Luca Spada, lo «Spadino» di Meldola che uccideva gli anziani con una bolla d’aria e si vantava al telefono: «M’è piaciuto, lo rifarò»

Tra le intercettazioni che hanno portato all’arresto dell’operatore della Croce Rossa accusato di omicidio plurimo premeditato, emerge un profilo criminologico che interroga insieme la bioetica, la psicologia dell’abisso e la letteratura. Perché il confine tra pietà e crudeltà, tra l’accabadora di Michela Murgia e un serial killer geriatrico, è più sottile — e più buio — di quanto vogliamo credere.

C’è una parola sarda, antica e densa come la pietra basaltica dell’isola: accabadora. Viene dal verbo acabar, finire. L’accabadora era la donna — sempre una donna, nella tradizione — che veniva chiamata di notte, in silenzio, quando il moribondo non riusciva a morire e la sua agonia si prolungava oltre ogni sopportazione umana. Entrava, compiva il gesto, spariva. Non era una criminale: era una figura sacra e terribile insieme, tollerata dalla comunità come si tollera ciò che non si riesce a nominare apertamente. Michela Murgia, nel suo romanzo del 2009, ha avuto il coraggio di guardare in faccia questa figura senza assolverla né condannarla del tutto, lasciando il lettore sospeso su quel crinale dove la pietà e la morte si toccano.

La storia di Luca Spada, il ventisettenne di Meldola arrestato per l’omicidio di anziani durante i trasporti in ambulanza, evoca quel crinale. Ma lo evoca per mostrare quanto sia diverso — e quanto più oscuro — ciò che vi si trova da un lato e dall’altro.

Le parole che non si possono spiegare via

“Questi poveri vecchietti soffrono troppo… devono andare dal Buon Dio.” E poi: “Mi è piaciuto tanto quello che ho fatto. Lo voglio rifare.”

Due frasi. La prima potrebbe, con molta buona volontà, essere letta come l’espressione distorta di una compassione malata. La seconda no. La seconda rompe ogni possibile lettura pietistica e rivela qualcosa di completamente diverso: il godimento. Il piacere. La soddisfazione di chi ha esercitato un potere assoluto su un altro essere umano — il potere di deciderne la fine — e lo ha trovato gratificante. Non un tremore, non un rimorso, non il peso di chi sa di aver attraversato qualcosa di irrimediabile. Una quasi euforia.

Spada — stando alle intercettazioni — ne parlava al telefono con la compagna, con i titolari delle pompe funebri di Meldola suoi amici, quasi a condividere un’impresa ben riuscita. Ed è in questa leggerezza, come avrebbe detto Hannah Arendt, che abita la forma più oscura del male. Non il male urlato, ideologico, consapevole di sé. Il male ordinario. Il male che si racconta al telefono come si racconterebbe una giornata di lavoro andata bene.

La fascinazione per il cadavere

C’è un dettaglio che le fonti giornalistiche riportano con prudenza ma che, se confermato, aggiunge un livello ulteriore alla comprensione di questo caso: secondo persone che lo conoscevano, a Spada piaceva preparare i cadaveri — lavarli, vestirli, comporli. Per questo aveva collaborato in passato con l’agenzia di pompe funebri del suo paese. Ed è davanti a quella stessa agenzia che i carabinieri lo hanno trovato la mattina dell’arresto, come se il cerchio si chiudesse in modo quasi simbolico.

Sul piano clinico, questo elemento — se accertato — introduce una categoria che la criminologia conosce bene: la necrofilia non necessariamente intesa nel senso sessuale del termine, ma nella sua accezione più ampia, quella descritta da Erich Fromm nel suo studio sul carattere necrofilo come orientamento verso tutto ciò che è inerte, controllabile, definitivo. Il cadavere è l’essere umano ridotto a oggetto puro: non reagisce, non chiede, non sfugge. Per certi profili psichici, questo esercita un’attrazione che non è necessariamente erotica ma che è profondamente connessa al bisogno di potere assoluto sull’altro.

Fromm distingueva il carattere necrofilo da quello biofilico — l’uno attratto dalla morte, dall’ordine, dal controllo, dall’immobilità; l’altro attratto dalla vita, dalla crescita, dall’imprevedibilità dell’amore. Il primo non nasce necessariamente malvagio: può nascere ferito, impaurito, incapace di reggere la reciprocità del vivente. Ma può, in certi contesti e con certi strumenti a disposizione, diventare devastante. Un’ambulanza è uno strumento perfetto per un profilo di questo tipo: un luogo chiuso, silenzioso, in cui si è soli con un essere umano ridotto alla sua massima fragilità — vecchio, malato, spaventato, dipendente. È, in miniatura, la stessa logica che Hannah Arendt aveva analizzato nel contesto dei sistemi totalitari: la riduzione dell’altro a pura disponibilità, a materia su cui esercitare la volontà di chi detiene il potere.

Il profilo: quando la pietà è una maschera

La criminologia clinica conosce bene questa figura. Harold Shipman, il medico di famiglia inglese che uccise oltre duecento pazienti tra gli anni Settanta e la fine degli anni Novanta, agiva in modo formalmente premuroso. Era stimato. Curava gli anziani con attenzione visibile. Li uccideva con overdose di morfina. Non lasciò mai una confessione che chiarisse il movente. Il tribunale lo condannò, lui non collaborò mai, morì suicida in carcere nel 2004 portandosi dietro ogni risposta.

Nei casi in cui gli autori di questi omicidi seriali in contesti di cura hanno parlato — infermieri, operatori, tecnici del soccorso — emerge quasi sempre una combinazione di elementi: il senso di onnipotenza che deriva dall’operare in spazi in cui si è gli unici testimoni; la progressiva desensibilizzazione alla morte, favorita da un contesto professionale in cui la morte è quotidiana; e — elemento cruciale — la costruzione di una narrazione interna che giustifica il gesto come necessario, come misericordioso, come un servizio reso a chi “tanto doveva morire presto”. Quella narrazione permette di attraversare la prima volta. Poi diventa un’abitudine. Poi, in alcuni profili, diventa una fonte di piacere.

L’ultimo passaggio — il piacere — è quello che separa il disturbo da un’organizzazione psicopatica della personalità in cui l’empatia non è distorta ma assente, e in cui la sofferenza dell’altro diventa strumento di autogratificazione. Non è diagnosi, è ipotesi criminologica. Ma le intercettazioni, se confermate, orientano in quella direzione con una precisione inquietante.

La voce della bioetica cattolica

Dal punto di vista bioetico cattolico, la vicenda chiama in causa un principio fondamentale che vale la pena enunciare con chiarezza, senza timore di sembrare antiquati: nessun essere umano ha il diritto di decidere quando un altro essere umano deve morire. Non il medico, non il familiare, non l’operatore sanitario. Nemmeno quando la sofferenza è grande. Nemmeno quando la morte sembra prossima. Nemmeno quando il gesto viene compiuto con intenzione soggettivamente pietosa.

La tradizione cattolica non confonde questo principio con l’accanimento terapeutico — che pure condanna — né ignora la questione delle cure palliative, che sostiene con forza proprio come alternativa concreta alla logica dell’eliminazione del sofferente. Il punto è un altro: chi soffre non cessa di essere persona. L’anziano fragile, il malato terminale, il disabile grave non sono vite da finire ma vite da accompagnare. La differenza non è semantica: è antropologica. È il confine che separa una civiltà da una barbarie travestita da efficienza o da compassione.

Giovanni Paolo II, nella Evangelium Vitae, scrisse che la cultura dello scarto — la tendenza a considerare alcune vite come non degne di essere vissute — non nasce all’improvviso per decreto: si insinua lentamente nel tessuto di una cultura attraverso le piccole capitolazioni quotidiane davanti alla logica dell’utilità. Un anziano che soffre troppo e deve andare dal Buon Dio non è una frase nata nel vuoto: è forse, inquietante a pensarci, la versione più rozza e criminale di un pensiero che nelle sue forme colte e rispettabili circola nei convegni di bioetica, nei talk show, nelle legislature di mezza Europa. Non è un’equivalenza morale. È un avvertimento culturale.

Il confine che Murgia sapeva vedere

Michela Murgia, che era cattolica in modo tormentato e originale, non scriveva romanzi a tesi. Accabadora non difende né condanna il gesto della vecchia Maria. Fa qualcosa di più difficile: mostra il costo umano di ogni scelta che tocca la vita e la morte, il peso che rimane in chi decide, l’impossibilità di uscire indenni dall’aver attraversato quella soglia. Chi compie il gesto porta quel peso per tutta la vita, in silenzio, come un segreto che non può diventare storia perché non ha parole condivise. C’è, in quella figura arcaica e letteraria, almeno il tremore del sacro.

Ciò che emerge dalle intercettazioni di Forlì è invece l’assenza totale di quel peso. Nessun tormento, nessuna insonnia, nessun tremore. Solo leggerezza. Quasi euforia. Ed è in questa assenza di peso — più ancora che nel gesto in sé — che si consuma la distanza abissale tra la figura letteraria dell’accabadora, con tutta la sua ambiguità morale, e ciò che le indagini stanno delineando a Meldola.

L’accabadora di Murgia era un personaggio tragico perché sapeva di attraversare una soglia. Spada, stando a quanto emerge, attraversava quella soglia come si attraversa una porta di casa. Ed è precisamente questo — la normalità, la facilità, la ripetibilità — la cifra più spaventosa di questa vicenda.

La fiducia tradita

C’è un ultimo livello, forse il più doloroso, che questa storia porta con sé. L’ambulanza è uno dei pochi luoghi rimasti in cui l’essere umano si affida completamente a un altro essere umano. Lo fa nel momento di massima vulnerabilità: il corpo malato, la paura, l’incapacità di difendersi. Quella fiducia è sacra non in senso retorico ma in senso preciso: è la fiducia che permette alla vita sociale di funzionare, che rende possibile curarsi, affidarsi, dipendere dagli altri senza che questo significhi mettersi in pericolo.

Ogni volta che quella fiducia viene tradita — da un medico, da un operatore, da chiunque indossi una divisa e porti un simbolo di cura — il danno non è solo individuale. È un danno al tessuto connettivo della società, alla possibilità stessa di vivere insieme. Ed è un danno che non si ripara facilmente, perché la paura che lascia non ha un nome specifico a cui essere attribuita: si diffonde, come il veleno nell’acqua. Come — secondo l’accusa — quella bolla d’aria iniettata in una vena, invisibile e letale, in un tragitto di meno di due chilometri.

Per questo la vicenda di Luca Spada non è solo una notizia di cronaca nera. È uno specchio scomodo, e merita di essere guardata, con tutta la sua oscurità, fino in fondo. Non per morbosità, ma per quella stessa ragione per cui Murgia aveva guardato in faccia l’accabadora: perché i mostri che non nominiamo continuano ad agire nell’ombra. E quelli che nominiamo troppo in fretta — etichettandoli come anomalie, eccezioni, mostri appunto — ci esonerano dalla domanda più difficile: quale cultura, quale solitudine, quale vuoto produce un uomo che trova piacere nella morte degli ultimi?

Quella domanda non ha una risposta semplice. Ma ha il merito di essere la domanda giusta.