Il terremoto era nell’aria, ora è ufficiale. La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali ha fatto saltare i vertici del calcio italiano. Gabriele Gravina si è dimesso da presidente della FIGC il 2 aprile 2026, seguito da Gigi Buffon, che ha lasciato il ruolo di capo delegazione della Nazionale. Anche Gattuso non sarà più il commissario tecnico azzurro: il contratto prevedeva un’opzione per il biennio successivo solo in caso di qualificazione al Mondiale, qualificazione che non è arrivata. Gattuso era pronto a dimettersi già subito dopo Bosnia-Italia, ma aveva temporeggiato su richiesta dello stesso Gravina.
Chi prenderà il timone della FIGC
L’Assemblea straordinaria elettiva è fissata per il 22 giugno a Roma. I nomi più accreditati per la presidenza federale sono Giovanni Malagò, Giancarlo Abete e Matteo Marani. Più suggestive ma meno probabili le candidature di icone come Maldini, Baggio e Del Piero. Per la panchina azzurra, i profili in pole sono Antonio Conte e Roberto Mancini, seguiti da Simone Inzaghi e Massimiliano Allegri.
Cosa serve per risollevare la Nazionale
Al di là dei nomi, restano sul tavolo problemi strutturali che nessun commissario tecnico, da solo, può risolvere. Tre priorità sembrano indispensabili:
- Rifondare i vivai. Investire seriamente nella formazione dei giovani talenti italiani e garantire loro più spazio nei club di Serie A, eventualmente ragionando su un tetto ai giocatori stranieri — come già avviene nel basket e nel volley.
- Rinnovare gli impianti. Gli stadi obsoleti scoraggiano investimenti e rendono il sistema meno competitivo a livello europeo.
- Scegliere una guida tecnica di alto profilo e darle tempo. La tentazione di cambiare tutto a ogni ciclo fallito ha prodotto discontinuità e instabilità: serve un progetto pluriennale credibile, non solo un grande nome in panchina.
Il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato netto: «È evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della FIGC». Solo cinque anni fa l’Italia era campione d’Europa. Il talento c’è ancora — ma serve un sistema capace di valorizzarlo.
