Quarantasei anni di silenzio, ventuno ore di parole, e un abisso ancora aperto

Ci sono strette di mano che pesano più di mille discorsi. Quella tra JD Vance e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, nel corridoio di un hotel di Islamabad, vale quarantasei anni di storia: dall’ultima volta che un alto funzionario americano e uno iraniano si sono seduti allo stesso tavolo, c’è stata la rivoluzione khomeinista, la crisi degli ostaggi, la guerra Iran-Iraq, tre decenni di sanzioni, due guerre del Golfo, il JCPOA e la sua dissoluzione, una pandemia, e infine questa guerra che nessuno — a parole — voleva davvero. Poi una stretta di mano, ventuno ore di colloqui a porte chiuse, e il volo di ritorno a mani vuote.

Il fallimento era nell’aria prima ancora che cominciasse. Teheran lo aveva detto apertamente: nessuno si aspettava un accordo al primo round. È la formula diplomatica con cui si prepara l’opinione pubblica all’insuccesso mantenendo intatta la facciata della trattativa. Ma dietro quella formula c’è qualcosa di più concreto e più duro: tre nodi che non si sciolgono con una sessione di sedici ore, per quanto maratona.

I tre nodi

Il primo è lo Stretto di Hormuz. Washington voleva la riapertura immediata, incondizionata, come premessa di qualsiasi accordo. Teheran ha risposto che avverrà solo a pace conclusa, non prima. È una posizione razionale dal punto di vista negoziale — chi cede la sua leva principale prima di aver firmato non ha più niente con cui trattare — ma è anche una posizione che trasforma lo stretto in ostaggio permanente di ogni futura crisi.

Prima della guerra, lo stretto non era nemmeno sul tavolo. Le questioni principali erano il nucleare, i missili balistici, l’interferenza regionale. Poi gli iraniani hanno scoperto che quelle acque erano un’arma — forse la più potente che avessero — e l’epicentro di tutto si è spostato lì. Adesso il controllo dello stretto è la leva con cui Teheran tiene in scacco l’economia globale: più alte sono le tensioni, più salgono i prezzi del petrolio, più il mondo sente il costo di questa guerra anche senza essere in guerra. È una scoperta che l’Iran non dimenticherà facilmente, qualunque accordo venga firmato.

E mentre a Islamabad si trattava, a Teheran si legiferava. Il Parlamento stava elaborando una legge sul “passaggio sicuro”: tasse di transito da pagare in rial, la valuta nazionale, con il corso d’acqua posto sotto il pieno controllo delle forze armate. Non è una minaccia informale: è un’architettura giuridica e militare di controllo permanente, costruita mattone su mattone mentre i negoziatori stringevano mani in Pakistan. Due petroliere battenti bandiera pakistana, la Khairpur e la Shalamar, hanno già fatto inversione di rotta all’imbocco dello stretto domenica — prime vittime concrete di una crisi che, sulla carta, era in fase di risoluzione.

Le conseguenze economiche sono già visibili e dolorose. La guerra ha ridotto le forniture globali di petrolio di circa undici milioni di barili al giorno fino alla fine di marzo. I prezzi sono saliti di circa il cinquanta per cento. Il deficit di approvvigionamento atteso nel secondo trimestre sfiora i tre milioni di barili al giorno. Anche negli scenari più ottimistici, un ritorno ai livelli prebellici richiederà mesi: infrastrutture danneggiate, colli di bottiglia delle esportazioni, e — dettaglio non secondario — mine sul fondo dello stretto che, secondo quanto riferito dal New York Times, gli stessi iraniani non sarebbero più in grado di localizzare con precisione. Il CENTCOM americano ha annunciato di aver iniziato a “stabilire le condizioni per lo sgombero delle mine”. Il che significa che anche aprire quello stretto, volendo, non è un gesto che si compie in un pomeriggio.

Il secondo nodo è nucleare, e antico. Quattrocentotto chilogrammi di uranio altamente arricchito. Trump vuole che l’Iran ceda o venda l’intero stock. L’Iran ha presentato una controproposta. Le parti non si sono avvicinate. È lo stesso impasse di febbraio, lo stesso di ogni negoziato nucleare degli ultimi vent’anni: gli americani vogliono la rinuncia definitiva alla capacità di arricchimento, gli iraniani la difendono come diritto sovrano sancito dal Trattato di non proliferazione. Trentotto giorni di bombardamenti non hanno spostato questa linea di un millimetro. Se mai, l’hanno cementata. A colloqui conclusi, Teheran ha persino smentito la versione americana del fallimento: non è vero, hanno detto, che i negoziati sono naufragati sul nucleare. L’Iran non cerca armi atomiche. Due narrazioni inconciliabili sullo stesso tavolo. Non è un buon segno.

Il terzo nodo è il conto. L’Iran ha chiesto il risarcimento dei danni causati da sei settimane di raid aerei, lo sblocco di circa ventisette miliardi di dollari di asset congelati sparsi tra Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania. Gli americani hanno respinto. È la richiesta più comprensibile del lotto — ogni paese bombardato chiede conto dei danni — ed è anche quella più politicamente impossibile da accettare per un’amministrazione che ha costruito la propria narrativa sull’idea di aver vinto la guerra. Israele, dal canto suo, ha già quantificato il proprio costo bellico in oltre undici miliardi di dollari. Chi pagherà il conto di Teheran è una domanda che nessuno a Washington sembra voler affrontare.

Le linee rosse senza nome

“Abbiamo chiarito in modo inequivocabile quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a cedere e su quali no.” Lo ha detto Vance ai giornalisti dopo ventuno ore di colloqui, senza specificare quali fossero le linee rosse. È la frase più onesta dell’intera vicenda, non per ciò che dice ma per ciò che nasconde: il fatto che le linee rosse americane siano state comunicate agli iraniani in privato ma non all’opinione pubblica mondiale rivela che questa guerra — come quasi tutte le guerre — si combatte su due fronti simultanei e contraddittori. Sul fronte reale, si tratta. Sul fronte narrativo, si vince sempre, qualunque cosa succeda.

Trump lo ha dimostrato con tempistica quasi didattica. Colloqui “molto amichevoli”, risultati “quasi perfetti”, tranne l’unico punto che contava davvero. E poi, nelle stesse ore in cui Vance volava verso casa, il blocco navale annunciato su Truth Social, le minacce agli impianti di desalinizzazione — “l’unica cosa che resta davvero è la loro acqua, e colpirla sarebbe devastante” — i dazi alla Cina se invierà armi, il Regno Unito e altri alleati convocati a inviare dragamine nello stretto. La diplomazia come ouverture della prossima offensiva. Salvo poi correggere, in un’intervista a Fox News, che il blocco navale “richiederà un po’ di tempo” — la realtà operativa che rientra dalla finestra dopo essere uscita dalla porta della retorica.

Il senatore democratico Mark Warner, membro senior del Comitato di intelligence del Senato, ha detto l’unica cosa sensata della giornata: “Non capisco come il blocco dello stretto spingerà gli iraniani ad aprirlo.” È una domanda retorica, ma merita una risposta. La risposta è che probabilmente non lo farà. Un blocco navale contro un paese che controlla militarmente lo stretto dall’interno non è una leva: è un’escalation che non ha una logica di risoluzione visibile, solo una logica di confronto diretto.

Gli esperti di diritto internazionale marittimo, come Rockford Weitz della Tufts University, collocano entrambe le mosse — quella iraniana e quella americana — in una zona grigia giuridica: entrambi i paesi sostengono di non bloccare ma di selezionare. “Non significa che due torti fanno bene”, ha osservato. È la sintesi più sobria di una situazione in cui ciascuna delle parti ha trovato il modo di violare le convenzioni internazionali sul diritto del mare rimanendo formalmente al di qua della soglia della guerra dichiarata. Una distinzione sempre più sottile.

I Pasdaran hanno risposto con la precisione lessicale di chi conosce il valore delle parole nei momenti di crisi: “vortice mortale.” Non è propaganda vuota. È la descrizione di ciò che uno stretto militarizzato da entrambe le parti, con mine sul fondo, forze speciali della Marina schierate lungo la costa meridionale iraniana, e ora una proposta di legge per trasformarlo in dogana sovrana, può realisticamente diventare per chiunque tenti di attraversarlo senza permesso. In quel vortice non ci sono solo le petroliere: ci sono le economie di paesi che non hanno votato né Trump né Khamenei, le rotte commerciali globali, la catena di approvvigionamento di semiconduttori che dipende dall’elio estratto nella regione, i fertilizzanti che nutrono raccolti a diecimila chilometri dallo stretto. E ci sono i civili libanesi, i duemila e cinquantacinque morti dall’inizio degli attacchi israeliani il 2 marzo, in una guerra parallela che continua mentre tutti guardano altrove, a Bint Jbeil che cambia mano mentre a Islamabad si firmava il nulla.

Il costo del realismo mancato

C’è una domanda che questa vicenda pone con una brutalità che nessun dispaccio diplomatico riesce ad attenuare: cosa succede quando due paesi che si sono appena fatti la guerra si siedono a trattare convinti entrambi di aver vinto?

La risposta storica è quasi sempre la stessa: non si tratta, si aspetta il prossimo round. Quando entrambe le parti escono da un conflitto con la narrativa della vittoria — l’Iran che ha sopravvissuto a tredicimila obiettivi colpiti e chiama quella sopravvivenza un trionfo, gli Stati Uniti che contano i bersagli distrutti e chiamano quel conteggio una vittoria — non c’è spazio per il compromesso. C’è solo spazio per la prossima crisi. E dentro le città iraniane, nel frattempo, cresce una pressione silenziosa: le imprese distrutte, il petrolio che non si vende, la vita normale che non torna. Quella pressione interna è l’unica variabile che potrebbe, nel tempo, spostare qualcosa. Ma il tempo è esattamente ciò che manca.

Il ministro degli Esteri dell’Oman Badr Al Busaidi ha chiesto l’estensione del cessate il fuoco, ricordando che sia lui che Trump avevano espresso, prima del conflitto, una preferenza genuina per evitare la guerra. “Il successo può richiedere a tutti di fare concessioni dolorose”, ha scritto, “ma questo non è niente in confronto al dolore del fallimento e della guerra.” È la voce più lucida di questa giornata caotica, e viene dalla sponda più piccola e più pragmatica dello stretto — quella stessa Oman la cui exclave di Musandam si affaccia sull’altra riva e che l’Iran ha già indicato come potenziale partner nella gestione del corso d’acqua. La geografia, come sempre, ha la sua logica indifferente alle conferenze stampa.

Il premier pakistano Sharif ha detto che i colloqui non sono morti: c’è uno stallo. È la distinzione tra il paziente in coma e il paziente deceduto — tecnicamente rilevante, praticamente di scarso conforto per chi aspetta.

Il cessate il fuoco scade il 21 aprile.

Ci sono strette di mano che aprono porte e strette di mano che si limitano a registrare che la porta è ancora chiusa. Quella di Islamabad, per ora, appartiene alla seconda categoria. Nel frattempo, a Teheran si scrive una legge. A Washington si minacciano blocchi navali e si evocano impianti di desalinizzazione come possibili bersagli. In fondo allo stretto ci sono mine che nessuno sa esattamente dove siano. E nel Mar Rosso, a cinquantaquattro miglia nautiche da Al Hudaydah, una barca con una decina di uomini armati si è avvicinata a una nave mercantile chiedendole di fermarsi — l’ennesima fiammata in un incendio che nessuno sembra davvero in grado di spegnere.

Sperare che bastino altri nove giorni per trasformare tutto questo in pace richiede una fiducia nella ragione umana che la giornata di domenica non ha fatto nulla per incoraggiare.