Islamabad, 13 aprile — Sedici ore di negoziati a porte chiuse, ventuno in totale sul campo. Poi una smorfia, tre domande ai giornalisti, e il volo di ritorno a mani vuote. JD Vance lascia il Pakistan senza un accordo, senza garanzie sul cessate il fuoco, senza risposte su uno Stretto di Hormuz che blocca il venti per cento del petrolio mondiale. Il presidente era a Miami a guardare la boxe. Il cessate il fuoco scade il 21 aprile. Nove giorni.
C’è un’immagine che vale più di qualsiasi analisi geopolitica: JD Vance che entra in una sala da ballo di un hotel a cinque stelle di Islamabad alle prime ore di domenica mattina, esausto dopo sedici ore consecutive di trattative a porte chiuse, si siede davanti ai giornalisti, fa una smorfia, parla di “carenze” e “cattive notizie”, prende tre domande e se ne va. Ventuno ore sul campo. Nessun accordo. Nessun cessate il fuoco garantito. Nessuna risposta su cosa accadrà allo Stretto di Hormuz, su cosa farà Trump con la sua minaccia di cancellare la civiltà iraniana dalla mappa.
Dall’altra parte del mondo, in quello stesso momento, il presidente degli Stati Uniti guardava un incontro di UFC al Kaseya Center di Miami insieme al suo segretario di stato Marco Rubio. Aveva già detto, partendo per la Florida, che non gli importava molto dell’esito: “Indipendentemente da ciò che accade, vinciamo.”
È difficile immaginare una sintesi più efficace dello stato della diplomazia americana nell’anno di grazia 2026.
L’uomo sbagliato nel posto giusto
Il paradosso più stridente di questa vicenda non è il fallimento in sé — i negoziati falliscono, è nella natura delle cose — ma chi è stato mandato a condurli e perché. Vance è, all’interno della cerchia ristretta di Trump, l’uomo che più si è opposto alla guerra con l’Iran. Lo ha detto in privato, lo ha scritto in pubblico, lo ha argomentato in termini strategici, morali e politici: il conflitto rischiava il caos regionale, l’esaurimento delle scorte di munizioni, il tradimento di quella base elettorale che aveva votato Trump proprio perché prometteva di non trascinare l’America in nuove guerre. Nel gennaio 2023, appoggiando Trump per la presidenza sul Wall Street Journal, aveva costruito il suo argomento intorno a un punto preciso: Trump non aveva avviato nessuna guerra durante il suo primo mandato. Era, quella, la sua eredità più preziosa.
Mandare l’uomo contrario alla guerra a negoziare la pace della guerra che non voleva è o un gesto di cinismo sottile — usi chi ha più interesse a trovare un accordo — o la dimostrazione che nell’amministrazione Trump la coerenza strategica è una variabile irrilevante. Probabilmente entrambe le cose.
Il risultato è stato che Vance si è trovato a guidare i colloqui di più alto livello tra Washington e Teheran in quasi cinquant’anni con una squadra preparata in pochi giorni, senza il tipo di lavoro diplomatico preliminare che normalmente richiede mesi, in un contesto in cui le delegazioni stavano già litigando sulla stampa prima ancora che i negoziati cominciassero. I funzionari iraniani sostenevano che gli americani avessero accettato di scongelare le attività iraniane come gesto di buona fede prima dell’inizio dei colloqui. Gli americani smentivano. I media statali iraniani replicavano che la squadra americana era “confusa”. Tutto questo mentre Vance era già sul campo a Islamabad.
Non è diplomazia. È il canovaccio di una crisi gestita in diretta, senza regia.
Islamabad come set
Il Pakistan ha fatto la sua parte di scenografia con encomiabile entusiasmo. Vacanza di due giorni nella capitale, migliaia di agenti di polizia schierati, strade svuotate, cartelloni stampati in fretta con le bandiere americana, pakistana e iraniana e l’hashtag #IslamabadTalks. Una band suonava musica tradizionale pakistana al centro congressi dove centinaia di giornalisti sorseggiavano caffè servito in tazze speciali marchiate “Brewed for Peace” aspettando notizie che non arrivavano. Un grande palco con un leggio rimasto inutilizzato per tutta la giornata.
È la diplomazia nell’era dello spettacolo: l’apparato visivo del negoziato — le bandiere, i cartelloni, le conferenze stampa, i cortei blindati — viene allestito con cura millimetrica mentre il contenuto reale rimane avvolto in un’oscurità tale che persino gli alti funzionari della Casa Bianca, rimasti a Washington, telefonavano in giro cercando di capire cosa stesse succedendo a porte chiuse nel Serena Hotel.
“Nessuno sa quando, dove o come si stanno svolgendo questi colloqui”, ha detto ai colleghi un giornalista pakistano presente al centro congressi. Potrebbe essere la frase tombale sull’intera operazione.
Il nodo nucleare: tutto già visto
Ma al di là della scenografia, c’era un problema sostanziale — e antico. L’impasse su cui Vance si è incagliato è essenzialmente lo stesso che aveva già fatto deragliare i negoziati di febbraio, quelli gestiti da Witkoff e Kushner, e che aveva spinto Trump a ordinare trentotto giorni di bombardamenti. Gli iraniani si erano detti disposti a “sospendere” le loro operazioni nucleari per qualche anno, ma non a rinunciare alle scorte di uranio quasi di grado atomico né — soprattutto — a cedere definitivamente la capacità di arricchire uranio sul proprio suolo. Per Teheran è un diritto sancito dal Trattato di non proliferazione, di cui l’Iran è firmatario. Per Washington è, come ha detto l’inviato Witkoff, un “segnale” che l’Iran vuole tenere aperta per sempre l’opzione bomba, anche senza mai esercitarla.
Trentotto giorni di guerra non hanno sciolto questo nodo. Lo hanno stretto. Il ministero degli Esteri iraniano ha risposto alla partenza di Vance con una dichiarazione che elencava le questioni sul tavolo: lo Stretto di Hormuz, il nucleare, le riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni, la fine completa della guerra. Era una lista notevole, e ambiziosa — tanto più che alcune di quelle voci, come la chiusura dello stretto, non erano nemmeno sul tavolo prima che la guerra cominciasse. L’Iran, insomma, ha usato il conflitto per accumulare leve negoziali. La scommessa di Trump — che una dimostrazione schiacciante di forza militare avrebbe piegato Teheran — si è rivelata l’errore classico di chi confonde la capitolazione con la resa dei conti.
“La pesante perdita dei nostri anziani e connazionali ha reso la nostra risposta più ferma che mai”, ha dichiarato il ministero di Teheran. Non è retorica: è la logica con cui ogni regime nazionalista, messo alle strette, si rafforza internamente invece di cedere.
La guerra che nessuno controlla
Dietro la scenografia, tuttavia, si muove qualcosa di più serio e più inquietante: una guerra che sembra avere una propria logica di accelerazione, indipendente dalla volontà di chiunque voglia fermarla. Gli Stati Uniti e Israele hanno trascorso più di cinque settimane a bombardare l’Iran, assassinando il Leader Supremo e altri alti funzionari, colpendo tredicimila obiettivi, uccidendo — secondo l’Agenzia per i diritti umani — oltre millesettecento civili. L’Iran ha risposto chiudendo di fatto lo Stretto di Hormuz, provocando la più grande interruzione energetica dei tempi moderni. Netanyahu vuole continuare a combattere Hezbollah. Trump annuncia un blocco navale sullo Stretto — un atto che il diritto internazionale classifica generalmente come atto di guerra — mentre i negoziati sono ancora tecnicamente in corso.
Le conseguenze economiche sono già visibili e dolorose: il venti per cento delle forniture mondiali di petrolio bloccato, il prezzo della benzina in salita, carenze di fertilizzanti, di elio per la produzione di semiconduttori. L’inflazione americana ha già raggiunto il 3,3 per cento. I mercati avevano reagito positivamente all’annuncio del cessate il fuoco e alla prospettiva di un accordo. Se la guerra dovesse riprendere, quella dinamica si invertirebbe con altrettanta rapidità. È la ragione per cui la minaccia di riprendere i bombardamenti — la principale leva rimasta a Trump — è molto meno praticabile di quanto sembri: il presidente ha bisogno della pace quasi quanto ne ha bisogno l’Iran, anche se non può dirlo ad alta voce.
In questo quadro, Vance non stava solo negoziando con l’Iran. Stava negoziando contro la propria parte, contro la logica bellica che la sua amministrazione aveva già messo in moto e che produceva fatti sul terreno più veloci di qualsiasi trattativa. È una posizione che ricorda certi personaggi della grande letteratura diplomatica novecentesca — quegli ambasciatori di Henry James o di Conrad inviati a risolvere situazioni che i loro governi hanno già deciso di non risolvere, e che tornano a casa con le mani vuote e la dignità intatta, il che non è poco, ma non è abbastanza.
Il prezzo del cinismo
“Se non succede, sto incolpando JD Vance. Se succede, mi prendo tutto il merito.” Lo ha detto Trump ridendo, a un pranzo di Pasqua, prima della partenza per Islamabad. Vance rideva anche lui, riferiscono i presenti. È il tipo di battuta che funziona come rivelazione involontaria: mostra la struttura reale del potere, il modo in cui il rischio viene distribuito verso il basso mentre il credito viene raccolto verso l’alto.
Ma c’è un prezzo per questo cinismo che va oltre la politica interna americana. Ogni volta che una potenza globale si presenta al tavolo della pace con una squadra preparata in pochi giorni, con un mandato ambiguo, con il suo capo di stato a guardare incontri di boxe a migliaia di chilometri di distanza, e con il messaggio implicito che l’esito è sostanzialmente irrilevante — quel prezzo lo pagano i civili iraniani già morti, quelli che moriranno se il conflitto riprende, i marinai e i lavoratori delle piattaforme che dipendono dallo Stretto di Hormuz, le economie di paesi che non hanno votato né Trump né Khamenei e che si ritrovano a fare i conti con la più grande interruzione energetica dei tempi moderni.
Vale la pena ricordare che l’ultimo grande accordo tra Washington e Teheran — il JCPOA dell’era Obama — richiese due anni di negoziati, centinaia di ore di lavoro tecnico sul nucleare, e un sistema elaborato di compromessi reciproci. Era imperfetto, e Trump lo aveva stracciato nel 2018 convinto di poter ottenere di meglio. Quello che ha ottenuto, otto anni dopo, è una guerra da trentotto giorni, uno Stretto chiuso, un’economia globale sotto stress, e un Iran che — paradossalmente — siede al tavolo con più carte in mano di prima del conflitto.
La vera notizia di Islamabad non è che i negoziati siano falliti. È che entrambe le parti pensano di aver vinto il primo round: gli americani per aver dimostrato la propria potenza di fuoco, gli iraniani per essere sopravvissuti e per aver dimostrato che sopravvivere è già una vittoria. Quando entrambe le parti escono da una guerra convinte di aver vinto, non c’è spazio per la pace. C’è solo spazio per il round successivo.
La diplomazia non è uno spettacolo. O meglio: può anche essere uno spettacolo, e spesso lo è, ma deve avere dietro qualcosa di reale — una volontà, una strategia, una disponibilità almeno minima a cedere qualcosa per ottenere qualcosa. Quando manca anche quello, rimane solo il caffè in tazze marchiate “Brewed for Peace”, un leggio inutilizzato su un palco, e un vicepresidente esausto che fa una smorfia davanti ai giornalisti.
Ventuno ore. Nessun accordo. Una smorfia.
E il mondo che aspetta di sapere cosa deciderà di fare, adesso, un uomo che guardava la boxe a Miami. Il cessate il fuoco scade il 21 aprile. Nove giorni.
