosessuali al matrimonio. Non accontenta chi vorrebbe che il papa chiudesse definitivamente quella porta che Francesco aveva socchiuso. È la posizione di chi tiene insieme la fedeltà alla dottrina e il rifiuto di fare della morale sessuale il centro di gravità di una Chiesa che dovrebbe avere ben altri centri di gravità.

Undici giorni in Africa. Un bambino con un cartello. Una guerra in Iran. I migranti trattati peggio degli animali. Le benedizioni e le divisioni. Leone XIV è tornato a Roma con tutto questo addosso — e con quella foto in tasca.

È presto per sapere che pontificato sarà. Ma il profilo che emerge da questo volo di ritorno ha una sua coerenza riconoscibile: un uomo che non separa i temi, che non concede a nessun fronte la soddisfazione di un’adesione totale, che tiene insieme la vita nascente e la vita che muore sotto le bombe, i confini degli Stati e la dignità dei migranti, la fedeltà dottrinale e il rifiuto di fare della dottrina una clava.

È una posizione difficile da tenere. Richiede equilibrio, ma non nel senso vile del termine — non l’equilibrio di chi non vuole scontentare nessuno. L’equilibrio di chi ha deciso che la complessità del reale merita una risposta complessa, e che semplificare sarebbe un tradimento — verso la Chiesa, verso il mondo, verso quel bambino di nove anni che aspettava con un cartello e non c’è più.