Un nuovo caso Sangiuliano? Continua il poligossip…
C’è un punto in cui il gossip finisce e comincia la politica. Ed è precisamente lì che l’opposizione dovrebbe avere il coraggio di stare. Perché inseguire il governo nelle camere da letto, negli hotel o nei messaggi privati può produrre un titolo, una giornata di rumore, perfino una ferita d’immagine; ma raramente produce un’alternativa di governo. È già accaduto nell’epoca berlusconiana: il voyeurismo moralistico dava l’illusione di colpire il potere, ma spesso finiva per distrarre dal suo cuore vero, cioè dalle scelte pubbliche, dai favori, dalle reti di influenza, dalle riforme sbagliate, dall’uso spregiudicato delle istituzioni.
E tuttavia sarebbe troppo comodo liquidare anche il caso Piantedosi-Claudia Conte come semplice pettegolezzo. La vicenda è esplosa dopo l’intervista a Money.it in cui Conte ha confermato la relazione con il ministro dell’Interno; Giorgia Meloni ha poi visto Piantedosi e, secondo fonti di Palazzo Chigi riferite da ANSA, ne sarebbe stata “tranquillizzata”, mentre la stessa Conte ha rivendicato le sue “competenze professionali di circa dieci anni”. La redazione coinvolta ha aggiunto che la giornalista sarebbe stata presentata da un intermediario e che era stata prospettata la possibilità di confermare la relazione perché il ministro sarebbe stato “separato”.
Il problema, allora, non è la morale da confessionale applicata alla politica. Non interessa granché agli italiani sapere chi ami un ministro, se un leader abbia avuto una convivenza finita male, se un vicepremier abbia due figli da due relazioni diverse, se una premier abbia costruito la sua vita fuori dai canoni matrimoniali che pure una certa destra ama predicare agli altri. La vita è più grande degli slogan, e quasi nessuno, in pubblico come in privato, può presentarsi come un’icona senza crepe. Siamo tutti, per dirla in un lessico antico, feriti. Ma qui il punto non è il peccato: è il potere.
Perché quando un governo ha parlato per anni di Dio, patria e famiglia, quando ha trasformato un certo immaginario valoriale in un marchio identitario, allora non può stupirsi se viene giudicato anche sulla coerenza. Non per pruderie. Per responsabilità simbolica. Chi costruisce consenso anche attraverso una pedagogia pubblica della morale non può poi invocare il liberalismo assoluto della sfera privata solo quando gli conviene. La destra meloniana ha chiesto agli italiani fiducia anche in nome di un ordine valoriale; e allora ogni scarto tra predicazione e prassi diventa politicamente rilevante.
Ma c’è un altro nodo, più scomodo, che non andrebbe taciuto: la degradazione della donna dentro i circuiti del potere. E qui bisogna essere severi senza essere sessisti. Nessuna donna va insultata, umiliata o ridotta a caricatura. Però sarebbe ipocrita fingere che non esista un problema quando una figura femminile sembra costruire la propria ascesa soprattutto nella prossimità agli uomini influenti, nella rete delle relazioni utili, nella mondanità come scorciatoia di legittimazione. Non è emancipazione. È la forma postmoderna di una dipendenza antica. Cambiano gli abiti, i social, i salotti, gli yacht, i convegni, le foto, ma il copione è vecchio: non affermarsi per la forza autonoma di ciò che si è, bensì per il riflesso di chi si frequenta.
Questo è il punto più amaro, perché tocca una patologia culturale che attraversa i decenni. Un tempo c’era la ragazza che cercava il favore del professore, poi quella che inseguiva la piccola utilità, la ricarica del cellulare, il regalo, la protezione, la scorciatoia. Oggi c’è spesso una versione più sofisticata e socialmente presentabile dello stesso schema: pubbliche relazioni, eventi, visibilità, accreditamenti, consulenze, comparsate nei luoghi che contano. Non sempre c’è un reato, e guai a inventarlo dove non c’è. Ma c’è talvolta un autoabbassamento simbolico che ferisce prima di tutto la dignità femminile. Perché una donna libera non ha bisogno di orbitare attorno al potere maschile per esistere. Quando accade, non siamo davanti a una conquista, ma a una resa mascherata da successo.
Naturalmente la responsabilità maggiore resta del potere maschile. È l’uomo che occupa funzioni pubbliche a dover mettere argini, non approfittare dell’ambiguità, non alimentare corti, non promettere, non lasciar credere, non usare il prestigio del ruolo come calamita affettiva, sociale o professionale. Il potere che seduce e il potere che si lascia usare si appartengono. E in mezzo resta il degrado del clima pubblico. Per questo il punto non è la camera da letto: è l’anticamera del potere.
L’opposizione, allora, farebbe bene a non trasformare Piantedosi in una telenovela. Avrebbe argomenti ben più solidi per colpire il triennio meloniano: salari, sanità, scuola, politica industriale, gestione propagandistica dell’immigrazione, cultura istituzionale del conflitto permanente. Perfino in queste stesse ore, mentre il centrodestra si chiude a riccio sul caso del Viminale, in Parlamento le critiche al governo sul merito non mancano: basti pensare all’affondo di Chiara Appendino contro Adolfo Urso, accusato di una lunga serie di fallimenti su industria, inflazione, carburanti e bollette. È lì che l’opposizione dovrebbe battere, non sul fruscio delle lenzuola. Perché un governo cade davvero non quando appare peccatore, ma quando appare incapace.
E però neppure la maggioranza può cavarsela con il consueto riflesso pavloviano: “gossip”, “macchina del fango”, “vita privata”. Questa difesa funziona solo se non c’è alcuna intersezione fra sentimento e funzione pubblica. Se invece emergono domande su frequentazioni, incarichi, accrediti, opportunità e canali di accesso, allora non basta il no comment, né basta indignarsi con chi racconta. Servono chiarimenti asciutti, documentati, verificabili. Niente moralismo, ma trasparenza. Non è la stessa cosa.
È per questo che il parallelo con il caso Sangiuliano non è solo giornalistico. Nel settembre 2024 il ministro della Cultura si dimise dopo settimane di rivelazioni e polemiche pubbliche, mentre Meloni fu costretta a prendere atto che la miscela fra esposizione personale, imbarazzo politico e possibili ricadute istituzionali era diventata ingestibile. Ogni vicenda ha la sua specificità, certo. Ma il punto comune è che un governo che si pensava impermeabile ha cominciato a mostrare una vulnerabilità nuova: non la sconfitta parlamentare, bensì l’usura del cerchio magico, la fine della spirale del silenzio, la sensazione che il coperchio non tenga più.
Da questo punto di vista Meloni ha un problema serio. Non tanto Piantedosi in sé, quanto la fragilità che il caso rende visibile. Il potere populista vive di forza percepita: appena affiora l’idea che il leader non controlli più pienamente la propria squadra, i dossier si moltiplicano, i retroscena si affollano, gli alleati misurano rapporti di forza, gli oppositori fiutano l’aria. È il vecchio vaso di Pandora della politica italiana: finché il capo appare invincibile, tutti tacciono; quando il capo appare esposto, molti parlano.
In questo quadro pesa anche il contesto europeo. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anticorruzione che include, tra le fattispecie da presidiare, anche l’esercizio illecito di funzioni, cioè l’abuso d’ufficio; secondo la relatrice Raquel García Hermida-Van Der Walle, l’Italia dovrà comunque tornare a criminalizzare almeno parte di quelle condotte, nonostante l’abolizione del reato decisa dal governo. Ecco perché il caso Piantedosi non arriva in un vuoto pneumatico: arriva mentre torna centrale, in Europa e in Italia, la questione del rapporto tra potere politico, trasparenza e anticorruzione.
Alla fine, dunque, la domanda giusta non è se sia utile all’opposizione usare il gossip contro il governo. La domanda giusta è un’altra: il gossip sta coprendo la politica o la sta rivelando? Se serve soltanto a eccitare il pubblico, è un diversivo miserabile. Se invece diventa la soglia attraverso cui si intravede il problema vero — la confusione tra privato e pubblico, tra relazione e influenza, tra immagine e incarico, tra consenso e corte — allora non siamo più nel pettegolezzo, ma nella fisiologia malata del potere.
E dentro questa fisiologia c’è anche una questione femminile che l’Italia non ha mai davvero risolto. Ogni volta che una donna sceglie o accetta di farsi strada non attraverso la competenza riconosciuta, ma attraverso l’ombra protettiva di uomini potenti, si indebolisce non soltanto lei: si indebolisce l’idea stessa della libertà femminile. Non è un giudizio da sacrestia. È una critica civile. La dignità non coincide con la visibilità, e la visibilità ottenuta per cooptazione sentimentale o mondana è spesso soltanto una forma elegante di subalternità.
Perciò l’opposizione farebbe bene a smettere i panni del moralista e a indossare quelli del controllore democratico. E la maggioranza farebbe bene a smettere i panni della vittima e a indossare quelli del governo. Meno buchi della serratura, più atti, più carte, più risposte. Perché gli italiani, in fondo, non chiedono santi. Chiedono istituzioni che non sembrino salotti.
La storia non è nuova. È solo la sorpresa dell’uovo di Pasqua che a qualcuno non piacerà.
