C’è un villaggio in Cisgiordania che si chiama Taybeh. È descritto come l’ultimo villaggio interamente cristiano della regione — cristiani che abitano quella terra da prima che l’Islam esistesse, da prima che esistesse la parola “crociata”, da prima che qualcuno pensasse di tracciare confini su quella parte del mondo. Nelle sue stradine ci sono chiese antiche di secoli, ulivi che hanno radici più profonde della memoria di chiunque viva oggi. La Chiesa greco-ortodossa di San Giorgio risale al V secolo: quando fu costruita, Roma non era ancora caduta.
Dall’estate scorsa, Taybeh subisce attacchi incendiari multipli. Uno dei roghi è stato appiccato intorno a quella chiesa. Nessun colono è stato arrestato.
Roland Bassir — un palestinese cristiano di Taybeh — se ne sta su una collina che domina la cava di sua proprietà da vent’anni, lui e suo fratello. Non può scenderci. I coloni hanno preso il controllo dell’area e lo hanno minacciato di violenza se si avvicina. La cava è ancora sua per legge. Di fatto, non lo è più.
Questa è la Cisgiordania del 2026. Non le immagini spettacolari della guerra, non le esplosioni che finiscono nei telegiornali, non i numeri che si contano e si mettono nei grafici. Il fuoco lento. La terra che brucia un appezzamento alla volta. Gli animali rubati, le automobili incendiate, gli uliveti abbattuti. Il terrore quotidiano, progettato per rendere la vita così invivibile che alla fine si sceglie di andarsene. Che alla fine non si abbia altra scelta.
La guerra che copre la guerra
Il vescovo William Shomali, vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha detto a Vatican News il primo aprile scorso — mentre il mondo aveva gli occhi sull’Iran, sul cessate il fuoco, sullo Stretto di Hormuz — che a Gaza due milioni di persone continuano a soffrire e che “la questione è irrisolta”. E che in Cisgiordania, nel frattempo, le furie dei coloni continuano “senza un intervento significativo” da parte dell’esercito israeliano che pure è presente, ovunque, su quella terra occupata.
Il timing non è casuale. Michael La Civita, direttore delle comunicazioni della Catholic Near East Welfare Association, ha detto apertamente quello che molti osservatori pensano ma faticano a dire: con le bombe che cadono in Libano e la guerra USA-Israele con l’Iran che domina ogni prima pagina, “quell’opportunità per alcuni estremisti israeliani è ora.” I “cattivi attori” che percepiscono un vuoto politico, ha detto, sono sempre pronti a riempirlo. E di vuoto politico, in questo momento, ce n’è quanto basta.
Dal 28 febbraio — da quando la campagna militare americana e israeliana contro l’Iran ha assorbito tutta l’attenzione del mondo — una commissione ONU ha documentato l’uccisione di ventidue palestinesi, compresi bambini, da parte di coloni israeliani o forze di sicurezza israeliane. Attacchi quotidiani, spesso con sostegno militare israeliano. Nuovi avamposti illegali stabiliti. Violenza sessuale usata sistematicamente per intimidire ed espellere le comunità. Nessun arresto. Quasi nessuna copertura mediatica.
Un’analisi del Guardian sui dati delle Nazioni Unite ha stabilito che dal 2020, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi in Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali erano bambini. Nessuno è stato accusato di nessuna di queste morti.
Il terrorismo che non si chiama terrorismo
C’è una parola che i media occidentali faticano ad applicare quando il soggetto è israeliano. Quella parola è “terrorismo.” Eppure è la parola che ha usato il ministro israeliano Meirav Cohen, parlando al Times of Israel: “Questo è davvero terrorismo e terrorismo ebraico. È diventato più diffuso, più organizzato, più pericoloso. Ed è pericoloso non solo per i palestinesi, ma anche per gli israeliani, per i soldati, per il nostro paese.”
È la parola che ha usato l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, in una lettera al Guardian del 25 marzo, esortando la Corte Penale Internazionale dell’Aia a intervenire. Olmert ha scritto che i coloni cercano di cacciare i palestinesi con attacchi che ricordano quelli “una volta diretti contro gli ebrei in Europa.” È una frase straordinaria, che porta dentro di sé tutto il peso di una storia che dovrebbe insegnare qualcosa e che invece, evidentemente, non ha insegnato abbastanza.
Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, il generale Eyal Zamir, ha visitato la Cisgiordania a marzo e ha detto che è “inaccettabile” che l’esercito debba confrontarsi con “una minoranza minacciosa dall’interno” mentre combatte su più fronti. Ha chiamato i responsabili “rivoltosi.” Ha detto che mettono in pericolo “i nostri valori come popolo e come stato.”
Sono parole giuste. Il problema è che vengono pronunciate mentre la violenza continua, mentre i nuovi avamposti vengono costruiti, mentre nessuno — quasi nessuno — viene fermato. Le parole giuste pronunciate in assenza di azioni giuste sono un’altra forma di copertura.
I cristiani invisibili
C’è una dimensione di questa storia che l’opinione pubblica occidentale — e in particolare quella americana — stenta a metabolizzare, perché non entra nei suoi schemi narrativi consolidati. I cristiani di Cisgiordania non sono personaggi semplici da collocare. Non sono israeliani. Non sono Hamas. Sono lì da prima che esistesse qualsiasi stato moderno in quella regione. Sono arabi. Sono palestinesi. E sono cristiani — con le stesse radici di fede che i sionisti cristiani americani invocano come giustificazione del loro sostegno incondizionato alla politica israeliana.
Edward Clancy, direttore dell’Aid to the Church in Need, ha messo il dito sulla piaga: quello che si perde nella narrazione americana è “l’antichità di questa chiesa, l’antichità di queste comunità.” Comunità che risalgono generazione dopo generazione fino ai primi secoli del Cristianesimo. Comunità che stanno scomparendo. Non per un decreto, non in un giorno: per la somma di mille piccoli insopportabili atti quotidiani che rendono impossibile restare.
B’Tselem, il Centro israeliano per i diritti umani nei territori occupati, ha documentato che dall’ottobre 2023 “gli attacchi militari e la violenza dei coloni in Cisgiordania hanno portato allo spostamento dei palestinesi su una scala mai vista dall’occupazione israeliana del 1967.” È la cifra più drammatica degli ultimi cinquantasei anni. Non viene discussa nei talk show. Non genera campagne social. Non produce risoluzioni d’urgenza.
La Civita ha detto una cosa che merita di essere citata integralmente: “Quello che sta accadendo agli stessi palestinesi è solo puro terrore, progettato per rendere la situazione là così invivibile che se ne vanno.” Non è un’analisi politica. È una descrizione funzionale di ciò che in diritto internazionale ha un nome preciso: pulizia etnica per attrito, per scoraggiamento, per terrore sistematico applicato abbastanza lentamente da non fare notizia.
L’indifferenza come complicità
Papa Leone XIV — come prima di lui Francesco — è stato “straordinariamente chiaro”, nelle parole di La Civita, sulle violazioni della dignità umana in Terra Santa. La veglia di preghiera per la pace tenuta in San Pietro l’11 aprile scorso ha nominato esplicitamente le “continue violazioni del diritto internazionale.” Non è un’omissione diplomatica.
Eppure il rischio concreto, quando la guerra con l’Iran finirà — se finirà — è quello che Clancy descrive con lucida tristezza: i cristiani, ancora una volta, esclusi dal tavolo dove si decide il futuro. Non perché nessuno li voglia lì, ma perché non fanno notizia abbastanza da giustificare la loro presenza nelle trattative. Non hanno abbastanza petrolio. Non hanno abbastanza missili. Hanno solo duemila anni di storia in quella terra, e non pesa quanto pesa un gasdotto.
C’è una parola greca antica che descrive quello che sta accadendo a Taybeh, ai suoi ulivi, alla sua chiesa del V secolo, alla cava di Roland Bassir: ekpyrosis — la conflagrazione lenta, il fuoco che divora dall’interno. Non il lampo, non l’esplosione: la brace. Il calore che si accumula finché non resta niente.
Il mondo guarda altrove. Lo Stretto di Hormuz, i droni, i negoziati falliti, il cessate il fuoco che scade il 21 aprile. E intanto in Cisgiordania brucia qualcosa che, una volta spento, non si riaccende.
La presenza cristiana in Terra Santa non è un dettaglio folcloristico. È la testimonianza vivente che il Vangelo non è una proprietà esclusiva dell’Occidente, che la fede cristiana è nata in Medio Oriente e che in Medio Oriente ha il diritto di rimanere. Quando anche quell’ultima presenza si spegnerà — se si spegnerà — avremo perso qualcosa che non si misura in chilometri quadrati né in punti percentuali di sondaggio.
Qualcosa che assomiglia, in modo inquietante, a una parte di noi stessi.
